Melville, o la Balena

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Herman Melville nacque il 1 agosto del 1819. Si tratta di oltre due secoli fa, eppure mi sembra una misura temporale insufficiente, riduttiva: sarà perché il suo nome è sempre stato presente, fin dalle prime volte che mi sono fatto incantare (e spaventare) dalle figure di un’enciclopedia, da quando le storie hanno saputo regalarmi le prime stratificazioni ulteriori di vita. Vale lo stesso per Collodi o i Fratelli Grimm: non sono esistiti SEMPRE?

melvilleForse proprio per questa sensazione di persistenza, o addirittura di immanenza, non ho mai sentito l’urgenza di leggere Melville: era come se mi fosse stato tramandato in altri modi e forme (i riassunti, il cinema, la televisione, i fumetti, le mille citazioni…). Di lui ho letto “solo” e molto tardi i celebri Bartleby Lo Scrivano (quanto dovremmo riflettere, oggi più che mai, sul suo “preferisco di no“) e il monumentale Moby Dick nella stupenda traduzione di Cesare Pavese. Quest’ultimo lo affrontai un’estate di pochi anni fa, e ne uscii tramortito. Le categorie del bello a cui sono abituato mi sembrarono poco adeguate per un’opera che – come appariva evidente pagina dopo pagina e come poi si sarebbe imposto nell’insieme – era molto più che un libro. Scrissi questa piccola recensione, che riporto qui.

***

Herman Melville – Moby Dick o la Balena (trad. Cesare Pavese)

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Che si tratti di un capolavoro non devo stare a ribadirlo. Semmai dirò che leggendolo per la prima volta a 46 anni, nel 2016, avendone subito fin da bambino la suggestione riflessa nell’immaginario collettivo, ho provato stupore, molto stupore. Perché è un romanzo che per larga parte è meta-romanzo, modernissimo anzi post-moderno, con tutte le sue digressioni storiche, tecniche, anedottiche, non gratuite né accessorie ma consapevoli (consapevoli fino all’ironia) della possibilità di raccontare una vera e propria dimensione culturale sfruttando tutte le armi della letteratura, modulando notazione e narrazione.

Certo, è uno schema che ti chiede molto, prolisso fino al limite della pesantezza, insomma devi volerlo leggere, tuttavia posso dire questo: non mi ha mai annoiato. Forse, credo, perché l’io narrante – Ismael – sa scegliere bene lo scranno, la posizione, un gradino sopra eppure accanto a te, come un vecchio zio che si porta addosso evidenti i segni del tumulto e della soddisfazione, le ferite e la gioia.

I capitoli in cui si consuma l’azione sono magistrali: dalla secchezza implacabile ma elegante, lirici e vertiginosi. Gli scenari marini mettono soggezione, ti schiacciano con la loro alterità ammaliante. I marinai sono spiriti che inseguono se stessi fuori dal mondo che li ha perduti, in cui non si sono mai trovati. E le balene, le balene sono sogni muti, incubi terribili e tesori indifesi. Achab è Achab, ossessione incarnata fino a divenire struggente parossismo d’uomo, che in Moby Dick sembra cercare “quello che non c’è” – direbbero gli Afterhours. Perciò tutto alla fine si compie come deve.

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