Le regole e il senso: Tom Sawyer e Nomadland

Un libro che ho letto e un film che ho visto, ma anche un libro che non ho letto e un film (anzi, più di uno) che non ho mai visto.

Le avventure di Tom Sawyer, il classico di Mark Twain, è uno di quei romanzi che ho dato sempre per scontato. Filtrato lungo le porosità dell’immaginario, fa parte da sempre del patrimonio culturale collettivo, una specie di archetipo. Al punto che non averlo letto e non avere neppure mai visto nessuna delle versioni cinematografiche o delle serie animate, non mi è mai sembrata una lacuna da colmare. Se ho sentito il bisogno di leggerlo oggi, è per uno di quegli incroci di circostanze che non saprei spiegare. Non razionalmente, almeno. Il bello di non avere un piano di letture strutturato è proprio questo, no? Ti dici: è proprio arrivato il momento di leggere il Tom Sawyer. E così ho fatto. Quel che ci ho trovato è, come del resto era prevedibile, molto più di quanto mi aspettassi.

La definizione di “classico della letteratura per ragazzi” è del tutto centrata, tuttavia rispetta ben pochi dei parametri con cui oggi si produce letteratura per ragazzi. È un libro intriso di dolore, paura e morte. I protagonisti – Tom e Huckleberry Finn, ovviamente, ma anche Becky, Joe, Sid… – si muovono sulla linea d’ombra che separa l’infanzia dall’adolescenza, fantasia e consapevolezza, una briosa anarchia dall’adesione ai modelli adulti. Proprio sul filo di questa costante tensione le “avventure” acquistano forza, gorgogliano energia comica e poetica sotto la cappa della desolazione, della tragedia imminente, di un futuro che nei sogni dei fanciulli assume un’inconsistenza zuccherina, come un miraggio in cui vale la pena di credere meno che nel potere liberatorio del gioco.

Tra le schermaglie per la supremazia nella tribù, lo spettacolo d’arte varia per conquistare il cuore di una compagna di classe, la fuga su un’isola in mezzo al Mississippi per fingersi pirati, certi macabri riti apotropaici a base di gatti morti, un truce assassinio e lo smarrimento in una caverna, Tom Sawyer inanella un carosello di vicende rocambolesche che celebrano la dialettica tra individuo e cittadino, tra febbre di libertà e adeguamento alle regole. Per molti versi è inevitabile operare un parallelismo con il Pinocchio di Collodi, pubblicato appena cinque anni più tardi (nel 1881), a partire dalle dinamiche così diverse ma simili innescate dalle coppie Tom & Huck da un lato e Pinocchio & Lucignolo dall’altro.


Twain – il cui vero nome era Sam Clemens: lo pseudonimo derivava da “by the mark, two”, espressione in codice dei manovratori di traghetti impegnati a rassicurare circa la profondità dell’acqua – era tutt’altro che uno scrittore banale. Al di là della brillantezza dei dialoghi e del dinamismo con cui si srotolano gli intrecci, quando si concede pause descrittive sa conferire alla prosa un respiro altamente suggestivo, con ben poco da invidiare agli autori del “gotico”. Come nel passaggio seguente:

“A un tratto vi fu un vibrante bagliore, che vagamente rivelò il fogliame per un momento  e poi si spense. Di lì a non molto ne seguì un altro, un po’ più intenso. Poi un altro ancora. Quindi un gemito sommesso cominciò a sospirare tra i rami del bosco, e i ragazzi sentirono un alito fuggevole sulle gote e rabbrividirono, immaginando che fosse passato lo Spirito della Notte.”

Ma la parte che più mi ha colpito è nel finale, quando Huck rinuncia alla “fortuna” di una vita agiata per tornare al suo abituale randagismo. A Tom, che cerca di convincerlo a non gettare al vento quest’occasione, dice:

“Ci ho provato, e non funziona, Tom, non funziona proprio. Non fa per me; non ci sono abituato. La vedova è buona e gentile con me, ma non posso sopportare quei suoi sistemi. Mi costringe ad alzarmi sempre alla stessa ora ogni mattina; mi fa lavare e pettinare, possano andare tutti all’inferno! Non mi consente di dormire nella legnaia; devo portare quei maledetti vestiti che mi soffocano, Tom; sembra, in qualche modo, che l’aria non ci passi attraverso; e inoltre sono così orribilmente eleganti che non posso sedermi, né sdraiarmi, né rotolarmi in nessun posto; non ho varcato la soglia di una cantina da… be’, ho l’impressione che sia da anni; devo andare in chiesa e sudare, sudare…; le odio, quelle prediche così leccate! E in chiesa non posso acchiappare una mosca, non posso masticare tabacco. E devo portare le scarpe per tutta la domenica. La vedova mangia al suono di un campanello; va a letto al suono di un campanello; si alza al suono di un campanello… tutto è così spaventosamente regolato che una povera creatura non riesce a sopportarlo.”

Huck sta parlando al suo amico, ma ancor più a noi abitanti del ventunesimo secolo: ci dice che non riesce a sopportare ciò che noi consideriamo normale, quotidiano. Ci dice che nessuna “povera creatura” potrebbe sopportarlo.

Prima di finire la lettura – mancavano pochi capitoli – ho visto Nomadland, il film di Chloé Zhao vincitore di tre statuette ai recenti Oscar, tra cui miglior film, migliore regia e migliore attrice protagonista (una Frances McDormand al solito superlativa). In genere non tengo in grande considerazione le premiazioni della Academy, ma stavolta mi pare che ci abbiano preso in pieno. È una pellicola asciutta e poetica, caratterizzata da una franchezza spietata ma che ha il grandissimo merito di non indulgere nel tragico, di non cercare la facile commozione ma di limitarsi a definire un quadro laconico e crudo che si incide come un punto di domanda nell’anima. Fern, la protagonista, vive nel suo van attrezzato con tenacia meticolosa. Non è una “senza dimora”, semplicemente non ha una casa. Dopo la crisi economica che ha annientato la cittadina di Empire – nome straordinariamente ironico, ma non è un’invenzione: esiste davvero, si trova nel Nevada – e la morte del marito, a Fern è rimasta solo se stessa e la propria caparbietà. Vive attraversando gli USA sulle tracce dei lavori stagionali (in un magazzino di Amazon nel periodo di Natale, raccogliendo barbabietole, come factotum in un campeggio…), apparentemente sradicata eppure salda nella sua volontà di restare umana giorno dopo giorno, un espediente dopo l’altro.

Quello che sconvolge è rendersi conto che la sua non è una scelta disperata, ma dettata dalla speranza di non smarrire il senso di vivere: avrebbe la possibilità di “sistemarsi”, da amici, dalla sorella, da un ex-nomade innamorato di lei che le offre un tetto e una nuova famiglia, ma rifiuta. Fern non può accettare, perché quello che ha trovato è un codice, una grammatica di relazioni, un patto con se stessa e infine – appunto – un possibile senso di sé nel mondo. Come potrebbe una “povera creatura” sopportare ciò che è tutto così “spaventosamente regolato”, e che soprattutto con la forza delle sue regole le ha portato via tutto ciò che le era stato promesso come stabile, duraturo, affidabile – un lavoro, una casa, una famiglia, una vita?

Questa domanda, questo dissidio implicito, riaffiora con regolarità nella cultura USA. Letteratura, cinema, musica e arti figurative sono attraversati da una vibrazione profonda che insiste sulla frattura tra la realtà in quanto realizzazione del migliore dei mondi possibili e la sua sostanziale disumanità, tra il sogno americano come apoteosi della libertà e la sua libertà preconfezionata, (perciò) illusoria.

Nomadland (film tratto da un libro molto apprezzato che non ho letto) e Le avventure di Tom Sawyer non hanno praticamente nulla in comune, a parte questa inattesa connessione innescata dal caso che me li ha fatti incontrare negli stessi giorni (non è la prima volta che accade).

Il caso non conosce ragioni. Oppure – chissà – conosce ragioni che la ragione, da sola, non conosce.  

7 commenti

  1. Tom Sawyer non ho mai letto …E il film Nomadland mi ispira molto,forse anche perché mi sento forse così spiritualmente..Appena lo vedrò, potrò dare una opinione.
    Grazie della chiara e interessante recensione.

    Piace a 1 persona

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