Copertine

Qualche tempo fa – primi anni Zero – mi furono commissionati dei racconti per una webzine che oggi, ahimé, non esiste più. Col tempo mi sono dimenticato di quei racconti, ma li ho recuperati curiosando dentro a un vecchio hard disk: nella maggior parte dei casi l’amnesia era pienamente giustificata, ma in alcuni raccontini ho trovato qualche elemento di curiosità (uno lo trovate qui, un altro qui e un altro ancora qui). È accaduto anche per quello che trovate qui sotto, nel quale in qualche modo mettevo nell’obiettivo l’imminente vaporizzazione del supporto fonografico, parlando nel frattempo di altre cose.

Buona lettura.

COPERTINE

La vedevo senza guardarla. Da mesi, anni. Bella? Sì, certo. Una donna ancora giovane ma non più così giovane. Sciupatina come ti sciupano gli anni se non li passi a volerti soprattutto bene. Lei ha un marito, un figlio. Si chiama Marta. Abita a pochi metri da casa mia, al civico accanto. Dalla mia terrazza si scorge la sua. Quante volte in passato l’avrò salutata? Quante volte avrà ricambiato il mio saluto? Cortesia automatica, da buon vicinato. Lei col bambino, lei col marito, lei col marito e il bambino. Lei da sola. I fianchi un po’ più larghi, ma non molto. Lo sguardo vivo e nero. L’andatura irreprensibile, veloce. Veste sempre di scuro. In estate non le ricordo un colore, uno svolazzo, una trasparenza. Una persona che per caso vive non lontano da me: non mi era mai sembrata altro che questo. Non avevo mai pensato davvero a lei.

Poi, quella sera, rientrai un po’ più tardi. Un po’ più stanco. Con la testa impantanata. C’era quel progetto che s’incasinava. Non ne venivo fuori. E quell’aria, in ufficio, come se non aspettassero altro per mettermi all’angolo. Non era vero, o forse sì, come sempre. Mi buttai sul divano. Mi rialzai quasi subito. Accesi lo stereo. Partì Bitches Brew, il Miles stregone, il profeta indifferente e vulcanico. Alzai il volume. Poi aprii la persiana al tepore strano di quel tardo pomeriggio di ottobre. Marta passò proprio allora. Sola. Alzò lo sguardo, mi guardò come se non mi avesse mai guardato, pure lei. Mi guardò quei due secondi di troppo. Profondamente. Le sorrisi, accennando all’interno di casa mia, come a scusarmi di quella musica, di quel volume. Allora lei si fermò, e disse qualcosa che non riuscii a capire. Le dissi non ho capito. Allora Marta sorrise. Un sorriso che le prese tutta la faccia e, potrei giurarlo, il corpo. Le dissi aspetta che abbasso. Quando tornai alla finestra, lei non c’era più.

Seguì una mezz’ora d’apnea. Cercavo d’interpretare ogni particella dell’episodio. Proiettavo le intenzioni. Calcolavo le possibilità. Capii – mentre la bolgia davisiana si distendeva e frastagliava martellando il circolo chiuso dei miei pensieri – capii che era solo questione di tempo. L’avrei conosciuta. Lo avrei fatto, sì, perché lo volevo. In quei pochi attimi misi a fuoco quanto desideravo conoscerla. La sua normalità, la sua incomprensibile vicinanza, rapita da un refolo jazz-rock: fantastico. Incredibile.


Due giorni dopo, stava seduta sul mio divano. Le offrii da bere. Rifiutò. Aveva le mani raccolte, impagliate da un imbarazzo mimetizzato. Però le brillava lo sguardo, era loquace. Mi preparai un rum cooler, meno leggero di quanto volessi.

È curioso, sai?, le dissi.

Che cosa?

Che questa musica ti abbia attirata.

E perché?

È una musica… Difficile. No?

È strana. Ma è bella.

Sì. Non esiste una definizione migliore.


Il volume era molto più basso ma Bitches Brew inquietava lo stesso.

In effetti, è uno degli ascolti più “strani” che mi concedo.

Cosa ascolti di solito?

Jazz, più che altro.

Sei un appassionato?

Lo sto diventando.

Mio marito un po’ lo è.

Ah. E cosa…

Chet Baker, Coltrane, Mingus… E Miles Davis, naturalmente.

Naturalmente. E non ti aveva mai fatto ascoltare Bitches Brew?

Non mi pare. Non è il tipo di jazz che lui ama.

Vuoi… Vuoi farglielo sentire? Te lo presto volentieri.

Meglio di no.

Rimase sospesa per qualche attimo, guardandomi come se mi calcolasse sul volto qualche incrocio di possibilità. Poi scosse la testa.

Non deve sapere che sono stata qui.

Certo.


A quel punto lei si aprì. Non disse né fece nulla. Rimase morbida, immobile. Ma lo capii. La sentii aprirsi. Cambiai disco. The Age Of Steam, di Gerry Mulligan. Roba di secondo piano, però disinvolta e mutevole, veloce e distesa, calda e mercuriale. Perfetta. Non dicemmo niente per qualche minuto. Ascoltavamo. Ci sentivamo nel rimbalzo di quei suoni eleganti eppure, come dire, insidiosi. Poi l’abbracciai. Restammo lì, sul divano. Prima vestiti, poi nudi. Tra conferme e sorprese. I nostri gesti erano misurati, accorti. Non riconoscevo in me quella delicatezza, quel bisogno di dare e ricevere rispetto. Adesso so che avevo paura. Della sua incongruente normalità. Della sua transitorietà. Il suo odore era nuovo, eppure lo riconoscevo: sapeva di stanze, di frasi uguali giorno dopo giorno. Di moglie e madre. Di proposte e negazioni.

Non so neppure che lavoro fai.

Segretaria.

Lo disse con noncuranza, senza sprecare un’espressione.


Ci vedemmo ancora. Sviluppammo un codice semplice: se l’avessi vista passare, l’avrei guardata. Ci saremmo guardati. Sentiti. Capiti. Accadeva una, due volte alla settimana. Erano incontri brevi, una mezz’ora, poco di più. Però mai trafelati. Non parlammo mai di suo marito, di suo figlio. Non c’era bisogno. Li sentivo attraverso di lei. Me li faceva sentire. Iniziò a portarmi dei dischi, quelli che amava. Cookin’ del Miles Davis Quintet. Chet With Strings. Lady In Satin. Li lasciava da me.

Tuo marito se ne accorge.

No, non credo.

Durò qualche mese. Quando finì, non lasciò ferite. Una sera ci fu un chiaro preludio della fine. Eravamo nudi sul divano – è buffo come il divano sia rimasto il nostro giaciglio per tutto quel tempo, come se volessimo celebrare un rituale un po’ infantile, o volessimo tracciare un limite, o forse semplicemente perché in camera non c’era uno stereo decente – insomma, stavamo spendendo gli ultimi minuti insieme, neppure ricordo cosa stessimo ascoltando.

Ad un tratto, le sentii dire: Possibile che anche il disco più bello ti possa stancare?

L’abbracciavo da dietro, in quell’incerto equilibrio che non mi faceva capire quanto lei si appoggiasse a me, quanto io mi appoggiassi a lei. Al suo fianco morbido, appagato. Le carezzavo il seno senza più avvertire stupore per quel senso di non appartenenza strisciante, per quella vicendevole anomalia.

Certo che sì.

Sì?

Ce n’è qualcuno là, su quello scaffale.

Mi guardò con una fetta sottile di pupilla, le labbra rigide. Proseguii:

Vuoi qualche titolo? Abbey Road. Deja Vu. Astral Weeks. Pink Moon. Exile On Main Street.

Lei, silenzio.

E Harvest, certo. Soprattutto Harvest. Lo conosci?

Devo averlo sentito, qualche volta.

Le canticchiai senza fare caso all’intonazione:

“To give a love, you gotta live a love. To live a love, you gotta be a ‘part of'”

Poi, quasi soffiandole nell’orecchio:

“When will I see you again?”

Sorrise, un po’ rigida. Ricambiai con tutta la morbidezza che non riuscivo a trattenere, e aggiunsi:

Però ho risolto il problema. Quei dischi non potranno stancarmi più. Non mi stancheranno mai.

E come hai fatto?

Quelle sono solo le copertine. I dischi non ci sono.

Non ci sono?

No.

E dove sono?

Li ho buttati.

Non ci credo.

Controlla.

Mi rivolse il suo sguardo e il suo sorriso da passante, da vicina.

Non controllò.

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