Terapia (o della mia ossessione per Polly Jean)

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C’è molto di PJ Harvey in questo raccontino, o meglio c’è un bel po’ della mia ossessione per lei. Un apresenza fantasma, in verità, ma capace di pervadere tutto.

Lo scrissi nel 2005 per una webzine che non esiste più (si chiamava Writeup, forse nelle pagine di archeologia web ne è rimasta traccia, chissà).

***

Terapia

Uno.

Ci siamo.
Adesso lo dice.
Non mollare, non mollare.
Sì. Adesso.
Le sue labbra si muovono.
“È per qualcosa che ho fatto?”
Ecco.
Un po’ banale, ma è andata. Il peggio è passato. È già passato.
Rispondi, ora.
“No.”
“Non capisco. Perché, allora?”
“Non è quello che voglio, tutto qui. Non c’entri tu.”
Si porta una mano alle labbra. Con l’altra carezza il volante.
Dall’autoradio si diffondono i Marlene Kuntz. L’album nuovo, credo. Mai interessati troppo, i Marlene Kuntz.
Ora però non ti distrarre. Guardalo.
Guardalo.
È come se cercasse le parole nell’aria, nel vapore che condensa sui finestrini allontanandoci un po’ dal mondo.
È come se non si riconoscesse.
“Sembravi felice.”
“Infatti. Stavo bene, ero felice. Starò meglio se la finiamo qui. Devi accettarlo, Luca.”
Guardalo. Sta tremando, ma è immobile.
Vorrebbe dire, e non lo fa.
Vedi come gli si dissolve la nebbia della sorpresa, come gli si allarga dentro quella calma che è la sua arma principale, il suo essere uomo.
Guardalo: riesce perfino a sorriderti, ora. Con la tristezza del suo sguardo indolenzito.
Guardalo: i suoi occhi nei tuoi.
Sorridigli.
È finita.
Puoi quasi sentire il suo cuore che fa: plùf.

Due.

Da quanto ci stiamo osservando?
Neanche un minuto, forse.
M’indaga. Mi cerca qualcosa dentro.
Esaltante. E fastidioso.
D’un tratto si scuote. Si alza. Va a spegnere lo stereo.
Ciao ciao, Pastorius. Il suo amato Pastorius.
“Ripetilo, per favore”, dice voltandomi le spalle.
“È finita, Alessandro. Qualsiasi cosa fosse, o stesse per diventare.”
Per qualche secondo non si muove.
Immagino le mie parole sprofondargli dentro piano, come in un liquido denso. Come l’auto nella palude di Psyco.
Torna verso di me, si siede sul divanetto. Mi offre il suo volto teso, i suoi occhi slavati.
Unisce le mani a preghiera, poi le stringe e i due pugni formano una superficie nodosa, rosa e biancastra.
“C’è un altro, vero?”
Ah-ha. Sorprendente, davvero sorprendente.
“No. Lo pensi?”
“Lo penso. Sei strana, da qualche giorno.”
“Ogni tanto mi capita. Sono fatta così.”
“Non per come ti conosco io.”
“Non mi conosci abbastanza.”
“Hai ragione. Vorrei conoscerti meglio.”
“Possiamo rivederci, qualche volta.”
“Io ti voglio vedere ogni giorno.”
“Mi dispiace.”
“Davvero?”
“Sì.”
Stringe le spalle, chiude gli occhi. Quando li riapre sembrano come appesantiti da una lunga veglia o da una brutta digestione.
“Ti prego. Se c’è un altro, dimmelo. Vorrei affrontare la cosa.”
“Non c’è niente da affrontare. Non c’è nessun altro.”
Non aggiunge nulla. La sua mano si muove. Esita. Si muove.
Prende la mia.
“Peccato”, sussurra. Quasi non sento il suo cuore che fa: plùf.

Tre.

È sempre stato un fenomeno. Fin dal primo istante. Un tipo davvero speciale.
Imprevedibile.
Incomprensibile.
Imprendibile.
Il mio uomo.
Casa sua: una coreografia di colori, odori, suoni in continuo movimento.
Fuori controllo.
Ad esempio, quel libro che gli ho prestato il mese scorso: non lo ha più ritrovato.
L’ho visto coi miei occhi cercarlo nel bagno tra gli shampoo e i bagnoschiuma, perfino in cucina tra le scatole e i barattoli.
Perde tutto ovunque, si perde ovunque.
Amavo farmi trascinare. Concerti dove non capivo una nota. Reading pazzoidi. Vernissage fotografici.
Non so quanti inviti a inaugurazioni di ristoranti, club, associazioni culturali. Senza sapere mai che faccia mettersi.
E lui ogni volta una frase adeguata, un giro rapido di presentazioni, poi via, tra le circostanze.
Parlando con tutti, famelico, senza sosta.
Annunciando sempre l’imminenza del suo prossimo libro. Mai visto scrivere una parola, in quattro mesi.
Cucinava, raccontava, progettava. Scrivere, nulla.
E il sesso, sempre inatteso. D’un tratto – a metà di qualcosa, spesso la cena – mi prendeva. Su due piedi. Letteralmente.
Era febbrile e tenero, un tumulto trattenuto.
Finivamo di mangiare la notte o la mattina presto. Quelle mattine di frasi brevi, solo per sentirsi un po’ la voce.
E adesso, adesso, vederlo così. La testa bassa, una mano nell’altra.
Su quel divano che sembra all’improvviso vecchio, logoro. Inadeguato.
Rimango in piedi, non ho tolto neppure l’impermeabile. Sapevo che sarebbe stato più difficile, stavolta. Per questo ho voluto dirglielo subito, appena arrivata, senza gesti o frasi nel mezzo.
Quattro parole: “ho deciso di lasciarti”.
Steso, spaccato, abbattuto.
Passano dei minuti.
Non alza lo sguardo quando mormora: “ti ho vissuta così… Intensamente.”
È come un pugno. Il dolore si spande caldo e liquido nello stomaco. Toglie il fiato.
Si è spento, arreso. Era così in alto, è caduto.
Non ho niente a cui aggrapparmi, non dico nulla.
Lui, lo stesso.
C’è un silenzio che da tempo non sentivo. Un silenzio che mi respinge.
Me ne vado.
Tra il rumore dei miei passi, avverto un tonfo sordo. Mi blocco. Mi volto.
Non è successo niente. Matteo è immobile, impagliato nel suo dolore.
Forse – ma certo – è stato il suo cuore. Ha fatto: plùf.

Zero.

Bella fica. Mi piace come i capelli le si arricciano sulla fronte, sugli zigomi.
Sembrano alghe fradice.
Una bestiolina malvagia.
E poi quel trucco crudo, le labbra spavalde.
Le spalle magre.
Quell’aria insidiosa e scattante, in agguato.
Sono io.
Riflessa nello porzione di specchio tra i superalcolici dozzinali.
Il solito locale, il solito blues rock che non c’entra un cazzo. Il solito bar.
Il solito barista.
La sua efficienza tesa, gli ammiccamenti. Qualche sorriso di troppo.
Finisce di servire il plotoncino di cuba libre e piomba sullo scontrino che gli porgo.
Lo afferra, lo strappa.
“Prego.”
“Dovresti saperlo. Daiquiri.”
“Sarai ben servita, madame.”
Gli apparecchio il sorriso più felino che posso. Casomai, potrebbe andarmi bene anche lui.
Un po’ giovane, certo. Almeno dieci anni meno di me.
Almeno.
Il daiquiri è generoso come o forse più del precedente, ma lo finisco in due minuti. Odio andarmene in giro attaccata a un bicchiere. Come se ne avessi bisogno.
Una fitta alla tempia. Leggera, leggera, leggera.
Tutto questo parlare urlando, tutto questo masticare l’osso di conversazioni brillanti e vomitarsi addosso saccenze d’occasione.
Piene di malgrado, però, comunque, ma vedi.
Ma vedi.
Occhi che mi guardano senza darmi nulla in cambio.
Fate pure, stronzetti. Non sono qui per voi. Con la vostra fanzine in tasca, la fotocamera e il cd da far autografare. Alternativi col cervello in pappa al primo sculettare di minigonna.

Concerti. Quanti concerti. Ho visto passare la coda della new wave come un treno nero sferragliante.
Era il mio treno, non potevo sbagliarmi. Mi chiamava, mi ci aggrappai. Lasciandomi trascinare e sbattere per mezza Europa – e l’Europa era ancora un’idea grigia.
Non ne sono mai veramente scesa.
Mi sono prostrata a chiunque mi soggiogasse.
Ho visto bruciare fuochi che facevano male, ho ascoltato musica che mi cantava uccidendomi.
E mi sono sentita così tante volte viva.

Sono qui da sola, sicuro. Non ho nulla da dirvi e da dare.
Sono qui per un concerto, questo concerto.
Anzi, per una canzone.
La band è nulla di eccezionale, ma so che faranno quella canzone. Sanno come renderla veleno e terapia.
La mia terapia, per stasera.

Ecco. Luci spente.
Le solite grida.
Urla la chitarra.
Luci sul palco.
Si va.
Mi muovo appena. Più che la musica sono i daiquiri. Ma va bene così.
La cantante è rigida. Magrissima. Pallida. Gli occhi chiusi.
Le gambe ossute, nude, aperte. Una minigonna di jeans che non basta a coprire le mutande.
Bruttina, ma tutti se la farebbero. Ci scommetto.
La mia canzone-terapia non arriva che a fine scaletta, come previsto.
È una ballata tesa, piena d’allarme e di una strana, sgomenta speranza.
Riesce ad assolvere tutte le ovvietà punk wave sciorinate finora.
Mi prende con sé.

We wanted to find love
We wanted success
Until nothing was enough
Until my middle name was excess

Mormoro le parole senza cantarle. Mi muovo piano, ondeggio.

You shop-lifted as a child
I had a model’s smile
You carried all my hopes
Until something broke inside

Chiudo gli occhi. Alzo le braccia. Cerco di annullare il marasma del pubblico. Tutto quel vuoto.

But one day we’ll float
Take life as it comes

Apro gli occhi, mi guardo intorno. Ed ecco, succede. Come ogni volta.
Sguardi su di me. Tanti.
Non mi resta che coglierli uno ad uno, come petali di luce in questo buio ostile.
Fino ad incontrare quello giusto.

Finché non sento il cuore che fa: plùf.

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