Tempo umano e naturale: Grande fiume senza cuore di Giulio Pedani

Venticinque anni. Un quarto di secolo, dal 1986 al 2011. Questa la finestra temporale in cui è collocata e si consuma la vicenda raccontata in Grande fiume senza cuore. Ma sarebbe più adeguato dire che scorre, la vicenda, attraverso luoghi e personaggi. Li trascina, si muove quieta e incontenibile sopra e attorno a loro. Ne è il dentro e il fuori. Ed è malgrado tutto, è un ovunque che intride pensieri, percezioni, prospettive. 

La narrazione procede cioè mimetica al fiume, è una forza carsica che plasma la realtà e imprime una direzione. Fiume che è chiaramente il Po, anche se non viene mai nominato, semmai ri-nominato: è il Gigante, coi suoi arti-affluenti, col suo corpo accogliente e indifferente, colonizzato, violentato, ferito a morte, ma comunque vivo, perché alleato del tempo, o meglio una sua espressione concreta, tempo materiale che chiamiamo usualmente natura. 

Già nell’esordio L’Iguana era a pezzi accadeva qualcosa del genere: in quel romanzo picaresco Giulio Pedani metteva a frutto la sua esperienza/passione di camminatore, lasciava che i protagonisti percorressero la Francigena ridefinendo (recuperando?) così la percezione del reale, un processo che trovava compimento simbolico – e ironico – nel ribattezzare la città d’origine dell’io narrante (Siena che diventa Il Feudo). In entrambi i casi possiamo parlare di romanzo di formazione, ma questo nuovo lavoro sfugge alla categorizzazione: Pedani sembra mettersi in scia della vicenda senza realmente seguirla, senza volerla raggiungere. La scrittura cammina e si guarda intorno, mantiene in memoria gli snodi, gli incroci, i passaggi cruciali, apparecchia situazioni sufficienti a generare pagine su pagine di spigolosità e struggimenti e agnizioni e nemesi (roba che basterebbe per un paio di stagioni di una serie tv), salvo far collassare tutto, silenziare il meccanismo. Insomma, Pedani non specula sul potenziale drammatico, evita l’effettistica a gratis, fa economia dell’azione e procede per elusioni, per blitz narrativi che presuppongono balzi temporali. Perché lo sguardo, o la penna se preferite, è interessata ad altro: cerca la sintonia con la bassa frequenza del fiume, con il suo orizzonte degli eventi, col suo tempo

Altea e Miro sono due esponenti della generazione X – nati nei primi anni Settanta – chiaramente a disagio nella propria epoca, perché sospesi tra il mondo che era e quello che spinge frenetico e famelico per diventare. I riti della dimensione rurale e i codici rigidi della famiglia vengono vissuti da Altea ragazzina in maniera ambigua, sente di farne parte eppure di doversene allontanare per consegnarsi al presente e di lì al mondo futuro, allo studio, ai viaggi, agli incontri. Anche Miro vive sulla propria pelle il disagio di un’appartenenza interrotta, regola i rapporti umani e affettivi sul minimo, lavora come receptionist notturno, studia, suona la batteria con dedizione cerebrale e al tempo stesso ventrale. Il Muto è l’altro protagonista, per tutti una specie di idiot savant, abilissimo ad apprendere e ripetere, sensale, idraulico o manovale fa lo stesso, in un certo senso è l’artigiano assoluto, l’ingranaggio affidabile e neutro su cui tutto scorre, senza generare scrupoli apparenti né scorie emotive e morali. Ma non sarà così, non può essere così. 

Attorno a loro, nello scivolare degli anni – a decenni, a lustri -, si muove una fauna insidiosa, batterica, vorace, di onesti profittatori e parassiti violenti, tutti con la barra puntata in direzione benessere e perciò impegnati a pompare nel serbatoio le risorse apparecchiate nei secoli dal Gigante, sversando in cambio sul territorio liquami, degrado, incuria ambientale, delinquenza. Altea e Miro si legano affettivamente e tentano di rimanere a galla sulla superficie sempre più malata di questa realtà, fronteggiano gli ostacoli standard e i raggiri, fanno squadra (anche col Muto, spirito affine) e considerano la possibiltà di farsi isola, sgomitano con le difficoltà ma pur sempre aggrappati alla tenacia paziente di chi in qualche modo sa che esiste una giustizia dal passo più lungo di quella degli uomini.

Malgrado si tratti di una storia che, come detto, non insegue climax standard, svelare il finale significherebbe macchiarsi del reato di spoiler. Del resto, parliamo pur sempre di fiction, carburata da un motore poco chiassoso ma potente: non mancano infatti pagine di un’agilità impetuosa, vere e proprie turbine interiori che imprimono accelerate improvvise, rendendo dinamica – viva – la lettura. Vedi la sera del concerto di Miro, quel brulicare di corpi ed energie amorfe; oppure la cronaca in forma di elenco caustico del concorso di Altea; o ancora la fatale partita a poker che segna il futuro dei due. 

Giulio Pedani

Come accade alla vita che si deposita nella memoria, questi capitoli sono vampe episodiche nello scorrere denso della quotidianità, una corrente lenta e incontenibile che Pedani coglie con penna sensibile, acuta e arguta, portando allo scoperto il contrasto tra vita civilizzata e “naturale” e al tempo stesso il loro compenetrarsi nella percezione di chi ha sviluppato uno sguardo che non si ferma alla superficie, di chi nella contingenza vede lo sgranarsi di una catena, il tempo stesso al lavoro. Tempo che assume senso in un orizzonte umano, antropico, ma che ha un significato ben diverso per la natura, che di tempo ne ha in abbondanza, tanto da dilatarne il senso fino all’insensatezza. Non staremo qui a chiederci quale di queste due concezioni del tempo sia più importante, ma è doveroso prendere coscienza del fatto che coesistono nella realtà, di quanto siano entrambe rilevanti nella definizione e cognizione del “mondo”. 

Si prendano questi due paragrafi, così diversi per ambientazione eppure unificati dalla percezione della protagonista. Nel primo Altea cammina sulla riva del fiume:

Osservò la corrente apparentemente ferma, le sponde erbose, i movimenti impercettibili tra i cespugli e lungo i canali. Ascoltò i richiami dei falchi e delle anatre che si mischiavano alle voci di qualcuno del gruppo che conversava dietro di lei. Rimase impressionata dalla debolezza del fiume e dal suo silenzio, che diceva tutto senza dire niente. Nel silenzio, ancora si poteva sentire il magico fruscio della ghiaia che rotolava sul fondale, delle pietre che viaggiavano levigandosi instancabilmente, come attratte dal desiderio di essere le prime ad assumere la forma perfetta di una piccola sfera bianca. Quel fondale in perenne movimento era il contraltare solido della corrente, e il suo gemello: era l’impianto naturale di rigenerazione del fiume, e il simbolo della sua catarsi.

In questo invece la ragazza percorre le strade di Roma:

Altea decise di cenare alla Garbatella. Camminò fino alla stazione metro Barberini, ma era chiusa. Camminò fino alla stazione metro Repubblica: era stata chiusa per quasi tre anni, a seguito del crollo di una scala mobile, ma da pochi giorni aveva riaperto, e alcuni cittadini avevano lasciato dei mazzi di fiori all’ingresso: sopra i fiori era deposto un foglio con scritto non ci speravamo più. Ed ecco il rione: Concordia, secondo il volere del Re Vittorio Emanuele III, o Remuria, per attribuzione fascista; ma per tutti, da sempre, Garbatella. Ecco la pace dei lotti alberati, dei villini aggraziati, delle facciate screpolate; per ogni palazzo, un grande giardino che gli dava respiro, il rosso degli intonaci che si fondeva col verde dei glicini, dei ligustri, delle siepi di alloro e di viburno, delle palme. Un secolo prima, negli stessi anni in cui il quartiere di Borgo veniva sventrato per aprire via della Conciliazione, la commissione dell’Istituto Case Popolari aveva scelto per la Garbatella gli schemi della borgata giardino e lo stile barocchetto romano, dando vita a una borgata che cambiava forma in base alle strade che si percorrevano, che mischiava via piane e improvvise salite, e dove si aprivano all’improvviso piccole e grandi piazze, in felice alternanza con viuzze alberate e portici costellati di caffè, piccole trattorie, cinema, teatri e spazi verdi.

Al di là della connotazione politica in senso ambientalista – può esserci oggi un’angolazione più politica di quella ambientalista? – che lo pervade, se c’è un messaggio o un motivo profondo alla base di questo romanzo mi sembra proprio l’invito a sviluppare uno sguardo, quello sguardo, capace di riconoscere nel quotidiano il frame più recente di un processo, di un lungo percorso, di un carosello di storie che cavalcano il tempo e (quindi) di tempo che coagula in spazio. Storie che ci hanno prodotti culturalmente e umanamente, verso cui quindi dobbiamo esercitare custodia e responsabilità, storie da cui distillare le norme capaci di regolare le dinamiche delle relazioni, delle congiunzioni, dello stare il più e meglio possibile qui, su questa terra meravigliosa e fottuta.

Responsabilità – termine antigiovanilistico per eccellenza – è la parola chiave, quindi, ed è attualizzata, ringiovanita: responsabilità individuale e sociale da ravvivare nel cuore e nella testa di cittadini smarriti di fronte alla scomparsa del futuro, alla vaporizzazione del tempo umano. Una denuncia/esortazione che attraversa a ben vedere tanta narrativa statunitense contemporanea (non a caso in esergo viene citato Chris Offutt) e che ritroviamo anche nelle vicende terrigne di Sandro Campani, così come nel civismo accorato di Veronica Galletta.   

Con l’opera seconda Giulio Pedani raggiunge una maturità che del resto l’esordio lasciava supporre, ma stupisce comunque che sia sbocciata tanto in fretta. Grande fiume senza cuore è un romanzo atipico, amaro e accorato, ironico e spietato, ferocemente – urgentemente – attuale.    

***

P.S.

Ultimo ma non ultimo, non mancano nel libro rimandi al nostro amato rock, come un borbottio identitario marginale ma forte, che ogni tanto affiora come un relitto sulla pelle vischiosa della normalità. In uno di questi affioramenti, Altea si ritrova a spiegare a un gruppo di turisti che “La libertà è una forma di disciplina” non è uno slogan tra i tanti, ma è un verso di una canzone dei CCCP. Gli interlocutori, come prevedibile, non hanno idea di cosa siano stati i CCCP, ma gradiscono la frase. 

Si tratta di un passaggio disarmante e al tempo stesso intriso di una strana, radiosa speranza. Un po’ come quella canzone.

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