Voce e leggenda: Janis Joplin – Kozmic Blues

Janis_Joplin_performing_montage_1969
Ho questo ricordo un po’ buffo, forse insignificante, forse no. Anni fa un’amica non particolarmente appassionata di musica pop-rock (preferiva di gran lunga l’opera) ascoltò un disco di Janis Joplin. Glielo avevo prestato io. Non ricordo bene perché lo feci, forse soltanto spinto dal fatto che non la conosceva. Me lo restituì presto e senza nascondermi di non avere affatto gradito.
Qualche mese più tardi, tra una chiacchiera e l’altra, finimmo per parlare dei rispettivi ascolti più recenti. A quel punto, con espressione divertita, mi mostrò il contenuto della sua borsetta. Dentro c’erano due CD: su uno campeggiava l’immagine austera di Maria Callas (chapeau), mentre l’altro – ebbene sì – era un antologico di Janis Joplin. Più divertito di lei, chiesi spiegazioni. Si limitò a scrollare le spalle.
Mi capita spesso di ripensare a quello strano accostamento consumato nell’intimo di una borsetta¹, alle due dimensioni così lontane così vicine della Callas (che conosco poco, a dire il vero: perdonate la mia grossolanità rockettara) e della Joplin, come se prolungando la linea delle rispettive traiettorie espressive fosse ipotizzabile vederle convergere su un obiettivo tutto sommato simile. Come se in gioco – in quel loro gioco così intenso eppure indefinibile, inafferrabile – ci fosse in fondo la stessa cosa.
La dimensione iconica della Joplin finisce spesso per travolgere quel non molto – ahinoi – che discograficamente ci ha lasciato: due album con i Big Brother And The Holding Company e due da solista, più una messe di raccolte e live che hanno spremuto lo spremibile, senza aggiungere nulla a un percorso tragicamente interrotto il 4 ottobre del 1970. Come ben sappiamo, la dimensione iconica della Joplin è carburante da talent show: è così, e non possiamo farci molto. Anzi, qualcosa possiamo fare: ascoltarla davvero, accantonando quanto (e se) possibile la leggenda sbocciata sulla sua incontenibile e rovinosa biografia.

L’11 settembre del 1969 usciva il suo primo album da solista, I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama!, disco imperfetto, per molti versi fallimentare, eppure bellissimo. Tra i suoi lavori, è quello che più amo riascoltare. Ne scrissi sul Mucchio tanti, troppi anni fa, in maniera decisamente emotiva e non troppo informata. Insomma: col cuore. Riporto qui integralmente il pezzo (perdonate, vi prego, le inesattezze e gli eccessi).

***

Janis Joplin – I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama! (1969)

janis-kozmic
Prologo (mosso): esistono tantissime foto di scena di Janis Joplin. Si trovano bene anche in rete: cercatele, sono molto interessanti, perché nella maggior parte di esse Janis non c’è. Al suo posto, una figura mossa, un grumo di carne e capelli nel solco degli attimi, un’anima smarrita tra sbuffi furiosi d’energia. E il presentimento – accecante – della fine.

Una ragazza in fuga. Anzi: una ragazza bruttina, ribelle, probabilmente nevrotica, in fuga. Con una voce incredibile, e Bessie Smith nel cuore. Sulla strada incontrò i Big Brother And The Holding Company e, inaspettatamente, arrivò il successo. Anzi: uno strepitoso successo. Il nome di Janis iniziò a giganteggiare nei manifesti dei concerti, oscurando sempre più i compagni di viaggio. Così provò a fare da sola: si fece cucire intorno una nuova band (la Kozmic Blues Band) e salpò in cerca di gloria. L’attendeva un mare nero, periglioso e ingrato.

Praticamente tutti d’accordo circa il fatto che I Got Dem Ol’ Kozmic Blues… non sia un disco riuscitissimo. Tuttavia, lo amo perdutamente, tanto da preferirlo ai giustamente osannati Cheap Trills (1968) e Pearl (1971): per qualche strano motivo, trovo che tra i rottami di questo progetto semi-fallito, tra scenari di canzoni poco più che standard e qualche velleità strumentale, la voce di Janis emerga più vera e flagrante, come dal suo humus ideale, con la sconcertante intensità di un fiore in mezzo alle macerie. Detto questo, tengo a chiarire: Kozmic Blues è pur sempre disco dai mille brividi, anima nuda e cruda, tragicomico e palpitante, roba da ridicolizzare in pochi secondi le sedicenti interpreti dell’odierno soul-rhythm and blues (che neppure voglio nominare): cosa dite, starò mica esagerando?

Sin dai primi istanti di Try (Just A Little Bit Harder) è chiaro che Janis ha scelto il soul come strada maestra verso un’espressività viscerale, completa, disinibita. Il drumming è sornione ma energico (Maury Baker e Lonnie Castille), mentre il resto della truppa (organo, fiati, chitarre, un lezioso coretto) si mantiene prudentemente nei ranghi, disegnando un campo di battaglia corposo ma ovvio, come una squadra di gregari che porta acqua affidando speranze e sogni alla vena del fuoriclasse, cioè all’ugola impervia e maestosa di miss Joplin, capace di uggiolare soffici richieste, torridi reclami e cavernose invocazioni d’aiuto.

È a questo punto che parte Maybe, blues di rimpianto, preghiera laica e sensuale, poco più di uno standard che sdilinquisce vocalizzi tra le pieghe di un cuore irripetibile: lasciate perdere tutto l’impianto da soul-ballad (anche se l’organo di Richard Kermode fa un preziosissimo lavoro d’arredo, e anche se la chitarra è quella di Mike Bloomfield), e prendete solo il modo in cui nel primo verso Janis fa sdrucciolare le parole “if I could ever hold your little hand”: non sembra forse un filamento di materia organica, un sentimento strappato, reciso, ancora sanguinante?

La successiva One Good Man è uno dei pochi pezzi interamente scritti dalla stessa Joplin, ed è un blues strapazzato da una slide rovente e un basso (Brad Campbell) che finalmente trova la forza di emergere: può sembrare strano, ma proprio qui l’interpretazione vocale fa un passo indietro, e lo fa di proposito, lasciando il proscenio a quel testo dove non a caso si parla di un uomo-angelo, uno che avrebbe potuto, forse, evitarle tutto ciò che infine l’ha uccisa. Ma passiamo oltre: As Good As You’ve Been To This World è come un risveglio nel bel mezzo di un party errebì, gran dispiego di ottoni, organo acidissimo, chitarre stringenti e la voce di Janis che si fa attendere fin quasi a metà strada, convulsa, scintillante, prima supina e poi rapace in un chorus che spasima amore rabbioso.janis

Quindi tocca a To Love Somebody, celebre composizione dei fratellini Gibb (altrimenti noti come Bee Gees), su cui il nostro angelo di desolazione opera una tale pressione emotiva da trasfigurarne in parte la melodia: la immagino a cavallo di quel basso gommoso, i capelli stravolti da un vento di trombe e sax, tra riccioli di chitarra e gorgoglii percussivi, con quella voce disperata che spinge oltre ogni limite le possibilità e l’impossibilità del sublime. L’altro pezzo in cui la Joplin mette la firma è Kozmic Blues, e già nel modo in cui biascica il primo pronome personale – come a preconizzare in qualche modo la propria dissoluzione² – c’è il perché di questo rimando a temi, come dire, leopardiani: sembra quasi di vederlo, quel tragico volo, in questo anomalo soul-blues solcato da un piano sbandato e insistente, col sovrapporsi quasi ipertrofico degli strumenti che alla fine – anziché al cielo – sembrano rivolgere uno sguardo ebbro e stanco dritto negli occhi dell’abisso.

Arrivato a questo punto, so che è IL punto. Quando trattengo il fiato. Quando mi preparo alla risacca emotiva. Perché se c’è una canzone che può esprimere tristezza e trasporto, tutto un naufragio di prospettive e assieme la loro forza intatta, questa è Little Girl Blue: i cardiopatici sono pregati di skippare, gli altri si accomodino pure accanto al cuore di Janis, dove le parole sono ferite nascoste che reclamano una qualche assoluzione, le vocali diventano colori nudi, gli archi il golfo mistico di un’anima grandissima e smisuratamente sola. L’interpretazione è assieme pura e perturbata (anche il testo della versione originale del 1935, firmato Hart/Rodgers, ne esce mutato), uno scompaginarsi tenero e statuario: adoro, ovviamente, anche la versione di un gigante come Nina Simone, eppure Janis riesce ad andare oltre, a squarciare la pellicola, a cogliere il palpito della ferita nell’incanto della rappresentazione, trascinandola presente e viva a pochi centimetri dall’ascoltatore.

Conclude il programma Work Me, Lord, pastiche soul-blues-gospel che ha il difetto di adagiarsi su prospettive ampiamente scontate (la melodia mi è sempre sembrata ampollosa) ma anche il pregio di svelare un ulteriore tassello di quel tenero puzzle che fu “brutto anatroccolo” Joplin: la predilezione per un sentire voluttuoso che nondimeno ambiva – anche con rabbia, come ben rivela l’assolo nel finale – a una qualche specie di innocenza, a una redenzione scontata vivendo, consegnandosi a ogni possibile tentazione³.

Sappiamo che il tour con la Kozmic Blues Band non andò benissimo. Ovvero, per la cronaca, andò tutto a rotoli. Janis probabilmente pensò: altro giro, altra corsa (tra un Southern Comfort e l’altro, ahilei). Mise in piedi così un’altra formazione (la Full Tilt Boogie Band) e si mise all’opera per Pearl, da molti considerato il suo capolavoro. Che uscì postumo, come tutti sapete, e parzialmente incompiuto. Ma bellissimo, aspro e levigato, dolce e intollerabilmente amaro. Conclusione straordinaria di una carriera tanto folgorante quanto generosa.

A lei penso ogni volta che una qualsiasi voce gira l’interruttore e si lascia tracimare. A lei, che non lasciava niente tra sé, la sua musica, la sua vita, e noi.

¹ un “luogo” che per noi maschi coincide spesso con un recesso imperscrutabile e gravido di misteri

² ok, è una sensazione molto costruita e melodrammatica, eppure reale

³ la qual cosa mi pare, tra l’altro, una delle molte possibili definizioni di rock

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