Assenza e identità: I nostri antenati di Italo Calvino

Lo ammetto: se ho riletto (finalmente) Calvino lo devo a The Mandalorian. È la prima serie tv propriamente detta che ho visto assieme a mio figlio (9 anni). L’ho guardata, se così si può dire, doppiamente: dal punto di vista di un ormai ultra cinquantenne (il sottoscritto) che in un’epoca lontana si fece incantare dalla saga cinematografica di George Lucas, e vivendo le reazioni di mio figlio – l’apprensione, lo stupore, il trasporto, quei vaghi accenni di noia – mentre per la prima volta entrava in contatto con l’immaginario di Star Wars.

Non mi dilungherò sulla serie, che ho trovato divertente ma furba, una mediazione ben riuscita tra continui ammiccamenti ai fan della prima ora e il tentativo (riuscito) di chiamare a raccolta le nuove e nuovissime generazioni (il personaggio di Baby Yoda – o Grogu, come in effetti si chiama – è in questo senso geniale). In effetti, l’immagine di un padre cinquantenne che la guarda assieme al figlio di nove anni è già di per sé una recensione esauriente (anche per come si riflette sulla strana genitorialità che si instaura tra “Mando” e “il Bambino”).

Devo comunque sottolineare che la figura del protagonista, la cui identità rimane nascosta dietro a un’armatura che non toglie mai, mi ha affascinato. Di più: c’era qualcosa in quel personaggio senza volto – nel corpo racchiuso in un guscio protettivo inscalfibile ma non per questo invulnerabile, nella sua essenza definita da una volontà tenace, forgiata dalla fede nel credo mandaloriano (“questa è la via”) sulla materia grezza di una profonda sete di vendetta (vedi quei flashback alla Sergio Leone) proprio come l’armatura è forgiata dal Beskar – che sollevava in me antichi, confusi ricordi.

Quando – perdonatemi il piccolo spoiler – nell’ultima puntata della prima stagione Mando solleva per pochi attimi il casco, rivelando un volto sofferto, così umano-troppo-umano rispetto all’ineffabile risolutezza del personaggio, ho sentito qualcosa precipitare. È come se il flusso della storia avesse subito un’increspatura, facendo vacillare l’impalcatura simbolica. È stato a quel punto che ho pensato a Il cavaliere inesistente di Italo Calvino.

Tra le letture adolescenziali – un periodo della mia vita in cui leggere non rientrava ancora tra le mie, diciamo così, attività preferite – è una delle più annidate in profondità. Ricordo che lo presi in prestito in biblioteca per un progettto scolastico in memoria di Calvino, deceduto a Siena nel settembre del 1985. Fu così che un branco di sedicenni dell’Istituto Tecnico Industriale si ritrovò a contendersi i volumi di Calvino provvisti del minor numero di pagine possibile. A me toccò Il cavaliere inesistente e andò che lo lessi due volte in una volta sola: con la spocchia cazzona del sedicenne senza voglia di leggere e con lo stupore di chi si ritrovò a leggere una roba incredibile.

Finì che poco più avanti presi in prestito anche Il visconte dimezzato (che mi piacque un po’ meno, però mi piacque), mentre Il barone rampante andò a riempire qualche pomeriggio pigro dell’estate successiva (mi piacque moltisismo). Ora, all’epoca non sapevo che proprio questi tre romanzi – in realtà un romanzo lungo e due brevi – scritti tra il 1952 e il 1959, Calvino stesso volle raccoglierli in un volume (del 1960) a cui dette titolo I nostri antenati, come se i tre protagonisti di queste storie fantastiche/allegoriche alludessero ad aspetti cruciali nell’uomo contemporaneo. Rileggerli oggi, nell’ordine di pubblicazione proposto da I nostri antenatiIl visconte dimezzato del ’52, Il barone rampante del ’57, Il cavaliere inesistente del ’59 – è un’esperienza del tutto raccomandabile. Semplificando, si potrebbero definire fiabe per adulti (la crudeltà e la malizia di certi passaggi li rende poco adatti ai fanciulli, ma lungi da me sconsigliarle a chicchessia) che a distanza di oltre sessant’anni continuano a stupire per l’audacia delle intuizioni, per la trasparente complessità della struttura (ogni storia è raccontata da un personaggio-narratore, così che la scrittura diventa meta-scrittura, scrittura di scrittura, svelando così il gioco dell’invenzione narrativa nel momento stesso in cui dissimula la presenza dello scrittore reale), per come le simbologie vanno a mimetizzarsi nel vortice della pura affabulazione.

Ognuna delle tre storie si basa su una forte intuizione principale: Medardo che sopravvive a una cannonata – siamo nel ‘700 – ma viene letteralmente spezzato in due e la metà che torna a casa è quintessenza di malvagità; Cosimo che decide di ritirarsi sugli alberi per fuggire le convenzioni imposte da un padre nobile e ambizioso; Agilulfo che esiste solo come volontà e fedeltà ai valori cavallereschi (siamo all’epoca di Carlomagno, tra l’altro presente nel racconto), entità astratte che però danno vita a una loro rappresentazione concreta sotto forma di un’armatura candida. Attorno alle vicende dei protagonisti si sviluppano propaggini e intrecci che fanno propendere le storie verso la coralità. Certi personaggi secondari sono più che complementari, sembrano chiamati a dare vita alla trama, a conferire sostanza per diversificazione, per contrasto. Soprattutto, c’è un formicolare anarchico di volontà, un caos di attitudini e destini che produce un groviglio vitalistico, sbilanciando costantemente la linearità della trama.

Ci sono temi che attraversano le tre storie come fili d’acciaio, sottili ma inesorabili: su tutti quello dell’identità. Collegato a questo, c’è quello del sé nella Storia e nelle storie, dove il racconto diventa creatore stesso di realtà. Altro tema che galleggia tra le pagine è quello dell’antagonismo tra spirito e corpo, tra ideale e carnale. Il macabro, il vitalistico e l’erotico sono elementi ricorrenti che aprono crepe nella superficie dei valori, fanno precipitare l’astrazione nella tensione sensuale, riconducono al corpo come luogo dell’umano.

Tre romanzi insomma molto validi singolarmente ma che messi assieme costituiscono un ciclo affascinante, una triangolazione di riverberi e implicazioni tematiche che rafforza le linee interpretative, destinate a prolungarsi fin nel cuore del presente. Ma se Il visconte dimezzato paga pegno a un certo didascalismo, e se Il barone rampante sembra indugiare fin troppo nel gioco anti-picaresco (con le situazioni e i personaggi che fanno il carosello attorno alla semi-stanzialità del protagonista), ne Il cavaliere inesistente continuo ad avvertire qualcosa in più: un languore potente e crudo, la forza dei paradigmi capaci di inchiodarti per sempre a un’immagine nitida, sconcertante, spietata.

Il vuoto dentro l’armatura di Agilulfo è la risultante di un’assenza esterna, che si allarga nel mondo come una metastasi spettrale. Agilulfo è il prodotto di una convenzione, una regola cavalleresca, ma in lui sopravvive la tensione di idee e valori che ha dettato le premesse di quella stessa convenzione, prima che la prassi la codificasse svuotandola di senso. Il suo agire è perfetto, è così efficace da apparire inumano: è la pura applicazione di un codice. Eppure contiene la memoria delle cause perdute, dei motivi vivi, elevati e (ma) umani che lo hanno reso necessario. L’attrazione suscitata in Bradamante prima e nella volitiva Priscilla poi è innescata da questa nostalgia del senso, che muta in sensualità.

In particolare, la notte d’amore con Priscilla vede quest’ultima non rassegnarsi ma farsi conquistare dalla versione idealizzata di un rapporto, costituito da gesti codificati e contemplazione, un vero e proprio “Kamasutra platonico” che per Agilulfo non sembra essere l’unico ripiego possibile (giacché, mancandogli il corpo…) ma la sua idea assoluta di scambio amoroso. Alla fine Priscilla ne è sopraffatta, mentre le sue ancelle al mattino ricordano appena quanto accaduto nel festino licenzioso organizzato assieme allo scudiero Gurdulù (personaggio speculare al padrone Agilulfo, in quanto “esiste ma non è presente a se stesso”).

Questa stolida osservanza del credo cavalleresco mi riporta a The Mandalorian, all’ormai proverbiale “questa è la via” che a pensarci bene è la reale corazza di “Mando”, ben prima del guscio protettivo dell’armatura in Beskar. Tuttavia, la vicenda prende vita in coincidenza di una regola non rispettata: Mando, il cacciatore di taglie senza macchia e ligio al dovere, strappa il “bambino” ai suoi stessi committenti (tra i quali un mefistofelico Werner Herzog), sente di dover proteggere quella piccola, misteriosa creatura e con ciò infrange gravemente il codice della gilda a cui appartiene. Sarà l’inizio di un percorso avventuroso che lo porterà più vicino a se stesso.

Anche Agilulfo è scosso dalla consapevolezza di una regola cruciale non rispettata. Nel suo caso, ne trarrà le conseguenze più estreme.

Forse la purezza è inesistente. E l’identità si sconta vivendo.


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