Dense, spigolose inquietudini: Marianne Faithfull – Broken English

Il 2 novembre del 1979 usciva Broken English, settimo album per Marianne Faithfull, personaggio cruciale per le sorti del rock (e dei rocker) nella seconda metà dei ruggenti Sessanta. Per la sua spericolata frequentazione con la cerchia Stones (in particolare con Jagger) e la disponibilità a perdersi nell’abbraccio di sostanze poco raccomandabili, per la bellezza disarmante in cui rifulgevano riflessi di nobiltà (lo è davvero, nobile) e una trasparenza fragile, tormentata, Marianne ha faticato e vedersi riconosciuti i meriti musicali che si è guadagnata sul campo, come dimostra questo disco, così sapientemente in bilico tra old e new wave, tra elettronica ed elettricità, tra il fulgore algido dei neon e le increspature contorte del buio.

Nel 2009, a trent’anni dall’uscita, dedicavo a Broken English queste righe pubblicate sul Mucchio.

***

Marianne Faithfull – Broken English (Island, 1979)

Diamante sfaccettato ma grezzo (e per nulla pazzo), Marianne Faithfull ha indossato negli anni i costumi più disparati. È stata junkie delicata e chanteuse carnale, eterea amante per gli Stones e suora oltraggiosa col Bowie rossochiomato, spesso e volentieri interprete intensa con un tarlo nella voce anzi nell’anima, quindi – ovviamente – modella non proprio procace ma dalla provocante, tossica, irresistibile innocenza. In ogni sua manifestazione entrano in gioco diverse dimensioni, come una disputa sempre in corso dietro la maschera, e poi ancora altre maschere e ruoli sfogliando le pellicole della persona. Non stupisce che, oramai sessantenne, abbia rivelato al mondo capacità attoriali di tutto rispetto, nel segno della stessa fervida disinvoltura con cui sul finire dei Seventies svoltò dal comodo sentiero del folk-rock per licenziare questo immarcescibile Broken English, frutto new wave talmente succulento e maturo da farti credere che Marianne l’avesse covato in grembo da sempre. Tra la tensione spigolosa di What’s The Hurry, la densa inquietudine di Guilt, l’asprezza reggae di Why D’Ya Do It, l’algida amarezza della title track, una livida rilettura di Working Class Hero e certi dolciastri smarrimenti dell’anima (Witches’ Song), si delinea un quadro composito ma straordinariamente coeso, dove impegno e urgenza Patti Smith si stemperano coi rigurgiti Dylan (The Ballad of Lucy Jordan) prima di vaporizzare tra istanze Brian Eno, Ultravox! e Blondie. Riascoltatelo, poi guardatevi attorno: di figlie e figliocce in circolazione ce ne sono parecchie. Non tutte all’altezza*.

*una sicuramente all’altezza è PJ Harvey, con la quale ha collaborato per l’eccellente Before The Poison del 2004. Qui trovate la mia recensione d’epoca per Sentireascoltare

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