Nessuna età dell’oro: Gesù dell’uragano di James Lee Burke

Noto per la serie di noir con protagonista Dave Robicheaux (venti romanzi usciti tra il 1987 e il 2013), James Lee Burke è uno di quei nomi che ho sempre collocato sullo scaffale degli autori di genere, quindi – appunto – seriali, dai quali per una poco razionale forma di autodifesa cerco di tenermi il più possibile lontano. Non fosse perché so bene una cosa: se cado nella loro trappola, rischio di non uscirne più. 

Chiaramente nel caso di Burke questa idiosincrasia preventiva costituisce anche una forma di autolesionismo, perché parliamo di uno scrittore di alto livello, capace di affondare la penna e lo sguardo nel cuore della realtà e della Storia con la sensibilità, la lucidità e la sacrosanta asprezza di autori statunitensi contemporanei come i Vlautin, gli Offutt, gli Haruf, ma verrebbe da spendere anche un nome dalla statura ormai classica come Cormac McCarthy. A dimostrarlo arriva ad esempio Gesù dell’uragano, raccolta di racconti pubblicata per la prima volta in Italia dalla benemerita Jimenez, che ha già annunciato di avere in programma altri inediti dello scrittore texano. 

Lo stile è asciutto, aggrappato alla manifestazione concreta di paesaggi, corpi, gesti, volti, resi plasticamente col ricorso a metafore che pescano nel quotidiano, radicandosi nella dimensione popolare con naturalezza implacabile. Tutto ciò è piuttosto armonico alle linee di forza stilistiche della narrativa statunitense contemporanea succitata, che molto deve alla lezione dei grandi autori del primo novecento come Flannery O’Connor, Faulkner, Steinbeck e – certo – Hemingway

Ciò che in questi racconti emerge come peculiare è la varietà di sfaccettature, tagli e collocazioni storiche che Burke padroneggia, collocando l’io narrante in situazioni assai diverse mantenendo però una stessa – come dire – calligrafia dello sguardo: che sia un vedovo ex-professore che tenta disperatamente di preservare ciò che resta della rettitudine morale e dell’equilibrio tra uomo e natura (nello spiovente Luce d’inverno, che di recente ha ispirato un film – God’s Country – accolto con entusiasmo al Sundance 2022) oppure un sopravvissuto al devastante uragano Katrina che si abbatté su New Orleans nell’agosto 2005 (il lancinante e visionario racconto che chiude e intitola la raccolta), passando da reduci del Vietnam con l’anima ferita a morte (Il villaggio), musicisti messi all’angolo dall’industria discografica dei tardi anni ‘50 (La notte in cui Johnny Ace morì), adolescenti alle prese con le prime, crude manifestazioni della violenza di cui sono intrise le fibre della società (vedi soprattutto lo straziante Il rogo della bandiera).

“Io pensavo che il male non sarebbe mai potuto entrare nel tranquillo mondo in cui vivevamo. Ma se attraversavi Westheimer Street, il morbido connubio estetico tra il Sud rurale e l’America urbana d’anteguerra si concludeva in modo drammatico.”

Sono storie che emergono da oltre mezzo secolo di Storia, testimoniando la persistenza della prevaricazione e dell’ottusità come ingrediente ineluttabile della più potente democrazia del mondo, che su scala individuale vanno a incarnarsi nelle crudeltà di un bullo di quartiere, in esplosioni di violenza domestica o nella condotta delittuosa di un cacciatore di frodo, mentre sul piano politico possono determinare inutili atti efferati in un’azione bellica o una criminale indifferenza per la sicurezza di una città e della sua popolazione.    

L’aspetto interessante anzi affascinante di questi racconti è come riescano a mantenere la tensione appena sotto la superficie delle cose e degli accadimenti, come uno spettro sempre sul punto di manifestarsi. Allo stesso modo, l’angolazione è indubbiamente morale però mai moraleggiante, ovvero si porta dentro una vibrazione di condanna che alimenta il ribollire del realismo assieme a un senso di profonda seppure asciutta pietà. 

Al di là della contingenza specifica e malgrado una toccante nota nostalgica (presente soprattutto nelle storie con palpabili elementi autobiografici), i racconti sembrano attraversati da una stessa corrente, come una specie di tumulto sommerso, ovvero lo scontro tra le categorie di bene e male nelle loro proteiformi manifestazioni umane, che nel passo lungo dei decenni fa emergere evidenti segni di continuità. Se dovessimo ricavarne un messaggio, sarebbe più o meno questo: tutte le ingiustizie, le discriminazioni, i soprusi e gli abusi con cui facciamo i conti oggi, provengono da lontano e dal profondo, come tossine culturali che trasmettiamo di generazione in generazione.

Burke si limita (si fa per dire) a raccontare, ma chi legge ha la possibilità (il dovere) di trarre una conclusione: credere a un’età dell’oro e vedere nell’antimodernità una soluzione alle derive contemporanee, non è che un confortevole autoinganno. E ancora: uno sguardo consapevole e critico su ciò che la realtà sta diventando non può prescindere dalla consapevolezza storica e dalla disponibilità a tenere viva e al riparo la memoria collettiva.     

Ma ricavare messaggi non è un atto dovuto né strettamente necessario: quello che conta in definitiva è il desolato e animoso splendore di questi racconti, la maestria chirurgica con cui sanno rendere tangibile quello che vive sotto la soglia della concretezza, il fantasma di ciò che davvero siamo. 

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