Don Chisciotte hard boiled: Chi ha ucciso Desiré Bellanova? di P. P. Parpaglia

Non starò a ripetere la solfa sulla relazione problematica tra me e i gialli, i noir, i polizieschi, i legal thriller eccetera. In primo luogo perché l’ho già scritto qui, poi perché tanto finisco sempre col ricascarci, e ogni volta convinzioni e idiosincrasie vanno a farsi benedire. Fortuna che, nel caso specifico, accade lo stesso agli steccati, agli esercizi obbligati, ai cliché. Merito di Paolo Pinna Parpaglia, autore decisamente anomalo, capace di guidare la penna con la padronanza di un tassista che conosce ogni scorciatoia ma anche il modo per allungare il percorso, per deviare ben oltre lo stradario, al netto della soddisfazione del passeggero. 

I gialli pubblicati fin qui – li direi “gialli” per brevità, anche se mi pare più adeguato farli atterrare in zona legal thriller – contenevano un dosaggio magistrale di humour, brillantezza e cinismo, lo sguardo che scruta da dietro le quinte (Parpaglia è un avvocato forense) denunciando un disincanto senza ritorno nei confronti della stragrande maggioranza del genere umano. Il tutto – ultimo ma non ultimo – concimato da un amore tormentato nei confronti della sua terra, una Sardegna aspra, spietata, sanguigna e un bel po’ sanguinolenta, alle prese con fantasmi antichi e mostri contemporanei.

Ma Chi ha ucciso Desiré Bellanova? rappresenta uno scarto rispetto a questo schema, che non abiura ma ridispone su un altro livello narrativo, rileggendolo attraverso una lente ironica, vagamente sarcastica, stranamente caricaturale.

Il protagonista Antony Depin ha ventisei anni, è figlio di imprenditore assai facoltoso, da lui fieramente detestato. Depin si mette in testa un’idea curiosa, strana, decisamente eccentrica: fare l’investigatore privato. O, meglio: essere un investigatore privato. Più precisamente: un investigatore privato del ‘53 a Chicago. Baffetto tattico, impermeabile, una pistola (giocattolo) denominata ovviamente “il ferro”, dieta a base di bourbon e pessimi tramezzini, un’angolazione decisamente flemmatica per non dire sprezzante nei confronti del Mondo, a cui corrisponde uguale e contraria l’attitudine a penetrarne i moventi profondi: la full immersion nella dimensione hard boiled è totale. 

Depin fa insomma di un immaginario l’unico se stesso possibile. In questo senso, non si fa scrupolo di utilizzare il corpo come chiave, lo mette in gioco per la causa senza la minima esitazione, consapevole che finire sulla linea di tiro di proiettili o sganassoni vari è il prezzo minimo per inverare questa realtà letteraria, per farne la realtà che conti davvero, obliterando tutto il resto.

Che poi la realtà reale, non re-immaginata, è tutt’altro che lineare, equilibrata, razionale. È una realtà a cui è preferibile non credere, non cedere. È una realtà mostruosa, labirintica, che si presenta a Depin in forma di due casi da risolvere (un doppio omicidio e uno squallido abuso sessuale) e si dirama in direzioni inattese, senza contare le situazioni tragicomiche di contorno, tra gli episodi di ludopatia terminale nello scalcinato bar di Billy e il controverso rapporto con la vedova Carboni. 

Sono però appunto i due omicidi – poi tre – che dettano la direzione, spingendo Depin a scontrarsi (neanche troppo) cordialmente con l’ispettore Sullivan e tra le braccia della spudorata Gina. L’indagine procede tra depistaggi tutto sommato standard (nei confronti del lettore, intendo), però costantemente assolti dallo stile narrativo. Parpaglia utilizza infatti una terza persona ammiccante, che guarda con indulgenza al protagonista, gioca con la sua ossessione, ricorre a metafore sapide per alimentarne la mascherata lasciando intendere in filigrana quanta inconfessata consapevolezza la sostanzi. 

Il narratore ama, compatisce e sottilmente percula il protagonista. Lo accompagna con malcelata ammirazione nel suo percorso di rottamazione del vecchio se stesso, rampollo di famiglia con la strada comodamente segnata, verso un’identità forse improbabile – senz’altro improbabile – e persino ridicola, però coraggiosamente – ridicolmente – vera. Ne rispetta quindi la bizzarria (la follia?) perché tutto sommato è il modo più dignitoso per dire “io”. 

Paolo Pinna Parpaglia

Depin è fuori luogo (Cagliari non è neanche lontanamente Chicago – a partire dalla pioggia così tenacemente fuori sincrono rispetto al suo impermeabile alla Bogart) e fuori tempo (anche se non c’è poi quella gran differenza tra il 1953 e gli anni Venti del ventunesimo secolo). Depin è obsoleto, è un personaggio usurato, è uno stereotipo ammuffito in un cassetto, del tutto inadatto a simboleggiare questi tempi di valori svaporati e identità sparacchiate in rete. È, nel suo piccolo, il Don Chisciotte del giallo, genere morto da un pezzo anche se può respirare e ha tutta l’aria di poter continuare a farlo ad libitum, replicandosi una serie (letteraria o televisiva) dopo l’altra. Accadrà anche a Depin, forse: se lo meriterebbe, ce lo meriteremmo. Ma quel “forse” è un macigno che ci piove tra capo e collo nell’ultimo capitolo: non è il caso di aggiungere altro, per timore della giusta vendetta che sempre cala su chi si macchia del reato di spoiler.  

Col suo quinto romanzo insomma Parpaglia mette a segno un colpo divertente (a tratti esilarante) e atipico, l’ennesimo capitolo della singolare commedia umana avviata con Quasi colpevole, al tempo stesso però è anche l’accesso a una nuova dimensione, dove l’ironia ha stretto un patto col surreale e il grottesco per un sacrosanto attentato alle aspettative.    

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