Tempo, spazio, profondità: Al fiume

La pesca è un mondo che non ho mai davvero abitato. Certo, ho avuto una canna da pesca, una volta. Era bella, rossa, incredibilmente elastica, di carbonio, o almeno credo. Fu un regalo inatteso da parte di mio nonno. Lo accompagnai in armeria, dove lui – da vecchio cacciatore – era chiaramente nel suo elemento, mentre io mi aggiravo come, beh, come un pesce fuor d’acqua. Avevo quattordici anni e interessi molto sporadici ma sempre più urgenti, tra i quali la caccia e la pesca non erano contemplate. Andò che mentre mio nonno valutava cartucce e chissà cos’altro, mi soffermai a osservare le canne allineate in una rastrelliera. Senza nessun motivo particolare. Lui se ne accorse e decise di regalarmene una. Gli dissi che non sapevo niente di pesca. Mi rispose: “si impara”.

Era davvero un bell’oggetto. La fluidità del meccanismo telescopico mi affascinava. Facevo girare il mulinello solo per sentirne il rumore, ammirando il mistero di quel meccanismo così preciso da produrre un ticchettio impalpabile, quasi liquido. Provai a metterla in azione due volte, una sul lago e l’altra sul fiume. Due tentativi intrisi di incompetenza e noia. Dopodiché, la canna è rimasta a prendere polvere in cantina, fino a perdersi in qualche scatola un paio di traslochi fa. No: il mondo della pesca non l’ho mai abitato. Eppure mi è capitato più volte di attraversarlo sulle pagine di un libro e di restarne affascinato. Dal punto di vista narrativo, poche situazioni contengono più possibilità e potenziale metaforico della pesca. Chiedere a Melville, a Conrad, a Twain, a Hemingway, a Carver, a McLean… 

Non intendo ovviamente la pesca in quanto industria o sport: mi riferisco a quel momento in cui l’essere umano e l’acqua – con tutto ciò che questa significa e contiene – si fronteggiano. Pescare come un sintomo, una correlazione geografica, un modo per addomesticare l’invisibile, lo sfuggente, l’imponderabile. Che poi è anche un modo per definire lo scrivere e il raccontare, no?

Al fiume è un’antologia di racconti brevi dedicati alla pesca. I curatori sono David Joy e Eric Rickstad, che hanno coinvolto venticinque autori statunitensi (tra cui Chris Offut, Ron Rash e Silas House) con l’obiettivo di racimolare fondi per la C.A.S.T. for Kids Foundation, ong legata alla pesca che promuove programmi per bambini con disabilità. Ma, al di là di questa lodevolissima intenzione, ne è uscita una raccolta straordinaria che è anche uno spaccato sulla narrativa contemporanea a stelle e strisce. 

Se una certa eterogeneità stilistica andava messa in conto, emergono tuttavia elementi ricorrenti che unificano i racconti come pesci infilati nel cavetto. A partire dall’elemento autobiografico, ovvero dalla ritualità della pesca come tradizione che ha caratterizzato il tempo dell’infanzia, il rapporto coi familiari, la presa di coscienza del mondo. Anche a costo di pagare un brusco attrito con le vicende della vita:

“La mia mente brulica di sogni di una vita di pesca che condividerò con mio padre. I posti selvaggi che vedremo, le trote mostruose e tenaci che prenderemo: mi passa davanti agli occhi tutta una vita di avventure insieme. E invece, a poca distanza da quella sera, mio padre lascerà me, le mie tre sorelle e nostra madre. Lo vedrò di quando in quando negli anni successivi, ma pescheremo di rado” (da Sogni di trote di Eric Rickstad)

L’approccio è quasi sempre caldo, immerso in un siero nostalgico che spinge il meccanismo del ricordo ai limiti del realismo magico, tra luoghi sospesi in un isolamento selvaggio e pesci che si manifestano con la loro livrea tanto naturale quanto aliena, creature mostruose e incantevoli, ingenue e inafferrabili, combattive e indifferenti. Sì, sono racconti abitati da bestie piovute da un’altra dimensione, come le incredibili rane toro raccontate da Natalie Baszile in Le rane di Quintana. Eppure, sono esseri in fondo così simili a noi, dal destino neanche troppo diverso:

“Forse ho abboccato all’amo molto tempo fa e solo adesso comincio a sentire la mano che piano piano mi sta strizzando. Forse se mi licenziassi verrei arpionato dai costi stratosferici dell’assicurazione sanitaria o da una sciagura medica” (da Sucker di Jim Minick)

Altro elemento ricorrente è la presenza dei luoghi, la loro descrizione pittorica, puntigliosa, preventiva, come ad aggrapparsi alle cornici ambientali, a quei contesti geografici che rischiano di fare la stessa fine del tempo, di evaporare nella dimensione del ricordo:

“Da casa nostra nella contea di Edgefield, Carolina del Sud, fino alla piccola zona di pesca sul Chives Creek, il tragitto era breve: neanche cinquecento metri sulla strada sterrata verso ovest, poi due o tre chilometri di asfalto e infine circa un chilometro sulla ghiaia della Forest Service Road” (da Pesca da sogno di Drew Lanham)

La pesca ti obbliga a riformulare il patto col tempo e con lo spazio, è un tuffo tra le coordinate della concretezza perduta, un patto che fa collassare natura e immaginazione, calcolo e imponderabile. Un modo per riallacciare la connessione con la pelle, la carne, le viscere della realtà. Con la sua superficie enigmatica, problematica, oscura, in cui ogni dettaglio è un segnale pregno di senso e conseguenze. Una certa vibrazione sul pelo dell’acqua, certo, oppure il colpetto “al centro del polso” meravigliosamente descritto da Silas House nel suo Memoria d’acqua

Queste venticinque storie sono infestate da piccole, insidiose, toccanti bombe di profondità. Come se lo spirito del tempo, triturato dalla giostra nevrastenica del mainstream, avesse trovato rifugio nelle vene che attraversano il territorio, nel loro fluire sommerso, nella possibilità di stringere patti diversi con i ritmi del vivere. Leggere questi racconti è un po’ come riemergere e ritrovare il valore, la densità del respirare.

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