L’occhio e la fotografia

Il 29 dicembre 1982 usciva Trans. Fu il primo album per la Geffen pubblicato da Neil Young, che a quanto pare non sopportava più i ritmi imposti dalla Reprise, ovvero l’obbligo di dover pubblicare almeno un disco ogni anno. Viene da sorridere, perché malgrado il cambio di etichetta, sarà più o meno quello che Young continuerà a fare fino ad oggi, saltando pochi anni e arrivando al folle ritmo del presente.

Trans è un album controverso: in esso la calligrafia del canadese, che di norma oscillava tra folk acustico e rock ad alto tasso psicoelettrico, subì una trasfigurazione allibente. Armato di Synclavier e vocoder, Young guarnì la scaletta di canzoni androidi, operando sulla superficie palpabile di melodie e strutture dal cuore però ancora ben piantato nelle radici folk-rock. All’uscita apparve una scelta catastrofica, ma anche oggi – oggi che siamo abituati a mutazioni e riarticolazioni di ogni tipo – non sai bene cosa pensarne. Troppo bizzarro e sconnesso, anche per uno come lui.

Negli anni però abbiamo capito che alcune di quelle canzoni erano canzoni coi fiocchi (su tutte Transformer Man, vedi la commovente versione a MTV Unplugged). Nonché, soprattutto, che quell’impostazione così insolita (insolita anche per uno tra i più insoliti cantautori che abbiano mai calcato le scene) aveva una precisa ragione d’essere nella malattia del figlio Ben, affetto da una forma di paralisi cerebrale che gli impediva di comunicare se non – appunto – attraverso un computer.

Questo disco sarebbe quindi un messaggio, un esorcismo, un sortilegio, una testimonianza, un invito ad accettarci per ciò che siamo e assieme a oltrepassare quello che non riusciamo a essere. Non era facile capirlo, anzi era quasi impossibile. Ma non è necessariamente un difetto: ciò che la musica (l’arte) vuole dire e significare, non deve seguire necessariamente un percorso intelligibile. Non deve avere per forza una forma che sia la più consona e consueta, né i modi, né i tempi.

Ancora una volta, come molte altre volte nel caso di Neil Young, there’s more to the picture / than meets the eye.

9 commenti

  1. mi piace imparare cose nuove. e anche stavolta ho scoperto retroscena importanti che ignoravo completamente.
    : )
    certo ciò non risolleva il valore complessivo dell’album (che a mio sentire resta appena sufficiente), ma rafforza la convinzione che in generale e nello specifico di Neil Young, dobbiamo sempre tenere bene a mente che “there’s more to the picture / than meets the eye”…
    un abbraccio.

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  2. che dire… che un cavallo pazzo non lo puoi fermare… ci ha trasmesso davvero di non continuare ad insistere su quello che vorremmo essere. Se la natura è quella… non la si puù trasformare. Grande Young! Quando guardo la luna piena, penso sempre a lui! 🙂 buona domenica.

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  3. […] Il mio stato d’animo, per vari motivi anche personali, era quello di chi sa di doversi leccare un bel po’ di ferite. Al momento di fare i bagagli arrivò, come previsto, il momento cruciale: scegliere quali CD mi avrebbero accompagnato per i successivi quindici giorni. Ne selezionai una ventina in tutto. Di questi, ne ricordo soltanto uno. Di più: ricordo così bene la determinazione che mi portò a sceglierlo da sentirla ancora in mezzo al petto, tra le mani. Si trattava di On The Beach di Neil Young. […]

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