Bambole (quasi) suicide: Melanie Martinez

Ecco apparire una coppia, al primo piano. Riesco quasi a distinguere le loro espressioni dietro l’ampia vetrata. Lui incrocia le braccia, sembra compiaciuto. Lei ci inquadra con lo smartphone. Accanto a loro, dopo pochi istanti, si materializza una ragazzina, vestita di pelle. Anche la sua espressione è decifrabile: c’è una sfumatura di strafottenza nello sguardo mentre a sua volta compie il rito della foto destinata a un inconcepibile stormo di amicizie. La saluto, resistendo alla tentazione di dedicarle un infreddolito dito medio. Un flash, abbastanza incongruo, mi fa alzare lo sguardo in direzione del terzo piano: dietro a un’altra grande vetrata, un gruppo di individui mediamente giovani gesticola e ci scruta. Ma forse, più probabilmente, non siamo noi l’oggetto della loro curiosità. Forse stanno guardando la grande città mentre viene ingoiata da un tramonto batterico che da quaggiù possiamo solo intuire. 

Melanie Martinez at Gramercy Theater, 2/15/2014

È passata un’ora da quando è iniziata l’attesa sul marciapiede di via Lorenzini, da quando faccio parte di una fila che nel frattempo si è infittita e scomposta. Gli sguardi gettati su di noi dai visitatori del palazzo della Fondazione Prada, da dietro quelle grandi vetrate come enormi teche o acquari sospesi, mi spingono a immaginarci come un unico bolo di corpi diversi, improbabilmente unito – anzi: masticato – da uno stesso obiettivo: assistere al concerto di una ventiquattrenne statunitense diversamente celebre.

Melanie Martinez è nata ad Astoria, un quartiere del Queens, New York City, nel 1995. A diciassette anni ha partecipato al talent The Voice, senza vincerlo ma entrando nel cuore del pubblico grazie soprattutto a una densa reinterpretazione di Seven Nation Army, da cui usciva già chiara la capacità di veicolare l’immaginario collettivo in uno suo peculiare, di cui stava già definendo con forza i contorni. Nel 2015 è uscito Crybaby, album d’esordio da oltre un milione di copie nei soli States. Il secondo lavoro K-12, pubblicato nel 2019, ha raggiunto il terzo posto della Billboard 200. 

D’improvviso, qualcuno mi rivolge la parola. È una ragazza, forse diciottenne, che mi parla da circa un metro e mezzo di distanza. “C’è una ragazzina che piange“, mi dice, “non trova più il suo amico con i biglietti. Puoi fare passaparola? L’amico si chiama Sven“. Procediamo col passaparola. In breve il nome di Sven inizia a volare di bocca in bocca nel crepuscolo umido e sempre più freddo. Diventa un coro, preludio a quelli che prenderanno vita di lì a poco.

I cori nascono così: due amiche o amici (le femmine, va detto, sono in netta maggioranza) si mettono d’accordo per intonare una canzone (ovviamente della Martinez) e in breve la loro iniziativa diventa un’onda che si allarga, contagiando dieci, venti, cinquanta voci. L’età dei componenti la fila – sempre più sformata e ingrossata, tanto da riempire il marciapiede e invadere la strada, come per effetto di una pressione lenta ma poderosa – è prevedibilmente eterogenea: i giovani e giovanissimi (una fascia che a occhio va dalla pre- alla post- adolescenza) sono in prevalenza, certo, ma a loro si mescola una quota di spauriti quaranta/cinquantenni, presumibilmente genitori accompagnatori. Faccio parte, lo avrete capito, di quest’ultima categoria.

Sono qui per accompagnare mia figlia. Posso vantare il blando eroismo del padre che si fa carico di tre ore di strada cercando di non fare caso alla raucedine, al mal di testa da sinusite, alla nebbia meneghina che si deposita nelle fosse nasali, agli sguardi derisori che piovono dall’alto delle teche vaste e ineffabili di Palazzo Prada (da tutta quell’eleganza architetturalmente contorta e comprensibilmente altezzosa), con la prospettiva di assistere a un concerto che avrà ben poche probabilità di far parte della lista dei Migliori Cento Concerti a cui abbia mai assistito. E tutto ciò soltanto per: mia figlia. Che da tre anni conosce la musica di Melanie Martinez, il suo immaginario barocco e psicotico, pantomima American gothic costruita con strati di pasta di zucchero e vestitini da bambola assassina(ta), un incubo rosa imbottito di patologie chimiche e immerso in uno scenario che allude in maniera tanto scoperta quanto esasperante alla sistematica ricaduta delle nevrosi dei genitori sulla psiche dei figli.

Quella di Milano è la seconda e ultima data italiana del suo tour mondiale. Tutto sommato, sono stupito. Oltre tremila persone per Melanie Martinez, che sui nostri media – generalisti o di settore – ottiene poco o pochissimo spazio. Rispetto a una Billie Eilish è praticamente sconosciuta, malgrado con lei condivida alcune – come dire – finalità espressive, quelle cioè che elaborano il disagio in forma di incubo, scolpito con la lucidità chirurgica di chi ha mandato a memoria Tim Burton e Floria Sigismondi. Ma, diversamente dalla Eilish, la Martinez mette quasi del tutto le canzoni al servizio di un concept estremamente caratterizzato, una sorta di serie multimediale (musica, video, teatro) radicata in un immaginario (psicotico) molto USA. Immaginario che non ci appartiene o, meglio, ancora non ci appartiene. Musicalmente insomma la Martinez ha il difetto di fidare più sull’impatto complessivo della proposta che non sulle soluzioni melodiche e sonore, perciò i suoi pezzi presi di per sé suonano tutto sommato ordinari. 

Anche le canzoni più riuscite pescano piuttosto prevedibilmente dal neo-soul e dai codici electro-pop, rielaborando il sound di Bristol in cerca di atmosfera & inquietudine, con l’aggiunta di screziature latine che alludono (forse) alle origini portoricane e dominicane della famiglia Martinez. La sua voce ha un timbro spesso e sfrangiato, sa oscillare bene tra lamento e minaccia, ma pare appunto fin troppo ritagliata sulle sfaccettature del personaggio: una ragazzina prima traumatizzata da genitori anaffettivi (per i quali un figlio è all’incirca la proiezione di un ideale iper-consumistico), quindi sottoposta ai condizionamenti di un sistema educativo morboso all’interno di un sistema di valori tanto conformistico quanto alienante. Al di fuori di questo teatrino, efficace anche se non certo originale, le sue canzoni sembrano mancare di ossigeno, di senso.

A pochi centimetri da me, nella mia stessa condizione di sardina in attesa, c’è un gruppo di ragazzine. Le osservo: quasi tutte portano sulla pelle o sui capelli un segno di appartenenza, una lacrima blu sopra lo zigomo, un cerotto rosa sul naso, l’acconciatura e il trucco bicromatici (presumo che il significato recondito di questa insistente alternanza tra bianco e nero o rosa e blu sia proprio ciò che immagino). Sembra che i fan più giovani colgano della Martinez l’aspetto, come dire, fumettistico, ne imitino cioè i costumi visti nei videoclip o sui profili social. I più (le ragazzine, soprattutto) si fermano a un passo dalla modalità cosplay, talora spingendosi decisamente oltre.

Quelli più grandicelli invece (sui vent’anni al massimo, mi spingerei a dire) sintonizzano trucco e abbigliamento su frequenze dark (o emo, come mi suggerisce mia figlia), quasi che avessero decifrato il codice della sovrastruttura barocca e quindi fossero penetrati più a fondo, trovandosi a fare i conti col succo di un incubo nel quale vale ancora la pena specchiarsi. È una storia vecchia che conosco abbastanza bene. Non so se mi fanno più tenerezza o paura. D’un tratto a un paio di metri dal mio punto di attesa parte un altro coro che mi fa sobbalzare: è Bad Guy della Eilish. Ragazze e ragazzi si scambiano occhiate complici, si sorridono da sconosciuti che possono contare su molti varchi dai quali accedere al mistero semplice di chi ti sta accanto, a pochi centimetri di distanza. E in attesa. Da quasi due ore. (Intanto di Sven non c’è alcuna traccia).

I cancelli si aprono all’ora prestabilita. Anche il concerto inizia con una puntualità commovente. Sul palco a occuparsi delle musiche salgono un batterista, un’arpista e una tastierista, mentre Melanie canterà e ballerà accompagnata da sei ballerini. A parte alcuni elementi mobili (banchi di scuola, un letto d’ospedale, una grande scatola con apertura a forma di cuore, un gigantesco abito da bambola/dama…), la scenografia è determinata da una retroproiezione sul fondale, creando uno strano ibrido tra musical di Broadway e MTV. Il punto mi pare esattamente questo: il “concerto” è in realtà un musical. Per circa un’ora e mezza viene letteralmente messo in scena K-12, la vicenda che racconta – a grandi linee – il tentativo di normalizzare la psiche di una bambina in una scuola che pare concepita da un architetto specializzato in case di bambola e coi neuroni bruciati da frequenti overdose di pasta di zucchero.

Trauma familiare e oppressione educativa costituiscono il microcosmo paradigmatico di una società votata alla dipendenza e alla scorciatoia chimica (le due cose spesso e ovviamente coincidono), che sui più giovani naturalmente determina traumi devastanti soprattutto quando metabolizzati e resi accettabili, organici all’equilibrio psichico e alle dinamiche interpersonali, quindi motori di ulteriori dipendenze e psicosi. Tutto ciò ovviamente ci riguarda, eppure sembra non avere abbastanza presa: guardi, ascolti, e subito scivola via. Forse perché i riferimenti estetici e culturali utilizzati dalla Martinez sono distanti da noi come un concorso di Little Miss America o uno pseudo-reality sul mercato immobiliare californiano. Non è per quel tipo di incubi che capita di svegliarsi in piena notte col cuore imbizzarrito nella gola.

Alla vigilia del trionfo (annunciato) di Billie Eilish ai Grammy Awards, Melanie Martinez ha dato vita al suo show davanti a circa tremila persone, in quel di Milano. Sembrava una Ariana Grande dopo un cocktail di Xanax e benzedrina. Sembrava la nipotina (quasi) sessuofoba di Britney Spears (non a caso durante il citato The Voice del 2012 la Martinez si rese protagonista di una versione morbosamente crepuscolare di Toxic). Sul palco si è mossa con estrema padronanza. Anche troppa. “Pareva finta”, ha sostenuto mia figlia quando già eravamo sulla strada del ritorno. “Magari era voluto”, le ho risposto. “Certo che sì”, ha ribattuto lei. “Una Barbie suffragetta, in bilico tra ribellione e suicidio”, avrei voluto aggiungere io, ma non l’ho fatto.

In realtà non mi era chiaro perché alcuni mesi fa avessi subito accettato la sua proposta di fare il padre tassista/accompagnatore. Non solo accettai, ma le dissi che avrei assistito anch’io (“e volentieri”) al concerto di Melanie Martinez. No, non ne capivo la causa, anche se sospettavo che c’entrasse l’apprensione nei confronti di quella che sembrava la prima ossessione strutturata della sua giovane esistenza. Ma nel momento in cui ho raccolto la sua mezza delusione post-concerto, ho capito di averla accompagnata volentieri proprio per vedere coi miei occhi quell’ossessione. Di più: per essere lì quando se la sarebbe lasciata alle spalle. (Possibile che sia andata davvero così? Possono essere tanto freddi e spietati i calcoli di un padre?)

Ho assistito allo show (concerto? Musical?) comodamente appoggiato alla transennatura del banco mixer, lasciando mia figlia a spassarsela a ridosso del palco, quindici metri più avanti. Alla mia sinistra due post-adolescenti dall’accento lombardo chiacchieravano senza posa alternando italiano e inglese senza apparente motivo né regola, a parte forse il tentativo di non farsi capire dal sottoscritto (in effetti, non capivo quasi niente: chapeau). Alla mia destra, una coppia di quarantenni e la loro figlia molto adolescente cercavano di scorgere un frammento di quanto si stava consumando sul palco, senza peraltro troppo successo (la statura, ahiloro, non li aiutava).

La ragazzina alternava eccitazione, frustrazione e suppliche. La madre l’abbracciava continuamente per cercare di convincerla che no, non era proprio il caso di fendere la folla e avventurarsi più avanti. La ragazzina alla fine si è rassegnata. I suoi capelli erano castani, il trucco quasi invisibile, la maglietta rosa del merchandising ufficiale di una taglia di troppo, forse due. Ha passato tutto il tempo a saltare e a usare lo smartphone come un periscopio. Quando sono partiti i primi versi di Strawberry Shortcake (“Feeling unsure of my naked body/Stand back, watch it taking shape/Wondering why I don’t look like Barbie”) è stata come colpita da una scossa e ha preso a cantare tirando fuori tutto il volume che poteva. I suoi genitori si sono scambiati un sorriso che avrei detto luminoso.

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