Crudeltà e luce: Il caos da cui veniamo di Tiffany McDaniel

Mentre venivo trascinato dalle rapide di questo romanzo – finendo contro rocce spigolose, rischiando spesso di affogare – mi sono chiesto più volte dove si trovi realmente la linea di confine della mia incredulità, e quali siano le regole che ne determinano il quando, il come, il dove. Soprattutto: se sia giusto tracciarla.

Il caos da cui veniamo è il secondo romanzo di Tiffany McDaniel uscito in Italia per Atlantide Edizioni, che di lei ha pubblicato anche la raccolta di poesie Queste voci mi battono viva. Classe ‘85 dell’Ohio, McDaniel ha dovuto fare i conti con molti rifiuti prima di vedere accettato il titolo che le ha fatto guadagnare una certa notorietà, L’estate che sciolse ogni cosa. Stando a quanto ha dichiarato, nei cassetti conserva altri romanzi già completati, tanti da assicurarle uscite regolari per tutto il decennio in corso e anche oltre. Staremo a vedere.

Il caos da cui veniamo – pubblicato negli USA col titolo di Betty – racconta la storia della famiglia Lazarus in un arco di tempo che va dalla fine degli anni Cinquanta ai primi dei Settanta. L’incontro tra Alka e Landon è anche l’incontro tra le loro rispettive ferite, profonde e infette: lei è poco più che una ragazzina, costretta a subire violenze fisiche, psicologiche e sessuali da parte del padre; lui ha circa trent’anni, passa da un lavoro precario all’altro subendo ovunque discriminazioni di stampo razzista (il suo aspetto tradisce evidenti discendenze pellerossa). I due, pur diversissimi, sembrano riconoscersi in un attimo. È una specie di Big Bang: si amano, si sposano, mettono al mondo figli, si spostano negli States all’inseguimento di prospettive di lavoro mai troppo affidabili né durature, finché non si stabiliscono a Breathed. 

Si stabiliscono, certo, ma rassegnandosi a recitare la parte degli outsider: “Un morbo, quello dei Lazarus, che nella nostra cittadina era ritenuto altamente contagioso, virulento come un’invisibile eruzione cutanea”. Così sostiene la quinta figlia, Bitty (nome insolito causato da un refuso dell’ufficio anagrafe), a cui spetta il ruolo di voce narrante. Il suo racconto è la cronaca impietosa di un’innocenza impossibile, intossicata presto da un vortice di soprusi, rabbia e tragedie. Malgrado il padre tenti di preservarle una visione del mondo magica ed entusiasta – alla fine, in qualche modo, ci riuscirà -, Bitty cresce facendo costantemente i conti con difficoltà di ogni tipo, un crogiolo di miseria, nevrosi, morbosità, alienazione, lutti, follia, eccetera. Capitolo dopo capitolo, si delinea un’ulcerazione purulenta della cosiddetta normalità: riflesso nello specchio infranto della famiglia Lazarus, il consesso sociale rivela la sua profonda stortura, le fondamenta crudeli sotto il perbenismo di facciata, dalle cui crepe filtrano storie e personaggi anomali, tanto più freak quanto – significativamente – più umani.

C’è una tensione intrinseca nella prosa della McDaniel, che se da un lato predilige una certa crudezza, dall’altro indulge nell’utilizzo di metafore fiabesche (del resto, come detto, è anche poetessa), obbligando il lettore a ondeggiare tra dimensioni diverse, apparentemente opposte. Il risultato è una sorta di “realismo gotico” nel quale non è semplice distinguere dove inizia e finisce il piano del simbolico, la cui tendenza all’eccesso (stilistico ma anche contenutistico: davvero una tale catena di sventure può somigliare alla realtà?) è compensata da un senso di necessità vertiginoso, alla base della sensazione di precipitare in orizzontale attraverso la vicenda. 

Più che l’intreccio e lo svilupparsi febbrile degli eventi, a puntellare la struttura di un romanzo forte ma costantemente in bilico provvedono i personaggi, che McDaniel plasma con grande abilità, restituendone la natura ambigua, mercuriale, problematica. Ognuno – nessuno escluso – è portatore insano del conflitto perenne tra ombra e luce, tra quel po’ di speranza e un sempre più feroce disincanto, come se vivere significasse raccogliere ciò che resta di se stessi dopo ogni caduta, nel residuo luminoso del fallimento. 

Vale soprattutto per il fratello maggiore Leland con la sua enigmatica e raccapricciante mistura di affetto e prevaricazione, vale per la controversa arrendevolezza di Fraya, per la veemenza selvatica di Flossie, per il filo spinato nell’anima di Alka. E vale soprattutto per Landon, il padre, inventore di storie che riscattano le atrocità con la moneta del mito e della magia, a partire dalle colpe che si porta dentro. Vero perno di tutta la vicenda, Landon è il più consapevole di (e il più fatalisticamente rassegnato a) questo conflitto umano troppo umano che nei Lazarus rischia sempre di deflagrare, tanto da rappresentarlo in una delle sue sculture visionarie:   

“Mio padre lavorava il legno in maniera rozza, primitiva. Qualcuno potrebbe credere che fosse un modo per passare il tempo, ma non è così. Scolpiva le cose che riempivano la nostra vita. Rospi e grilli, lucertole e fiori selvatici. Una volta intagliò persino il veleno dei serpenti, che è difficile da scolpire vista la sua forma liquida, ma per fortuna l’arte permette l’astrazione. E mio padre lo rese con qualcosa che assomigliava a un cerchio in un cerchio dentro un cerchio dentro un cerchio. Sembrava quasi di veder pulsare, palpitare quelle linee sottilissime. Una serie di curve rapprese che erano una benedizione e una maledizione.”

Non è facile fare i conti con tutto questo. A parte l’evidente denuncia nei confronti di una cultura razzista e misogina con cui gli USA (e non solo) fanno ancora i conti, Il caos da cui veniamo corre il rischio di sembrare un tipico romanzo di (de)formazione sottoposto a una centrifuga di emozioni abrasive, quasi che l’obiettivo primario di McDaniel fosse sbatacchiare il lettore come un polpo sullo scoglio (riuscendoci piuttosto bene, tra l’altro). Finisci insomma per cedere alla tentazione di considerarlo puro intrattenimento, seppure spietato e di qualità.

Tuttavia, non si può ignorare un fatto: questa trama così atroce che fatichi a ritenere credibile, è basata su una storia vera. Dietro a Bitty c’è Betty Carpenter, la madre dell’autrice. Anche ammesso che la vicenda sia stata ispirata “liberamente” o persino “molto liberamente” alla sua vita, occorre accettare la possibilità che questa catena di catastrofici eventi sia realmente accaduta così come ci è stata raccontata. E come difficilmente dimenticheremo.

Betty Carpenter

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