Falsi movimenti, quiete relativa: Verso nord di Willy Vlautin

Appena ho finito di leggere Verso nord di Willy Vlautin, ho preso l’auto e sono andato a fare un giro. Naturalmente ho messo nell’autoradio The Fitzgerald dei Richmond Fontaine, uno dei loro album più struggenti e desolati. Cosa stavo cercando? Forse un po’ di decompressione, un modo per sciogliere il nodo che mi si era incastrato nel petto, per rimettere a posto le cose tra dentro e fuori. Ma non l’ho trovato, e il nodo è rimasto lì.

Quello che fa questo secondo romanzo di Vlautin proposto in una nuova edizione italiana da Jimenez, è un po’ ciò che fanno le sue canzoni, in particolare quelle dei Richmond Fontaine: ti porta in un luogo privo di appigli, sospeso tra violenza e stasi, tra languore e tracollo, dove tutto sembra sul punto di scivolare, tranne l’assenza di un domani su cui scommettere per guadagnarsi uno straccio di felicità.

Girare l’ultima pagina di un libro significa lasciarselo alle spalle, ma in certi casi – e questo è uno di quei casi – non funziona così. Mentre bruciavo preziosissimo gasolio in compagnia delle ballate tenere e afflitte di Vlautin, ero ancora assieme ad Allison, la protagonista di Verso nord, con la sua disperata vulnerabilità schiacciata nel vuoto pneumatico di Las Vegas e di Reno, fuga e approdo di un percorso che in realtà si rivela ben presto un falso movimento.

Se Motel Life, il primo romanzo di Vlautin, giocava con la forma della road story per esplorarne l’impossibilità negli States che hanno visto collassare l’american dream in un lungo incubo grigio, in Verso Nord non c’è vero spostamento, le strade non hanno destinazione. Il sogno di un nord in grado di garantire quelle possibilità che il sud sgretola in partenza col suo attrito di frontiera, è un’illusione destinata a mostrare fin da subito il suo volto livido.

“Vai su nel Wyoming o nel Montana e troverai le stesse cose che trovi a Las Vegas o a New Orleans. Ti troverai sempre a fare i conti con te stessa”

Queste parole che dette da un Paul Newman immaginario ad Allison, sono una sentenza e al tempo stesso un monito: è la consapevolezza stessa della ragazza che si fa largo nella sua coscienza malridotta, bisognosa di recuperare la calda ingenuità dell’adolescenza, a costo di muoversi sulla linea di confine dello squilibrio mentale.

Alcolista, vittima di un ragazzo violento, Allison trova in qualche modo la forza di lasciarsi alle spalle Las Vegas e il suo squallore annidato nell’ombra delle case da gioco. Sceglie Reno, quattrocento miglia a nord ovest, per far nascere il figlio di cui è incinta e poi darlo in adozione. Solo che dopo non è in grado di andarsene: sente di non poter abbandonare la città dove suo figlio, dovunque sia, è destinato a crescere. È a Reno che deve provare a rimettersi in piedi. Trova un lavoro e coltiva un’accorta solitudine, coi vecchi demoni e i nuovi sensi di colpa che passano spesso a farle visita. Limita i contatti umani all’inevitabile, li tiene a distanza con un’intercapedine di bugie. Tocca il fondo, più di una volta. Si rialza.

Willy Vlautin

In qualche modo, il Vlautin cantautore prosegue nel narratore, seppure ovviamente con altri mezzi. Sembra quasi cioè che, qualunque cosa voglia dirci, non possa essere affidato del tutto al racconto. Qualcosa rimane sempre in sospeso, si ferma sulla soglia delle conseguenze. C’è come una sorta di pudore esistenziale che tiene a freno i personaggi, in bilico tra rabbia e impotenza, tra disperazione e indolenza. Prendete questo passaggio:

“Sentiva che la depressione si stava nuovamente impadronendo di lui. Per quel semplice viaggio, solo perché aveva visto quella ragazza piangere. I suoi occhi si riempirono di lacrime, bevve un ultimo sorso di vino, poi dette un’occhiata nello specchietto retrovisore per assicurarsi che non arrivasse nessuno e riprese la strada.”

C’è qualcosa che sta per esplodere ma non lo fa, rimane inespressa, sepolta, smorzata da un intontimento alcolico o da qualche altro tipo di conforto, per poi rimettersi in moto e confluire nella strada della quotidianità. Vlautin racconta una realtà immersa in uno stato di quiete relativa, ma solo perché sedata giorno dopo giorno, istante dopo istante, tenuta a freno da una trama di dipendenze e dalla consapevolezza che la partita non può essere vinta anzi neppure disputata.

Sotto questa superficie sottile ma tenace, si muovono individui irrisolti, angeli di desolazione e spettri precoci. Sono il risultato di un sistema che li vuole ingranaggi e al tempo stesso prodotti di scarto, vittime di un meccanismo inarrestabile che rotola verso una decadenza funzionale a un’idea statistica – e quindi astratta – di sviluppo.

Affiora in questo romanzo – scritto nel 2008 – la macina della gentrificazione che divora centri e periferie, così come il conflitto tra immigrati e diseredati, l’humus su cui germogliano le piantine tossiche del suprematismo. Una vera e propria semina di insofferenza e odio classista/razzista. Ed è un processo che si consuma anche malgrado la volontà, la sensibilità e le attitudini individuali:

“Quelli che portano i cappucci bianchi, voglio dire. Gesù. Quelli poi sono i più sfaticati imbecilli che abbia mai visto. E pensare che ti ho fatto tatuare una svastica. Mi dispiace. Mi dispiace sul serio. Pagherò qualcuno per fartela levare. A volte sono un maledetto coglione.”

C’è quindi e innanzitutto lo sconcerto, il vuoto nell’anima dei personaggi, la loro straziante inadeguatezza, quella fragilità che spezza le gambe e soffoca i pensieri.

Verso nord è un’altra storia pescata dai margini, dall’ombra che si allarga appena oltre il cono di luce con cui il mondo illumina il proprio superbo trionfo sull’arretratezza, sulle ingiustizie, sul dolore. Vlautin è, tra le voci che hanno deciso di raccontare il cuore grigio degli States (vedi Ward, Joy, Butler, Farmer e Offut tra gli altri), uno dei più asciutti e pietosi. Le sue storie sembrano scritte nell’aria che respiriamo. Sono il rumore di fondo del presente, quello che vorremmo non sentire.

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