Densità emotiva, fluttuanti apnee: John Parish e PJ Harvey

Al quarto anno di collaborazione, la terza rubrica che curai per il Mucchio Selvaggio settimanale si chiamava Pardon My Heart (sì, come la canzone di Neil Young). L’idea di base era semplice: scrivere dei dischi che mi piacevano, anche se non erano granché considerati, anche se non erano capolavori. Non potevo chiedere di meglio, infatti mi divertii moltissimo. L’album realizzato a quattro mani da John Parish e Polly Jean Harvey nel 1996 fu uno dei primi che presi in considerazione.

(L’articolo uscì nell’estate del 2004).

Pardon My Heart

(solo poche inservibili parole)

John Parish & PJ Harvey – Dance Hall At Louse Point (1996)

parish-polly

Inutile far finta di nulla. Mi piace anche Uh Huh Her, il nuovo disco di Polly Jean Harvey, per quanto… Per quanto naturalmente diverso per fibra e intensità rispetto a ciò che lei era (e mi provocava) negli stordenti/strazianti primi lavori. Quella voce, innanzitutto: come un agguato, uno straziante, intimo, limaccioso agguato. La lingua un coltello. D’ombra le parole, d’un rosso stordente, sangue impuro di ferita primordiale. E il nero degli orgasmi senza sbocco. La fragilità e la violenza, vivere una pratica di masochismo esistenziale, di cui la musica tracciava un resoconto sincero, implacabile, senza filtri né (auto)censure. Cristo, ragazza, col tuo nome di bambola, col tuo sguardo lascivo e vinto, le tue pose sfacciate e dimesse, e quel corpo inadeguato: mi hai fatto impazzire, ti giuro.

Brucia
Tra me e Polly Jean una storia di occasioni mancate. Colpa mia, certo. Però anche lei ci si è messa d’impegno, dimostrando un’abilità straordinaria nel programmare date e location dove e quando non potevo trovarmi, causa una mefistofelica teoria di motivi. Nulla ho potuto anche per la recente e avara calata in Italy della tipa from Yeovil – la miseria di due show. Più che queste però mi brucia aver perso una lontana data a Firenze, novembre ’95 se non ricordo male, assieme a un Ben Harper mai più – ahilui, ahinoi – tanto in forma. A quel tempo amavo PJ d’un amore più intenso di quello attuale, d’accordo. Però oggi ne conosco la saldezza, e so – lo so – che prima o poi c’incontreremo. Che è solo questione di tempo, e che il tempo non può opporsi. Semmai, il destino.

Voce

Torniamo a quel ’95. Da poco era uscito lo splendido To Bring You My Love, album che segna la maturità artistica della Harvey, il suo apice d’insano romanticismo, di decadente abbandono e viscerali sinuosità. Vi collaborava John Parish, multistrumentista, produttore, autore tanto pregevole quanto nodoso e nervoso, perciò defilato. Il suo tocco è praticamente una garanzia: d’alterità, di stranezza, d’incedere obliquo. Anch’egli, a suo modo, in agguato. Si conoscono da anni, dai tempi degli Automatic Dlamini, in cui la giovane Polly iniziò a sfogliare il proprio languido carnet di fiori neri. Le loro strade tornano a incrociarsi dunque come obbedendo a un istinto. Difatti, è in quest’occasione che John propone a Polly di cantare in un disco già interamente composto. La vuole. Lei e non altri deve essere la sua voce, la sua presenza nel mondo. Lui sa perché.

Confine
Quel disco, lo avrete capito, è questo disco: Dance Hall At Louse Point. Undici pezzi strumentali firmati da John in attesa di parole, di corpo, d’anima. Più una cover, un’oppiacea rilettura di Is That All There Is? a firma Leiber & Stoller. Partiamo da questa: c’è un ospite, è Mick Harvey dei Bad Seeds che spande l’hammond a scorticare ogni ipotesi di sogno e un basso dallo spessore mitologico, c’è un incedere da blues bradicardico che s’inclina dalle parti del jazz, ci sono chitarre che indagano il confine tra mollezza e ruggine, c’è un drumming che gioca con la polvere dei piatti e delle pelli, e c’è ovviamente la voce di lei, talkin’ che s’innesca vago, rantola, fatica a decollare, produce un incanto indolenzito, asciutto, sfiduciato.

Catapulta
È un album attraversato da suggestioni diverse per quanto unificato da uno stesso disagio, molto vario per quanto segnato in ogni sua parte dall’intuizione indissolubile del malanimo, effetto collaterale fisiologico dello stare al mondo questo mondo, come possono i cuori che non ti danno pace e non ne cercano per sé. Canzoni quindi fatte di rabbia (le devastanti esplosioni del chorus di Urn with dead flowers in a drained pool) e dolore (l’ibrido incedere post-punk di Civil war correspondent, tra nebbie acidule e sfarfallii percussivi), canzoni che si ritorcono sul passato (i vetrosi vocalizzi in verticale di City of no sun, la pulsante congettura blues di Heela) per ridefinirsi nel presente. Catapultandosi nel presente.

Sfacciataggine

Con tanta forza da suonare quest’oggi come fosse ancora il loro. Dovreste vederle queste canzoni, eh sì, come si aggirano sfacciate tra le cose, impedendomi di leggere, di pianificare, di pensare. Sono nude e angolose, dinoccolate e impure, mi osservano con sguardi laterali, perfettamente consapevoli della loro cruda bellezza. Come Rope bridge crossing (ancora un blues, spazzole e xilofono, graffi di corde in striature fluorescenti), come Un cercle autour du soleil (sì, un altro blues, percussione sorda, riverberi sfarfallanti, languide estenuazioni vocali), come Taut (non è un blues, ma delirio e fantasmagorie, invasamento e bisbigli, psichedelia avariata punk, Lou Reed stregato da Diamanda Galas – “Gesù salvami”). Una sensazione imprecisa ma inesorabile, la certezza di qualcosa che – già accaduto – accade ancora e ancora, consumandoti e consumandosi. Una delle tante, possibili cognizioni del dolore.

Ponte
C’è poi un piccolo capolavoro che finisce dritto nel carniere delle migliori performance canore di Polly, risponde al titolo di That was my veil: folk blues ad occhi bassi per chitarra e voce nel quale s’innesta prima l’apparizione di una pedal steel e quindi uno straniante rovello d’organo a macinare visioni sullo sfondo. Per maturità, sobrietà e intensità si profila come un autentico ponte tra lo stallo periferico lancinante di Rid Of Me e lo sguardo sui landscapes ultraumani di Stories From The City, Stories From The Sea (pure questo, per la cronaca, mi piaceva assai).

Frutto
Il tutto, incastonato tra due brevi episodi, in testa la strumentale Girl che avverte il cuore circa la densità emotiva e le fluttuanti apnee cui dovrà assoggettarsi, e quel quasi country-rock chiamato Lost fun zone che gioca a contrapporre chitarre attenuate e voce in primissimo piano, lanciandosi poi lungo una liberatoria esplosione di corde e batteria, il suono sgranato, il frutto aperto nel breve dissiparsi del suo florido aroma. Nostro per un attimo, per molto tempo. Per (quasi) sempre.

Mimesi
Mi rendo conto d’aver scritto di questo disco come se fosse un lavoro di Polly con la presenza laterale di Parish. Ma è ciò che sembra, o – meglio – ciò che mi sembra. Il contrario sarebbe più vicino alla realtà, tuttavia quest’apparenza è come un’appartenenza, ed è un merito. Il merito di un artista che si nutre della propria invisibilità, mimetizzato tra le forme, penetrando la sostanza. Sempre e solo una parte. Sempre decisiva.

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