Dry – L’esordio/spartiacque di PJ Harvey

Il 30 marzo del 1992 usciva Dry, album di debutto di PJ Harvey. Non mi accorsi subito di lei, ma quando accadde fu un incontro spartiacque, una frattura nella mia vita di ascoltatore (e nella mia vita tout court). Lo fu cosi tanto che nel 2009 mi riuscì quello in cui non speravo più: pubblicare un libro, PJ Harvey Musiche Maschere Vita (Odoya). Qualche anno prima avevo scritto un articolo dedicato a lei su Sentireascoltare, da cui ho estrapolato questa recensione di Dry.

***

Alla musica Polly si prestò fin da giovanissima, spinta da un’atmosfera familiare favorevole – i genitori erano due reduci del ’68 con la discoteca zeppa di sano acidissimo rock’n’roll. A soli quindici anni suonava il sax nell’ensemble Boulogne, avventura curiosa (otto dilettanti in cerca d’eccentricità) ma breve. Timbrò quindi il cartellino nei Polekats e – soprattutto – negli Automatic Dlamini di Bristol, band in cui militava un certo John Parish. La giovane Harvey si occupava di sax, chitarra e backing-vocals: non poteva bastarle. Il tempo di pubblicare un album, From A Diva To A Diver, e se ne andò per dare forma alle proprie composizioni, alla propria musica. La accompagnarono il bassista Steve Vaughan ed il batterista Robert Ellis: con lei a voce e chitarra, era nato il PJ Harvey Trio.

Ne uscì musica come brandelli d’anima e particole viscerali a squassare una morale profonda, incarnita. Cruento cerimoniale d’autoflagellazione. Cercando l’infimo, la degradazione, come una guerra concentrata sul proprio metro quadro, tanto veemente – con la chitarra elettrica scorticata, col canto posseduto e carnefice – da coinvolgere il mondo.

Un primo singolo, Dress, ovvero un graffio pericolosamente vicino all’iride. Quanto all’album d’esordio, è ancora oggi un’esperienza sconvolgente. Dry (Too Pure, 1992) sembra fin dalle prime note un’invocazione al demone del blues perché accolga, esorcizzi e se possibile risolva il dissidio cosmico tra l’amore e la sua insostenibilità. Di più, il suo corollario crudele, la carnefice propensione al dominio dell’Uno sull’Altro, conflitto atavico dalla valenza simbolica pressoché intatta.

Undici pezzi selvaggi e disperati: strategie post punk imbrattate di misteri folk-blues, blues e ancora blues, sgranato, rallentato, devastato, elevato a grido catartico, a cerimoniale pagano (la produzione di Head azzecca l’enfasi cruda dei bassi, il crogiolo sonnecchiante ed esplosivo di chitarre e drumming). Tra i titoli spiccano la cruda Oh My Lover, il sabba garage della già citata Dress e la giga amfetaminica di Joe.

Poi, soprattutto, Sheela-Na-Gig e Victory, atti al fulmicotone d’una commedia epica e uterina, tra rigurgiti di mitologia e femminilità sotto schiaffo. Discorso a parte merita Plants And Rags, viluppo nevrastenico del violoncello che s’impiastra sui pensieri, una specie di consiglio di sfuggita a tutto il cantautorato folk-rock passato, presente e futuro. E’ solo l’ansito iniziale, preliminare di un amplesso che diverrà presto e sempre più un incendio.

8 commenti

  1. […] Autunno 1995, Mellon Collie And The Infinite Sadness, terzo album degli Smashing Pumpkins. All’epoca la band di Chicago era, più che in ascesa, lanciatissima. Questo doppio CD li proiettò nell’empireo a tamponare la crepa lasciata aperta e sanguinante dal suicidio di Cobain, loro assieme al battaglione del grunge ormai al tramonto, mentre sulla sponda d’Albione avanzavano sgomitando quei facinorosi buontemponi del brit-pop (ai quali preferivo senza se e senza ma la tagliente e morbosa Polly Jean Harvey). […]

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