Equilibrio gelido: Tutti i racconti di Flannery O’Connor

“Credo che uno scrittore serio descriva l’azione solo per svelare un mistero”

È considerata una delle più grandi scrittrici statunitensi di ogni tempo, venerata da scrittori, cineasti e cantautori (Raymond Carver, i fratelli Coen e Bruce Springsteen, solo per citarne alcuni). Eppure, da noi non gode della fama e della considerazione che meriterebbe. Ad esempio: il suo primo romanzo, La saggezza nel sangue, risulta attualmente fuori catalogo, e sto parlando di un titolo che nel 1979 spinse un colosso del cinema come John Huston a farne un film con il grande Harry Dean Stanton.

Anche la raccolta Tutti i racconti non è facilissima da trovare, ma ho avuto la fortuna di imbattermi in un buon esemplare usato in doppio volume, pubblicato da Bompiani nel 1993. Ed ecco come ho passato gli ultimi due giorni: a farmi inchiodare da questa straordinaria e inafferrabile scrittrice nata nel 1925 in Georgia e morta nel 1964 dopo una vita passata ad adorare i pennuti (soprattutto le galline e i pavoni*) e a lottare contro il LES (meglio noto come lupus), malattia contro la quale all’epoca venivano utilizzate terapie cortisoniche dai pesanti effetti collaterali.

La sua religiosità – era cattolica in una terra fermamente protestante, la cosiddetta Bible Belt – è il brodo di coltura dei 32 racconti, che questa raccolta propone in rigoroso ordine cronologico. Va detto che non tutti sono di altissimo livello, soprattutto i primi, risalenti alla fine degli anni ’40 (del resto alcuni sono dei veri e propri studi per La saggezza nel sangue, di cui diverranno capitoli). Tuttavia, in ognuno è presente una stessa tensione, un conflitto assieme vertiginoso e diffuso, che si insinua nella crisi della transizione tra due epoche ma fa spietatamente perno sull’individuo. Non è certo un caso se il nome del protagonista viene evocato nella prima riga o nelle primissime righe, spesso anzi è la parola stessa con cui si apre (Hazel, Enoch, Ruby, Thomas, Calhoun, Sheppard…), saldando il centro di gravità sul soggetto attorno al quale e nel quale agirà la tensione narrativa.

La capacità della O’Connor di mantenere il racconto in un gelido equilibrio tra grottesco e drammatico ha del prodigioso. Il realismo sembra compiere un giro su se stesso e rimanere credibile – rimanere realista – malgrado l’esasperazione strumentale dei caratteri (fino al limite del caricaturale), che acquistano senso nella misura in cui vengono spinti sull’orlo di ciò che sono, a fare i conti col precipitare degli eventi, mentre le consuetudini saturano l’atmosfera di una vischiosa immobilità. Non ho potuto fare a meno di pensare alla commedia umana di Balzac (uno degli autori che amava), seppure sovrastata da un fatalismo plumbeo e psicologicamente scentrato che preme fino a far scricchiolare l’anima (un aspetto che a tratti mi ha ricordato Dostoevskij, pure lui autore molto amato).

Da questi racconti emerge un aspetto evidente riguardo al pensiero della O’Connor: non esiste una condotta che si possa considerare salvifica. Il trapasso che si consuma tra il bozzolo di credenze bigotte, perbenismo stolido e razzismo consacrato della tradizione da una parte, e l’utilitarismo intriso di tecnofilia e scetticismo militante del nuovo modello sociale (destinato a imporre il suo vangelo di neo-benessere), mette a nudo le fragilità di entrambe le forme mentali.

È come se l’autrice volesse metterci in guardia da noi stessi, invitandoci a diffidare di ogni soluzione, di ogni posizione, di ogni codificazione della fede. In Malattia mortale – racconto del 1958 – Asbury è un ragazzo provato da una patologia oscura e ormai amaramente rassegnato alla morte, pretende di parlare con un prete gesuita nella speranza di poter instaurare un dialogo di ampia portata filosofica, ma ne ricava solo un dogmatismo ottuso. Al contrario, il dottor Block, un semplice medico di paese di cui Asbury non ha alcuna stima, si dimostrerà in possesso di una saggezza profonda:

Asbury si rizzò a sedere e, protendendo la testa che gli martellava, ripeté: “No l’ho fatta chiamare io. Non rispondo alle sue domande. Lei non è il mio medico. Il mio male è al di là della sua comprensione.”
“Quasi tutto è al di là della mia comprensione,” affermò Block. “Non ho ancora trovato niente, finora, che capisca a fondo.”

La consapevolezza del protagonista – anche soltanto una crepa, un filo di luce nella superficie opaca del quotidiano – coincide spesso col punto di fuga della narrazione, un traguardo il cui raggiungimento determina l’incrinatura del quadro generale, ovvero il momento in cui si è chiamati a sporgersi oltre il crinale, nell’abbraccio buio di un mistero caldo e immanente.

Proprio questo mistero, questa cortina impenetrabile tra coscienza e realtà, spande sull’opera della O’Connor quell’alone gotico che ha spinto la critica a catalogarla in tal senso, seppure lei stessa ne fosse molto infastidita (di Edgar Allan Poe, che adorava, disse: “per me i suoi racconti continuano a svettare su tutto, per giunta sono convinta che li ha scritti tutti da ubriaco”). In effetti, catalogare questi racconti in un genere mi pare un esercizio ingrato.

Ad esempio, su quale scaffale potrebbe finire un piccolo, luminoso e angosciante capolavoro come Il negro artificiale? In esso elementi di thriller psicologico e commedia picaresca si fondono con un dinamismo fluido e obliquo, iniettando il realismo febbrile di Steinbeck di un delirio spaesato degno del Kafka di America. Posto esattamente a metà della raccolta, Il negro artificiale è il racconto in cui la frattura tra epoche e cattedrali di pensiero si allarga e inizia a divorare tutto dal di dentro.

Dopo un attimo, il bambino annuì, con uno strano brivido intorno alla bocca, e disse: “Andiamo a casa, prima di perderci ancora”

E che dire del celebre Un brav’uomo è difficile da trovare, se non che anticipa la spietata contraddizione morale di un Cormac McCarthy, quello stordente rovesciamento di valori che mette a nudo la natura cava dei valori stessi? E cos’altro fa Il profugo se non raccontarci la complessa stratificazione di forze istintive, legami umani e spinte culturali che governa il fenomeno sociale dell’immigrazione, di fronte al quale oggi – dopo settant’anni – ci poniamo con la stessa, drammatica e crudele inadeguatezza?

Ci sarebbe molto altro da dire e citare, ma basta così. Aggiungo soltanto che esco dal primo impatto con la O’Connor in compagnia della sensazione – così simile a una certezza – di non averla “compresa a fondo”, ma di essermi convinto casomai che il cuore al centro di questi racconti batte in ritirata, affonda e sfugge alla presa, si pone volutamente “al di là della comprensione”. E da lì significa, come una mitologia ripiegata tra passato e presente. Come un monito.

***

*La O’Connor ebbe un fugace momento di celebrità nel 1932, a sette anni, quando fece sensazione la sua abilità di addestratrice di galline, tanto da indurre la Pathé a dedicarle un servizio per il cinegiornale. In realtà durante le riprese la gallina si rifiutò di camminare all’indietro, quindi le immagini furono montate al cotrario. Intervistata a tal proposito quando già era un’affermata scrittrice, la O’Connor dichiarò: “è stato il momento culminante della mia vita. Da allora è stato tutto un anticlimax”

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