E glassala tuffm I zimbra

Il 15 febbraio del 1980 usciva I Zimbra, secondo singolo estratto da Fear Of Music, terzo album dei Talking Heads, nel quale la formidabile collaborazione con Brian Eno, già attiva nel precedente More Songs About Buildings And Food, raggiunse livelli di pura simbiosi.

Purtroppo, all’epoca non me ne accorsi. D’accordo, avevo solo dieci anni, ma non riesco lo stesso a perdonarmi. C’è di peggio: adolescente, ho faticato ad amare i Talking Heads. Per molto, troppo tempo li ho considerati freddi, matematici, cerebrali. Venne però il giorno in cui iniziai a sentirmi travolto da ogni loro canzone, e accadde proprio perché mi facevano provare una freddezza matematica e cerebrale, così intensa da tramortirmi.

Soprattutto, di quella freddezza matematica e cerebrale avvertivo il risvolto pericoloso, una minaccia tanto più selvaggia quanto più annidata nel codice della civiltà. Non era, quella minaccia, un effetto indesiderato delle dinamiche sociali, culturali, politiche ed economiche, ma un vero e proprio prodotto collaterale. In questo senso, le canzoni dei Talking Heads rappresentavano altrettanti assalti alla quiete pubblica, al benessere spalmato come cerone sul crollo nervoso imminente (collettivo e individuale).

Quando finalmente scoprii di non poter resistere ai Talking Heads, avevo quasi vent’anni. I Zimbra fu uno dei motivi per cui divenni un loro accanito seguace: fu una breccia, un detonatore. Gli elementi di cui è composta mi suonavano incongrui, roba tipo un motorik poliritmico convulso, le chitarre come tendini elettrificati, e quella filastrocca corale assertiva, incalzante. Eppure, tutto s’intreccia in una mischia salda e tenace, l’aspetto dell’insieme rimanda a un ordigno afrobeat però passato al tritatutto e ricomposto da un neurochirurgo paranoico in overdose di benzedrina. L’effetto è quello di una bomba tribalista e robotica, esotica nel senso più estremo (ovvero piovuta da un asteroide di passaggio), capace di fare zompare e muovere il culo anche un bradipo di granito come me.

Quanto al testo, eccolo:

Gadji beri bimba clandridi
Lauli lonni cadori gadjam
A bim beri glassala glandride
E glassala tuffm I zimbra
Bim blassa galassasa zimbrabim
Blassa glallassasa zimbrabim
A bim beri glassala grandrid
E glassala tuffm I zimbra

Non significa nulla. È un adattamento – meglio: una riduzione – di Gadji beri bimba, poema fonetico di Hugo Ball, tra i principali esponenti del dadaismo nonché fondatore del Cabaret Voltaire di Zurigo. Come dichiarò lo stesso Ball: “con queste poesie sonore intendiamo rinunciare al linguaggio, devastato dal giornalismo. Vogliamo ritirarci nella più intima alchimia della parola, indurre la parola alla resa, riservando così alla poesia il suo dominio più sacro“. E ancora: “Ho inventato una nuova serie di versi, versi senza parole o poesie sonore“, allo scopo di “ricordare al mondo che esistono persone con la mente indipendente, che vanno oltre la guerra e il nazionalismo e vivono per ideali diversi“.

Dopo tutti questi anni, I Zimbra continua a sembrarmi un’anomalia accattivante e una specie di mistero. Le sue radici crescono tra pelle, articolazioni e pensieri, si diramano tra euforia e paure, tra vertigine e sudore. È una canzone sfuggente, però dimostra una particolare abilità nel piantare il nido tra il petto e lo stomaco dell’ascoltatore. Non posso fare a meno di sentirla fredda, matematica e cerebrale, eppure l’istante successivo giurerei che è selvaggia, irrazionale e incendiaria.

La sua energia ha origini ignote, è un flusso colto nel suo scorrere senza inizio né fine, una scossa che si genera nel punto esatto in cui la carne si annoda allo spirito. Non significa niente, non racconta niente, ma è attraversata da spettri eccitati, da spiriti irrequieti, da fantasmi di storie di ieri e domani. A volte penso che non dovrebbe esistere, una canzone così. Va contro ogni legge, sfida qualsiasi convenienza, latitudine o equilibrio. Ma c’è. Proprio perché non dovrebbe esserci, c’è.

Il capolavoro dei Talking Heads (e di Eno) arriverà col successivo Remain In Light, album che prenderà le mosse – non è un mistero – dalle intuizioni e dai temi gettati sul tavolo da I Zimbra. Molto di quello che accadrà musicalmente negli anni Ottanta e parte dei Novanta ne porterà i segni.

E glassala tuffm I zimbra

2 commenti

  1. Fear of Music l’ho sempre trovato un titolo azzeccato ed allo stesso tempo intimidatorio. Presuppone un ascolto impavido, da prendere di petto, alla condizione di essere pronti e preparati ad un’esperienza che conti zone d’ombra, passaggi fuori fuoco, interrogativi…

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