Prima cesura: Roman Candle

Il 14 luglio del 1994 usciva Roman Candle, l’album d’esordio come solista di Elliott Smith. Sì trattò di una cesura non ricomponibile rispetto al suo recente passato: da dove era sbucato quella specie di Paul Simon indolenzito Nick Drake?

Da dove usciva quella vulnerabilità irrequieta, quell’anima esposta e sbilanciata su una voragine di rassegnazione? Cosa c’entrava con il chitarrista e frontman pseudo-grunge (degli Heatmiser) messo in mostra fino ad allora? Era come se un prestigiatore avesse accartocciato il sacchetto di carta e – voilà – non ci fosse mai stata dentro una bottiglia di vodka, ma solo uno sbuffo di vapore asprigno sulla linea d’ombra tra cuore e angoscia. Sembrava che la fede nelle possibilità liberatorie del “loud rock” avesse d’un tratto esaurito gli spazi di manovra, collassando in una strategia di fitte trame acustiche innervate di dolcezza e apnea nervosa. Il processo risultò irreversibile e rivelatorio. Ne sarebbero seguiti dischi di una bellezza abbacinante e desolata. Pochi, troppo pochi.

Di Elliott Smith ho scritto una monografia su Sentireascoltare. Di seguito un breve stralcio dedicato, appunto, a Roman Candle.

***

Registrato praticamente in solitario (ad eccezione di Pete Krebs degli Hazel che fornisce percussioni in due tracce) sul finire del 1993, Roman Candle è una raccolta di nove pezzi lo-fi folk che Smith in realtà non avrebbe avuto intenzione di pubblicare. Si fatica a riconoscere il chitarrista e cantante degli Heatmiser in questo cantautore trepido e scostante, tanto scostante e schivo da non assegnare un titolo a quattro pezzi sui nove in programma. Roman Candle è un disco chitarra e voce, quasi del tutto acustico, come potrebbe un nipotino di Paul Simon alle prese coi postumi del virus post-punk, già capace di mettere a fuoco quel disarmante, dolce equilibrio tra spleen e rassegnazione. Un consegnarsi esausto e terribile al disincanto, preludio umanissimo alla caduta nel ventre nero della tossicodipendenza.
Versi come quelli di No Name #3:

Watched the dying day/Blushing in the sky

Everyone is uptight/So, come on, night/Everyone is gone/Home to oblivion

o della rabbrividente Last Call:

Last Call/He was sick of it all/Asleep at home/Told you off and goodbye

sembrano pescati da una glassa di spleen tipico della post-adolescenza in crisi. Eppure, la pacata consapevolezza con cui Elliott li canta portano a credere che fossero qualcosa in più, una condizione esistenziale ben sedimentata, già irreversibile. La title track, che apre anche la scaletta, è in questo senso la ferita primigenia, un testo agghiacciante:

I want to hurt him/I want to give him pain/I’m a roman candle/My head is full of flames/I’m hallucinating

che scoperchia tutto il disastro emotivo dell’autore, in procinto di esplodere come il fuoco d’artificio del titolo.

6 commenti

  1. Non so per quale ragione, ma la musica di Elliott Smith -purtroppo ed ovviamente conosciuta ed approfondita postuma- l’ho in qualche modo collegata al lascito artistico dell’ultimissimo periodo di Cobain e Buckley. Vuoi per una certa affinità temporale, o per una sensibilità artistica che prevaricasse il successo mondiale, o semplicemente nella spoglia iconografia che li ritraeva con solo una chitarra, il mio fantasioso e complicato ‘what if’ li ha legati a doppia mandata. Forse è per quella malinconia di fondo delle loro produzioni che mi ha tenuto al caldo durante l’adolescenza, o forse perché era difficile pensare che musica avrebbero potuto fare Kurt Cobain e Jeff Buckley se non fossero tragicamente andati oltre. Ecco, mi piace pensare – in una strana forma indiretta- che avrebbero potuto suonare e cantare come Smith in Roman Candle o in Either/Or…

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    • Lo penso più di Cobain che di Buckley, ma Kurt era in un cul de sac che mi impedisce di ipotizzare granché. Smith muove i primi passi sicuramente in scia grunge, ma presto dimostra di avere radici Beatles e Big Star (qui c’è un punto di contatto con Buckley, in effetti), e comunque di essere un cantautore con una precisa calligrafia, intimista e visionaria, disperata e appassionata. Penso che Jeff avrebbe potuto fare di tutto, nelle sue corde c’era il soul, la new wave, il blues, il jazz, persino qualche propaggine prog. Cobain poteva rasentare la “quieta inquietudine” di Smith, ma faccio fatica a immaginarlo oltre la sua devastante depressione. Il live unplugged dei Nirvana mi sembra sempre più, visto da qui, una pietra tombale.

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