Il romanticismo riluttante degli Eels

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Hard to look the other way
While the world passes me by
And everyone is trying to bum me out

Che la musica sia una terapia, lo sanno più o meno tutti. Di sicuro lo sa chi ci si è dovuto aggrappare, chi nella musica si è rifugiato come in un abbraccio, o come in un ventre caldo, ospitale. Lo sa chi della musica ha fatto una pratica di liberazione, un lucido esorcismo. Pensate a Mark Oliver Everett: difficile credere che a un individuo, in tempo di pace, sia capitato di dover sopportare il peso di tanti lutti. Il primo riguardò suo padre, e che padre: Hugh Everett III, fisico illustre, teorico della celebre “interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica”. Se ne andò nel sonno, poco più che cinquantenne.
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Il secondo lutto fu il più tragico, casomai in casi del genere fosse lecito stilare classifiche: nel ‘96, con Beautiful Freak già in orbita (era uscito il 13 agosto), la sorella di Mark, Elizabeth, si uccise. Per lui si trattò ovviamente di uno shock atroce, che non a caso due anni più tardi pervase il magnifico, agghiacciante Electro-Shock Blues. Tra quelle tracce, però, si avverte anche un’altra forma di dolore, lascito della battaglia di Nancy, sua madre, contro il cancro. Ed eccoci al terzo lutto: la notizia della morte di Nancy raggiunge Mark mentre è in tour. Siamo nel 1998. Gli Eels, la band dietro cui si rifugia e rifulge dopo un breve e infruttuoso inizio come E (due album di cui non si accorse praticamente nessuno tra il ’92 e il ’93), nel frattempo hanno saputo guadagnarsi una posizione di rilievo tra i favori del pubblico rock grazie a una calligrafia assieme fresca e grottesca, energica e gotica, imperniata sull’arte di confezionare canzoni a pronta presa seppur attente alle mutazioni cinematiche provenienti da Bristol¹.
A questo punto, l’uomo che tutti conoscono come Mr. E decide di sfornare un album che cuce tutte le ferite, accoglie il dolore e lo culla immergendolo in un carosello di allegrie asprigne e bambagie malinconiche. Daisies of the Galaxy, non so se vi siete mai accorti, è un capolavoro di quelli che si sottraggono alla presa, che preferiscono restare defilati, un po’ come la ghost-track Mr. E’s Beautiful Blues, irresistibile parata di orrori quotidiani esorcizzati da un ritornello che riassume l’unico approccio possibile alla faccenda: “goddamn right it’s a beautiful day”. La Dreamworks dovette minacciare Mark perché acconsentisse a farne un clip (dove puoi vederlo fingere di cantare con un giramento di coglioni cosmico) e utilizzarla nella OST di Road Trip, film tanto sciocco quanto milionario.

Perché, sì, Mark aveva chiaramente un dono: sapeva come rubarti l’anima con un pezzo pop-rock. Solo che lui, come dire, non poteva fare a meno di vedere il lato nero della faccenda, il suo risvolto infernale. Perciò, nell’estate del (fatidico) 2001, presenterà in anteprima i pezzi del nuovo album nelle arene di mezzo mondo sfoggiando uno sconcertante look da psicopatico/licantropo/talebano: si trattò, in un certo senso, di una preveggenza, il babau che covava nell’ombra del nostro immaginario. In agguato.
Scritto e inciso assieme a John Parish, Souljacker si ispirava alle gesta di un famigerato serial killer, ma conteneva tutto il senso di terrore per l’altro che pochi giorni prima della sua uscita sarebbe calato sul mondo come fall out del Ground Zero. Piccolo dettaglio: Jennifer, una cugina di Mark (sarà stato a lei che pensava per Jenny’s Diary?), prestava servizio come hostess sul Boeing 757 che l’undici settembre si schiantò sul Pentagono. Fu l’ennesimo lutto. Il tempo della pace – ciò che ne era rimasto – era finito, ma la guerra per Mark era scoppiata già da un pezzo.

Da allora ne sono passati di anni e di dischi². Nelle canzoni degli Eels continuo ad avvertire la stessa frizione incessante tra vita e perdita, ancora in grado di generare scintille di ironia, amarezza, cinismo. E una nostalgia laconica, dissanguata. Assomigliano, le canzoni di Mr. E, a un esercizio esistenziale, una ginnastica di cuore e pensieri per allenare l’unica forma di romanticismo possibile: spietato, pronto a fronteggiare la delusione, l’inganno, la sconfitta, il dolore.

Un romanticismo duro, riluttante. Ma necessario.

¹ Mark ha dichiarato più volte di avere gettato alle ortiche il cantautorato indie dei suoi primissimi lavori quando per la prima volta sentì una canzone dei Portishead: in quel momento nacquero gli Eels

² Dopo Souljacker, penso che i lavori migliori siano Blinking Lights and Other Revelations (2005) e The Cautionary Tales of Mark Oliver Everett (2014). Nel mezzo ha pubblicato la bellissima autobiografia Things the Grandchildren Should Know (2008), pubblicata in Italia da Elliot col titolo Rock, amore, morte, follia.

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