Un proiettile col tuo nome

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Kendra si copre il volto con le mani e allarga appena le dita. Il riflesso nello specchio sembra quello di una ragazza. Anzi, pensa, è quello di una ragazza. Il riflesso è un’altra cosa. Sempre.
La maglietta nera con la scritta Sonic Youth aderisce alla pancia, le copre appena il pube. Le gambe spuntano sotto, si allungano pallide e magre fino alle ginocchia dove sembrano convergere, come se volessero incontrarsi. Sono sempre state così, pensa, disegnate male. Eppure per lei non sono mai state un problema. Al contrario, quel difetto di grazia le ha donato un diverso tipo di grazia, una fragilità piena di risvolti, pronta a esplodere. In ogni caso, ai ragazzi non importava. I ragazzi cercavano altro. E a lei piaceva farsi trovare.

Soprattutto, voleva che le ragazze, quelle che la giudicavano malata e strana, la disprezzassero per la sua facilità. Godeva del loro disprezzo. Lo capiva. Sapeva che quel loro disprezzo non era altro che indifferenza avariata, marcita. Una ciste maligna che pulsava nel cuore delle loro anime merdose. Ne godeva, sì. Anche se ogni disprezzo scavava sul segno lasciato dal precedente, spostando la questione sempre più in profondità, fino a non farle più distinguere il disprezzo degli altri dal proprio. Per se stessa, comunque.
Kendra adesso toglie le mani dal viso, le porta sui capelli ancora umidi. Rimane così per qualche istante, coi gomiti alti e le labbra serrate, prima di voltarsi verso il letto. Sul materasso ci sono un paio di slip e una pistola. Ed ecco che torna il tuffo al cuore, lo stesso di pochi minuti prima. Come un rinculo sordo, uno smarrirsi del fiato.
Scrivere la lettera le ha lasciato un senso di irreversibilità. Si è sentita consegnata a un dato di fatto, a un capitolo già concluso. Nella lettera ha scritto di avere preso la pistola a Pauline di nascosto. Di averla rubata, in pratica. Ha scritto che Pauline non c’entra nulla. Ed è vero, ma solo fino a un certo punto. Kendra indossa gli slip e si siede sul letto. La pistola è piccola, opaca, stranamente calda. Ed è carica. Un proiettile solo.
Pochi minuti prima ha voluto estrarlo dal caricatore, quel proiettile. Lo ha voluto toccare. Lo ha stretto tra le mani con forza, temendo con un brivido che potesse scattare qualcosa, che potesse esplodere. Se lo è passato sul volto. Lo ha assaggiato. Si è immaginata più volte e in modi diversi il momento in cui avrebbe penetrato la carne di Steve, dalla schiena. Lacerando pelle, tessuti, cartilagini, vene. Oltrepassandogli il cuore. Infine, se fosse stata brava, se avesse sfruttato quella sola, unica possibilità, il proiettile sarebbe uscito dal petto di lui per affondare in quello di lei. Un solo colpo, due cuori spaccati. Il sangue mischiato al sangue. La carne alla carne.
Kendra prova di nuovo quel brivido, quel sentirsi sciogliere e smarrire. Riconosce la sensazione umida e calda nella gola. L’eccitazione. L’attimo successivo si sente perduta, vulnerabile. Si sente cava e infetta come un tronco marcito. Controlla l’ora. Afferra la pistola e la nasconde sotto il cuscino. Steve potrebbe arrivare da un momento all’altro. Steve e il suo passo cadenzato, il profilo asciutto, lo sguardo stanco. Kendra non l’ha mai capita, la stanchezza di quello sguardo su quel volto da trentenne. È come se niente lo riguardasse fino in fondo. Come se tutto gli scorresse a fianco, sfiorandolo soltanto. Come se sfuggire alla presa delle cose fosse il suo modo di fare parte del mondo. Un esistere in sottrazione.
Lei avrebbe voluto dirgli che si è licenziata. Che ha già prenotato il volo e stabilito i contatti. Che è pronta a lasciare tutto, senza un attimo di esitazione. Fuggire, sottrarsi. Senza possibilità di rimpianto. Lo ha capito subito, di essere pronta. Dalla prima volta che lo sguardo di Steve si è posato su di lei. Per settimane ogni muscolo, ogni centimetro di pelle, ogni pensiero le hanno ripetuto solo questo, a martello: sei pronta. Kendra si è sentita abitata, riempita, definita da questa consapevolezza. Fino al momento in cui lui si è messo a ridere su quel cuscino, e lei ha sentito bruciare sulle labbra le parole che avrebbe voluto rimangiarsi. Il resto non è riuscita a dirlo, lo ha ingoiato e chiuso nel nero dello stomaco.
Adesso Kendra chiude gli occhi. Sente la determinazione svanire. Capisce che la rabbia, che anche la rabbia, è un inganno. Steve potrebbe infilare la chiave nella serratura a momenti, e lei sarebbe inerme. Sola. Stringe i pugni. Si colpisce le cosce. Serra i denti e inspira con forza. Tenta di aggrapparsi a un pensiero, a un ricordo. C’è quella canzone. Ci sono quelle parole.
If you ever saw me walking around, swear I’d try to disappear
Parole che sente non sue. Parole estranee, ma potenti. Estranee, perciò potenti. Che la riguardano. Che la raccontano.
It’s gonna be the last time, I let you hold my gun
Parole che immagina dette da lui, pensate da lui. Lui che non sa quanto quelle parole siano le parole che dovrebbe pensare. Che farebbe meglio a pensare.
Your bullet’s got my name on
Kendra si fa sorprendere da un sorriso. Le fa quasi male, un male feroce come una ferita. Eppure è dolce, un miele velenoso. È tornata a riprendersi la forza, la calma. Sa che non è lei quella che dovrebbe scappare. Sa che questa volta non tocca a lei essere la preda. Si sdraia sul letto, assieme a quel sorriso. Sente il rumore della chiave che traffica nella serratura. Vede la porta aprirsi, poco più che uno spiraglio, e dallo spiraglio affacciarsi un profilo asciutto, il volto scolpito. Quello sguardo stanco.

Kendra non dice niente. Si sfila piano la maglietta, la getta a terra. Allunga le braccia sui fianchi. Sistema la testa sul cuscino. Lo guarda.
Sei puntuale, gli dice.

6 commenti

  1. quasi a domandarsi: “tell me when it’s over” e a rispondersi *mai*.
    : / (sorriso amaro, n.d.n.)
    vado a memoria senza googlare, ma se non ricordo male la Smith aveva già lasciato i Dream Syndicates con Medicine Show (al tempo pensai che “still holding on to you” fosse stata scritta per lei, ma probabilmente è un mio delirio…)
    in ogni caso, i “redivivi” Dream Syndicates hanno sfornato un gran album. parte *quasi* col piede sbagliato (“filter me through you” a tratti pare una cover dell’indimenticata “bullet with my name on it”, che anche tu hai linkato col “tubo”), ma poi prende davvero corpo, tanto da non avere, a mio giudizio, nulla da invidiare agli altri capolavori dei Syndicates dei primi anni ottanta (sul musicazzotto il voto è un 8 pieno). come a dire, d’acqua ne è passata sotto i ponti, ma la classe non è acqua!
    : ))
    da ultimo, nell’insalata di pensieri della mia zucca vuota, c’è spazio anche per una nota particolare circa la prosa introspettiva del racconto (la psicologia della protagonista è addirittura tridimensionale) e circa l’atmosfera “dolente” al confine tra ingranaggio viscerale e meccanico, ottimamente incarnato “dalla chiave che traffica nella serratura”, allegorico nonché schopenhaueriano “rumore” di fondo della vita.
    ps: non ho ancora letto “Nastri” (Amazon dice che è esaurito, il che è un buon segno, ma grrr…)
    : )

    Piace a 1 persona

    • Sì, Kendra aveva già lasciato ai tempi del Medicine Show. Il racconto è pura suggestione, i nomi accidentali.
      Concordo con quasi tutto il resto: a me Filter me through you piace 😊

      Lascia perdere Amazon hanno un problema col rivenditore. Cancella l’ordine e rivolgiti all’editore. (E grazie!)

      "Mi piace"

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