Cannibalismi streaming

Premessa: proprio mentre sto leggendo Fedeltà di Marco Missiroli, mi arriva la notizia di un progetto di serie tv basata proprio su questo romanzo, uscito – per la cronaca – lo scorso 12 febbraio e incluso nella dozzina dei finalisti allo Strega.

Pochi giorni fa si è saputo che, sempre su Netflix, sarebbe in avanzata fase di realizzazione una serie tratta da Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez. Intanto si è appena conclusa la serie Rai ispirata a Il nome della rosa di Eco, mentre è ancora vivo il riverbero social relativo alla serie tratta da L’amica geniale di Elena Ferrante. Senza contare i recenti exploit di serie ispirate alle opere di Margaret Atwood (The Handmaid’s Tale), Joe Lansdale (Hap & Leonard) e di Philip K. Dick (Electric Dreams). Pare insomma che tra narrativa e serie tv il rapporto sia sempre più stretto. Fine della premessa.

Premessa numero due: un paio di anni fa (abbondanti) stavo scrivendo Nastri, un romanzetto distopico uscito nel giugno del 2017 e destinato a una vasta ancorché meritata indifferenza. Avendolo ambientato nel 2052, fu necessario immaginare lo stato delle cose in quel futuro abbastanza lontano ma neanche troppo, tenuto conto di una catastrofica epidemia che avrebbe decimato la popolazione (maschile) europea nel 2032. Questo lavoro di immaginazione fu piuttosto impegnativo e – va da sé – assai divertente. Tra le cose che ipotizzai per quella metà di ventunesimo secolo, c’era l’oramai incontrastato dominio delle serie tv tra le forme di intrattenimento domestico.

Pensai e ripensai a quella scelta, mosso da forti dubbi circa la sua plausibilità, tenuto conto dell’imprevedibile obsolescenza di mode e manie. Mi dicevo però che in fondo gli “sceneggiati” esistono almeno dagli anni Sessanta, quindi si è già ampiamente dimostrata una sorta di persistenza del format, pur con tutte le evoluzioni del caso. Ragion per cui, ipotizzare che fra trent’anni la serie tv sarà ancora un formato televisivo di riferimento non mi sembrò un azzardo eccessivo.

Proprio come pensare che la televisione nel 2052 sarà ancora – mutatis mutandis – uno standard dominante per quanto riguarda l’erogazione e la fruizione di intrattenimento. Un aspetto, quest’ultimo, che nella fiction distopica di Nastri è conseguenza anche di un drastico giro di vite imposto al web per come lo conosciamo oggi, da cui un ritorno alle modalità di informazione e intrattenimento “verticali”. Dietro l’ipotesi del dominio delle serie tv in quel cupo futuro c’era però anche altro. Una sensazione. Una strisciante preoccupazione. Del resto la distopia pesca sempre, per allestire i suoi incubi futuri, tra i timori del presente. Non può fare altro. Fine della seconda premessa.

Mi capita spesso di pensare che per sua natura l’adattamento di un romanzo (o di un fumetto) si confaccia benissimo al formato delle serie tv, meglio di quanto non sia finora accaduto e accada col cinema (film di un paio d’ore o giù di lì).

Personalmente continuo a preferire quest’ultimo formato – una vera e propria dimensione -, ma ciò non mi impedisce di convincermi che per durata, modularità e modalità di fruizione la serie tv riesca a “mimare” con maggiore efficacia le specificità della narrativa (e del fumetto), proponendosi di fatto come un suo (loro) super-sostituto.

L’imporsi dello streaming come modalità standard di erogazione ha chiuso il cerchio: ci dedichiamo alla serie tv quando abbiamo tempo e voglia, secondo il tempo che abbiamo a disposizione o vogliamo mettere a disposizione, staccando e riprendendo a piacimento, proprio come facciamo da sempre con i romanzi o con le graphic novel. Anche un film tradizionalmente inteso può essere consumato in streaming, certo, ma per le caratteristiche del formato – e forse anche per un forte retaggio culturale – il film ti chiama alla visione completa, ti impone un suo tempo (o tenta di farlo). La serie tv è progettata per essere consumata a piccole dosi o in modalità “maratona”, il film invece è pensato come un’esperienza integrale, senza soluzione di continuità (gli “intervalli” erano dovuti un tempo a limitazioni tecniche – durata della bobina – e poi a esigenze commerciali – far lavorare il bar -, difatti in molti cinema “seri” non lo prevedono).

Ripeto: da buon analogico di mezza età continuo a preferire questa “dittatura” del film, assieme a tutte le peculiarità tipiche della “settima arte”. Però credo che le serie tv abbiano introdotto una prassi espressiva e di fruizione che rischia, sia dal punto di vista di chi la produce che da quello dello spettatore, di egemonizzare le modalità di intrattenimento domestico (assieme forse ai videogiochi) e, soprattutto, di imporre i suoi standard. E con “imporre i suoi standard” non intendo che possa farlo solo nei confronti del “cugino” cinema.

A questo punto potrei sbilanciarmi e dare voce a una sensazione (di cui sopra) che, lo ammetto, può suonare assai azzardata: la serie tv, per come sintetizza le modalità della letteratura (cannibalizzandone sempre più le tecniche e lo sterminato repertorio, ottenendone sintesi ovviamente nuove), del cinema (idem), del fumetto e persino dei videogame – tutti scambi in diversa misura reciproci – tende a proporsi come format espressivo definitivo. Quindi a farsi preferire, ma non solo: anche a imporre il proprio codice.

Vi invito a non vederci una profezia – tra le mie molte velleità non ci sono i vaticini a gratis – ma solo una suggestione. Suffragata però da alcuni indizi, in primo luogo da come la produzione narrativa stessa sembri accogliere in maniera neanche troppo velata modalità strutturali tipiche del linguaggio (tele)visivo.

Un indizio arriva proprio da Fedeltà di Missiroli, romanzo in cui l’autore adotta un espediente narrativo che in altri tempi avremmo definito “cinematografico”, ovvero lo scivolare dell’obiettivo da un personaggio all’altro, come se i protagonisti si passassero il testimone del “fuoco” narrativo senza soluzione di continuità (personaggi che, sia detto per inciso, denunciano una palpabile bidimensionalità che in altri tempi avremmo detto “televisiva”). Per farla breve, questa tecnica rimanda a un vero e proprio montaggio – un gioco fluido di stacchi e dissolvenze incrociate – che sembra predisporre la storia alla sua traduzione in immagini. In un certo senso, è come se il Missiroli scrittore si ponesse già nelle vesti di sceneggiatore e regista. Niente di particolarmente strano, se non fosse che, a libro appena uscito, già si parla di farne una serie…

Nient’altro che un indizio, certo. Ma se ci fosse anche solo un barlume di verità, se questo sospetto contenesse anche solo un minimo fondamento, riterrei urgente chiedermi: nel momento in cui romanzi e graphic novel diventassero (anche) la premessa di qualcos’altro, ovvero la base di lavoro per una serie tv, quali potrebbero essere le conseguenze in termini di codice espressivo, di specificità linguistiche e strutturali? Cosa ne sarebbe di quei romanzi, di quelle graphic novel?

Detto che un’interazione reciproca tra forme espressive diverse ma comunicanti fa parte della normale evoluzione dei linguaggi, non rischieremmo in questo caso – data l’enorme disparità in termini di giro d’affari e platea – di rendere la narrativa e il fumetto “servi” della fiction televisiva?

Ripeto, non è che un sospetto, una suggestione, che un paio di anni fa mi sono divertito a far diventare uno degli ingredienti della visione distopica alla base di Nastri. Ma, da appassionato lettore, non posso fare a meno di preoccuparmi dell’eventualità che un simile scenario possa in una certa misura concretizzarsi, nel medio e nel lungo termine. Forse anche nel breve*.

*edit 01/04/2020: ovviamente la preoccupazione che possa realizzarsi “il dominio delle serie TV” nel frattempo è stata spazzata via dall’eventualità che possa compiersi l’altra profezia, quella di una pandemia devastante, di cui COVID-19 non sarebbe che un terribile antipasto

9 commenti

  1. “non rischieremmo (…) di rendere la narrativa e il fumetto “servi” della fiction televisiva?”.
    alcune idee sparse. non vedo contrapposizione: fin dall’inizio della storia del cinema, larga parte della filmogradia mondiale si è nutrita di trasposizioni di opere letterarie, ovvero non si è basata su sceneggiature “originali”. le forme d’arte sono per loro natura sinergiche e interattive. il pubblico viene educato alla visione *mentre* fruisce le serie tv più di quanto non accada nello spazio di un film (è una cosa che mi ha fatto riflettere). di spazio per l’arte cinematografica nelle serie tv ce n’è in abbondanza (vedasi The Leftovers, Breaking Bad, Black Mirror, Rectify, Les Revenants, Boris, River, Fleabag, The Young Pope, The Handmaid’s Tale etc etc etc). l’effetto “mercato” cinematografico, ovvero il bisogno commerciale, è stato smussato dalle serie tv in questi ultimi 5 o 6 anni (quindi il rischio in sé, ripeto, non lo vedo…). la letteratura perde terreno non perché ci siano le serie tv, ma perché il modello culturale post-moderno è sempre più visivo e la fruizione è fast-food. anzi, le serie tv, al contrario, spesso e volentieri sono *lente*, *riflessive*… possono concederselo, ovvero remano contro rispetto ai ritmi sincopatici-frenetici della filmografia recente hollywoodiana. prendi lo “scomodo” Sorrentino: in the Young Pope davvero supera se stesso. codice espressivo (nonché specificità linguistiche e strutturali) sono sempre marginali e secondari rispetto alla sostanza, alla materia artistica (che sia letteraria o cinematografica, narrativa o visiva). puoi pensare “elefante” senza vederlo mentalmente? quando arte e commercio interagiscono, l’enorme disparità in termini di giro d’affari e platea è sempre stata presente (lo sai che la cosa mi sta a cuore). quindi tutto come al solito, anzi, per quanto scritto sopra, direi un po’ meglio del solito. probabile comunque che, come sempre, “fiutato l’affare” il mercato torni a riappropriarsi del settore serie-tv imponendo nel lungo periodo i suoi standard da scaffale, dopo l’estemporanea fuga “in avanti” del comparto, cosa più o meno simile a quanto avvenuto in ambito musicale nel 68-69 e nel 76-77 (hai presente?). bacioni e a presto.

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    • Infatti, si deve andare avanti, ci mancherebbe. Non disdegno le serie tv, che trovo anzi linguisticamente molto interessanti (oltre che spesso divertentissime). Ma proprio nella loro maggiore capacità di modulare il racconto in termini di tempo, estensione e frammentazione, avverto la capacità di farsi antagonista della narrativa, di diventarne un super-sostituto. Non mi riferisco tanto alla possibilità che scompaia la narrativa (e la letteratura tutta), non credo che sia questo il punto – anche se una contrazione è in corso da anni – ma che la narrativa subisca fin troppo l’attrazione gravitazionale della serie tv, questo sì, lo temo. C’è una specificità nella parola scritta che mi spiacerebbe assai se si depotenziasse. E i segnali che percepisco mi fanno temere in tal senso. Comunque, è sempre un piacere leggerti. A presto!!

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      • capisco cosa intendi. però, ribadisco, mi sembra un timore infondato (confluenze/convergenze/sconfinamenti di linguaggi artistici generano messaggi sinergici, un po’ come le somme vettoriali in matematica). in pratica, accade l’esatto contrario: non solo non si depotenziano, ma si *potenziano* in termini di comunicatività e penetrazione sociale. la parola scritta è uno strumento, non ne farei una difesa astratta in sé e per sé: il fine resta ovviamente quello di comunicare (ergo la questione, al di là degli strumenti artistici, è se gli “artistucoli” del nuovo millennio abbiano ancora qualcosa di importante da dire)…
        a proposito, nella lista estemporanea di serie tv da otto pieno, ho dimenticato Mindhunter, davvero potente e disturbante.

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