Fiesta di Ernest Hemingway

Il rimpianto per avere snobbato finora il vecchio Hemingway, già consistente dopo la lettura di Addio alle armi, aumenta con Fiesta. Credo che sia uno dei romanzi col rapporto più alto tra leggerezza e profondità che ricordi, laddove per leggerezza intendo il prodotto di ritmo, asciuttezza e dosi significative d’inconsueto, con l’additivo di quelle elusioni che fanno procedere la vicenda a strappi, suggerendo un “materiale” narrativo potenziale che il lettore è tacitamente invitato a coltivare dentro di sé. Questo “materiale” corrisponderà forse alla cosiddetta e proverbiale parte sommersa dell’iceberg? Può darsi, ma probabilmente mi sarà più chiaro con i prossimi titoli (che ho già in programma di leggere).


Intanto, c’è questo romanzo d’esordio di Hemingway, anno 1926, il cui sottotitolo – o titolo alternativo – è The Sun Also Rises. La vicenda galleggia sullo spaesamento febbrile del primo dopoguerra del secolo scorso (quindi un secolo fa, più o meno), sulla fame di sensazioni che riveste il bozzolo vuoto, lo sradicamento e l’eclisse di senso della “generazione perduta”. L’impotenza di Jake provocata da una non meglio precisata ferita di guerra (psicologica?) è lo sfondo laconico sul quale si proiettano le scorribande, i dissapori, le passioni, le ebbrezze di un gruppo di amici statunitensi dislocati in Europa. Il protagonista sa di poter giocare solo di sponda, da agente passivo, è uno spettatore della/nella propria stessa vita, condannato a contemplare il groviglio di una mancanza tanto vasta quanto indecifrabile, in una nostalgia di presente che appiattisce e annulla ogni possibilità di futuro.

La dinamica delle relazioni, il vortice alcolico, il rigonfiarsi ed esplodere delle bolle emotive e sentimentali, l’agilità quasi liquida con cui i corpi attraversano gli spazi (con i viaggi ridotti a pochi fotogrammi): tutto ciò conferisce alla trama un accento irrealistico, la avvolge in una glassa onirica, simile a quella che nel secondo dopoguerra assumerà nei Beat accenti di conflittualità culturale e alterità chimica. Nei protagonisti di Fiesta manca però la scocca che faccia incendiare la consapevolezza di questo conflitto e di questa alterità, che non sanno strutturare in una ipotesi realmente alternativa: vivono sulla ferita ancora pulsante della modernità ma continuano a succhiarne la linfa, sono entusiasti del loro status di cittadini del mondo e si impegnano a scacciare un drink dopo l’altro il rimbombo vuoto che proviene dalle stanze del domani.

(Mi è anche capitato di chiedermi: e se fosse tutto un sogno, il delirio di un reduce dall’incubo della guerra?)

Poi c’è la corrida, certo. La corrida di Pamplona con la sua evidenza terrigna, violenta, folle eppure codificata in un rito che acquista senso di per sé, nel quale Jake trova una specie di rifugio, una soddisfazione esteticamente compiuta che sublima la crudeltà del gesto in una vertigine simbolica. La corrida è in qualche misura il modo con cui Jake compensa la frustrazione per l’impossibilità di dare forma al suo amore per Brett, è la coreografia assassina che imita il dominio dei sensi, vittime comprese.

E Brett? C’è in lei un sovrapporsi di intraprendenza e abbandono, emancipazione e soggezione. È sfacciata, acuta, inafferrabile e sensuale come una Twiggy senza gli anni Sessanta, come una Marianne Faithfull senza la dannazione del rock’n’roll. In lei vibra un processo incompiuto, è come se alla sua figura se ne sovrapponesse un’altra, e un’altra ancora: in lei convivono lo sgretolamento degli stereotipi femminili, la strisciante vocazione per un certo conformismo sociale (è pur sempre Lady Ashley), un disinvolto cameratismo e l’attrazione per la figura maschile autoritaria. Soprattutto, sembra rivelarsi nell’amore impossibile per Jake, in quell’intimità negata che fa coincidere il massimo della verità con la possibilità della menzogna.

Tutto questo in un romanzo che scivola, rotola e rimbalza, dove tutto e niente accade, dove sopra e sotto scorre la Storia, in una bolla di luminosa dissipazione, in un’eco di tragedia imminente.

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