Il collasso dei sogni: Motel Life di Willy Vlautin

I Richmond Fontaine da Portland, Oregon, erano una di quelle band che esaltavano la capacità del folk rock radicato nella tradizione di arrivare fino al cuore nero del presente, di scavare cioè la ferita dove fa male e rischia di marcire (anzi: dove marcisce ogni giorno). Un grappolo di album tra il 1996 e il 2018, grandissima intensità e poca fama, quindi lo scioglimento, nel 2018. Nel frattempo il suo leader, il chitarrista e cantante Willy Vlautin, classe 1967 da Reno, Nevada, ha iniziato a seguire l’altra sua attitudine, quella di scrittore. Il debutto è avvenuto nel 2006 con Motel Life, romanzo che ha lasciato un segno profondo ed è stato seguito da altre quattro prove.

Essendo ormai introvabile, la mai abbastanza lodata Jimenez ha pensato bene di ristamparlo dopo aver già proposto ai lettori Io sarò qualcuno e The Free (a breve arriverà anche l’opera seconda Verso Nord). Ebbene, il culto di Motel Life non è affatto ingiustificato: dopo un inizio folgorante che fa quasi pensare a un esercizio di espedienti sensazionalistici à la Lansdale, la storia si dipana cruda, a tratti spietata ma non senza una viscerale, disperata tenerezza.

Frank e Jerry Lee sono due fratelli di Reno presi a calci dalla vita (il padre ludopatico sparito nel nulla, la madre morta di cancro) che tirano avanti tra lavori saltuari e un’insoddisfazione cronica che sembrano accettare come una legge di natura. Mentre tutto va a pezzi, e la fuga assume le sembianze vaghe di una possibilità, i rispettivi talenti (Frank è un narratore irresistibile, Jerry Lee un illustratore autodidatta) sono le boe a cui si aggrappano per rimanere a galla, anche se non riescono mai a rappresentare una reale possibilità, ma al più un modo di testimoniare la loro umanità residua, l’immagine pallida di ciò che avrebbero potuto essere e non saranno mai. Non esiste un piano, un destino, ma il meccanismo che dispone di te somiglia più a un lancio di dadi o al capriccio meccanico di una slot machine: è questo che Vlautin sembra volerci innanzitutto raccontare, assieme a suggerirci l’esercizio della pietà nei confronti di chi da questo gioco carnefice viene quotidianamente sconfitto, sbranato.


Nel contrasto tra l’umorismo laconico dei dialoghi, la densità flagrante dei flashback e il compiersi spietato degli eventi, si avverte il formicolare incessante dell’umanità a cui la vita non ha dato abbastanza occasioni né gli strumenti per alzare lo sguardo oltre il perimetro di un luogo che diventa l’unico luogo possibile. Reno, città natale dei protagonisti e dell’autore, finisce così per coincidere col buco nero dell’American Dream, tabula rasa urbanistica generata dalla dialettica tra motel e casinò, i primi ridotti a rifugi per un’umanità sparsa e derelitta, i secondi depositari di illusioni patologiche, sistematicamente a perdere. Direttrici che ramificano in un mondo freddo, dove i sentimenti germogliano a fatica e sbocciano deboli, feriti, ispessendo il confine di ciò che ti è permesso vivere, esplorare.

In questo senso, Motel Life è una anti-road story, il romanzo in cui il mito della strada collassa, si accartoccia nella gelida solitudine delle periferie sterminate, nelle quali al massimo puoi raccogliere scampoli di tepore in un bar, dove ti aggrappi all’affetto incondizionato di un cane randagio perché è una buona cosa in mezzo a un’assenza inappellabile di bontà, dove finisci per perdonare l’imperdonabile perché lo devi a ciò che rimane di te stesso. Qualunque cosa per non cedere completamente alla deriva illusoria di un cartone di birra e di una bottiglia di whisky a poco prezzo.

Col suo procedere su un piano inclinato verso un finale che finisci per accettare pagina dopo pagina, in un paso doble sempre più languido e dimesso tra presente e memoria, Motel Life è assieme un atto d’accusa e un monito, un tentativo di redenzione, una storia indimenticabile.

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