Awakening Songs #8: The Smashing Pumpkins – Take Me Down

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Eccomi qui, all’alba di una giornata un po’ più complicata di altre, la testa che galleggia sulla propria pesantezza consegnata – come una specie di rassegnazione preventiva – al cuscino. La sveglia suonerà fra mezz’ora, però, fanculo, mi capita sempre più spesso di anticiparla. Sono già qui, stronza. Ti spegnerò in un lampo.

Cerco di non pensare al troppo che ho da pensare, cancello situazioni, previsioni, possibili complicazioni. Conosco un vecchio esercizio zen (o almeno mi pare che sia zen, boh): devi visualizzare le tue preoccupazioni, portarle sulla punta del naso, e lasciarle cadere. Una ad una. Finché non ti resta la mente sgombra. Sembra incredibile e un po’ stupido, ma funziona. La testa si svuota. Rimango solo, libero, con la rassicurante pesantezza-rassegnazione. Consegnato al cuscino.

Ed ecco, ecco che arrivano quelle parole:

Take me down to the underground

Le canticchio a bassissima voce, tra il sussurro e il silenzio. A occhi quasi aperti. E, strano, non ricordo a quale canzone appartengono. A quale cantante, quale disco. Quale epoca. È una piccola, straniante frustrazione che dura un plotoncino di secondi, poi mi torna in mente. E come non potrebbe.

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Autunno 1995, Mellon Collie And The Infinite Sadness, terzo album degli Smashing Pumpkins. All’epoca la band di Chicago era, più che in ascesa, lanciatissima. Questo doppio CD li proiettò nell’empireo a tamponare la crepa lasciata aperta e sanguinante dal suicidio di Cobain, loro assieme al battaglione del grunge ormai al tramonto, mentre sulla sponda d’Albione avanzavano sgomitando quei facinorosi buontemponi del brit-pop (ai quali preferivo senza se e senza ma la tagliente e morbosa Polly Jean Harvey).

Era insomma una fase piuttosto divertente se avevi il vizio di amare il rock (e non ho citato i vari Pavement, Beck, Flaming Lips, Mercury Rev, per non dire dei R.E.M. ancora a livelli altissimi, insomma, la lista sarebbe lunghissima…). In tutto ciò, gli Smashing Pumpkins di Billy Corgan con Mellon Collie misero a segno qualcosa di veramente grosso, si giocarono tutta la posta: un album di 28 pezzi che percorreva un ventaglio stilistico spaventosamente vario, dall’hardcore-noise al pop passando dal folk più o meno psichedelico alla ballatina gothic-wave. Dimostrando oltretutto un’ispirazione mediamente alta, a tratti altissima.

Eh, sì: la vena di Corgan all’epoca pulsava in maniera disumana. Però, lì in mezzo, c’era una canzone, l’unica non scritta da lui. E non interpretata da lui. Chiudeva il primo dei due CD, era una ballatina lunare, esile e malinconica, intitolata Take Me Down, musica, parole e voce di James Iha. Il quale, al pari del buon Billy, era (è) chitarrista capace di vampe elettriche potenti e persino violente. Ma in quel caso, in questo caso, dimostrava un’attitudine delicata, rivolta ai quadretti folk dal cuore inquieto, abitati da una specie di mistero radioso, come devono esistere da qualche parte tra gli incantesimi indolenziti di Nick Drake e gli arguti struggimenti dei Left Banke (una calligrafia che James Iha avrebbe ribadito tre anni più tardi nel buon album solista Let It Come Down).

Non era certo l’unico episodio quieto di Mellon Collie, ma Take Me Down dimostrava un passo diverso da una To Forgive, da una Stumbleine e da una Galapagos, la sua visione era in qualche modo più distaccata, estatica, era in tutto e per tutto uno di quegli episodi alieni che, in un modo difficilmente spiegabile, giustificano la propria presenza in una scaletta fornendo alla scaletta stessa quella completezza che, altrimenti, non raggiungerebbe. Quando si dice che l’insieme vale più della somma delle parti, è a dischi come questo che vale la pena di pensare.

Un quarto di secolo dopo, però, eccomi con la testa sul cuscino, impegnato a svuotarla da ogni pensiero in attesa che la sveglia mi svegli (inutilmente), a canticchiare in quasi silenzio una canzone – e proprio quella canzone – di cui quasi non ricordo il titolo.

Take my hand, I lost where I began

Una canzone da sempre sepolta in mezzo alla tempesta espressiva di quegli Smashing Pumpkins, di quel Billy Corgan, e che dopo anni a quanto pare ama prendersi un qualche tipo di rivincita, almeno con me. Che da sempre mi chiedo quanto senso di perdita e quanta invece attrazione, quanto amore e quanta distanza, si nasconda in quei versi elusivi. Forse la sua forza – una forza sottile – sta proprio qui: in un punto interrogativo che è rimasto appeso, tra un CD e l’altro, tra mille canzoni, e che non smette di farmi la domanda che in fondo tutti si fanno, o dovrebbero farsi.

Will you help me understand

Qui tutte le Awakening Songs

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