Produci, consuma, crea: Documanità di Maurizio Ferraris

Sono molti i motivi per cui guardo all’immediato futuro – quello meno immediato non riesco neanche a concepirlo, ben nascosto dietro a un impenetrabile sipario di ipotesi – con un misto di eccitazione e timore, magari cercando di ignorare il pulviscolo di angoscia che vedo galleggiare nell’aria tra me e il mio film mentale. Il principale motivo credo sia da imputare al fatto di, beh, avere attraversato la tempesta. Una di quelle tempeste che sciamano progressivamente, avanzano tra le cose cambiando il segno e la rotazione degli eventi, determinando un movimento che si sovrappone a quello precedente come se fosse inevitabile, naturale. Tanto da non sembrarlo neanche, una tempesta. Invece tutto è cambiato, stravolto.    

In altre parole, e volendo buttarla sul generazionale – va fatto – bisogna rimarcare un aspetto banale: tra nativi analogici e digitali corre una differenza enorme riguardo la concezione stessa del quotidiano, del mondo in cui si è immersi, di quello che (forse) sarà. Vale soprattutto per la percezione stessa del cambiamento: noi analogici lo abbiamo visto all’opera, sperimentato, vissuto sulla nostra pelle. Una piccola eccitante innovazione dopo l’altra, la normalità ha subìto negli ultimi decenni (basta limitarsi agli ultimi tre) upgrade progressivi che ne hanno sovvertito l’aspetto, le regole, le prospettive. Ed è accaduto sgranando un rosario di stupori successivi, di meraviglie che prese singolarmente sembravano espedienti sensazionali ma non cruciali, talora persino soltanto ricreativi, tipo nuovi accessori per semplificare vecchie complicazioni, supporti eventuali per una vita casomai più smart. 

Finché non ci siamo ritrovati a dover fronteggiare un altro ordine di regole e idee. Tessera dopo tessera, il vecchio quadro è stato rovesciato, stravolto, espanso. E quasi non ce ne siamo accorti, ne prendiamo atto come destandoci da un sogno. Ma, comunque, almeno ci è rimasta la facoltà di misurare la portata di un movimento, di un affiorare di novità, e quindi della possibilità – concreta – che questo processo non abbia affatto esaurito la sua spinta emergenziale. 

Al contrario, il nativo digitale si trova a vivere in un mondo tenuto assieme da connessioni pervadenti che costituiscono l’essenza – oserei dire ontologica – della realtà, che così è perché non potrebbe essere diversamente. Quando un circa cinquantenne (diciamo il padre) racconta a un circa ventenne (diciamo la figlia) episodi della propria giovinezza, deve quasi sempre specificare che all’epoca non c’erano smartphone, non c’era Google, non c’era Wikipedia, non c’era Youtube, non c’erano i social. Se in una qualsiasi storia va tirato in ballo ad esempio il telefono, è opportuno (anzi: necessario) specificare che si trattava del “telefono fisso”, concetto che i digitali conoscono ma di cui non possono comprendere davvero la portata (lo puoi vedere dal velo di sconcerto vagamente divertito sul loro volto mentre racconti di quando chiamavi la tua fidanzata e regolarmente rispondeva suo padre, o sua madre, o l’antipaticissimo fratello). 

Certo, accadeva qualcosa di simile anche a noi analogici, da ragazzini, quando però era il nonno a raccontare di un’epoca in cui se andava bene ci si spostava in bicicletta e i palloni erano casomai stracci arrotolati. Le differenze rispetto all’adolescenza dei genitori c’erano eccome (soprattutto per chi non viveva in città), ma erano tutto sommato più legate a una situazione particolare (c’era chi non aveva il televisore, ad esempio, ma perché non poteva permetterselo): in generale, le unità di misura con cui misuravano l’esistenza non erano molto diverse dalle nostre. Lo scarto generazionale tra noi analogici e i nostri genitori era misurabile, quello tra noi e i nostri figli è incommensurabile.  

Questa premessa lunga, laboriosa e brodosa dovrebbe dovrebbe servire a dare corpo a una convinzione di cui mi assumo tutta la responsabilità: noi nativi analogici siamo depositari di un senso del cambiamento che dovremmo trasmettere alle generazioni che vengono dopo di noi, e che comunque ci rende responsabili rispetto a ciò che potrebbe loro accadere. Di ciò dovremmo preoccuparci e occuparci con urgenza e costanza. All’interno di questo orizzonte di preoccupazioni, uno dei temi cruciali, a mio avviso, è quello del lavoro. Per farla breve: in cosa consisterà e cosa sarà il lavoro nel mondo che verrà, che sta già arrivando, che in parte è già qui? Alla luce di tutto ciò che tecnologicamente sta accadendo, di questo cambiamento che non ha ancora finito di fare (con noi, di noi) quello che ha dimostrato ampiamente di poter fare?

Utopie e distopie, euforie e disforie, si intrecciano e stratificano. Il lavoro è visto come un valore fondativo, in tal modo riconosciuto dalla nostra Costituzione (e perciò in una qualche misura ontologizzato). Il lavoro è l’elemento che giustifica il soggetto, l’individuo sociale, ne costituisce le fondamenta identitarie, come in una famosa trasmissione televisiva nella quale devi indovinare chi è una certa persona comune OVVERO qual è la sua professione. Ma dal momento che l’automazione sta dilagando in ogni settore e tipologia professionale, sostituendo la macchina – o l’algoritmo – all’operato umano, dal momento che il lavoro sarà sempre più un’attività non umana, come cambierà la fisionomia della società? Posta con parole diversissime ma che tutto sommato girano attorno alla stessa questione: come ci guadagneremo da vivere? Anzi, da sopravvivere? E, parallelamente: come ci guadagneremo il chi e il cosa siamo?  

Non sono certo che sia l’approccio giusto – la domanda giusta – per introdurre Documanità di Maurizio Ferraris, ma di certo è un testo che offre qualche risposta assai interessante. Ferraris è un filosofo, insegna all’università di Torino e ha alle spalle decine di pubblicazioni. La portata di questa sua più recente opera – che nelle intenzioni dell’autore rappresenta il capitolo finale di una quadrilogia avviata nel 1988 da Storia dell’Ermeneutica e proseguita con Estetica razionale (1987) e Documentalità (2009) – va oltre le possibilità di sintesi di un post, come del resto delle mie possibilità di comprensione (ahimé, non ho studi filosofici alle spalle). Tuttavia, grazie a un taglio che non mi azzarderei a definire divulgativo ma che persegue una encomiabile chiarezza espositiva (condita peraltro da un humour tra il caustico e il sornione), è stata una lettura coinvolgente nella quale alcuni interrogativi succitati – e loro derivati – hanno trovato possibili risposte. Alcune delle quali piuttosto audaci, ma sempre accuratamente argomentate.

Sintetizzando al massimo, la tesi di Ferraris è che stiamo già lavorando nei modi e nelle forme che dovrebbero farci intravedere la sagoma del lavoro prossimo venturo. Questo lavoro che ci vede tutti mobilitati e senza soluzione di continuità è la produzione di documenti – di isteresi – conseguente ad ogni nostra interazione o atto sociale, una produzione che ha luogo nella misura in cui questi atti vengono registrati, costituendo il materiale informativo che alimenta costantemente il serbatoio (big data) di quel sovra-sistema che per brevità chiameremo infosfera. Il problema è che questo (nostro) lavoro non è stato ancora messo a sistema, quindi non (ci) viene retribuito, se non sotto forma di una utile e deliziosa elargizione di servizi (un ventaglio che va dai motori di ricerca ai social passando da piattaforme di streaming, email e via discorrendo). 

Si tratta di uno scambio equo? No, secondo Ferraris. Il valore dei dati che individualmente pompiamo nel sistema (quando acquistiamo, quando interagiamo con gli altri, quando guardiamo un film o ascoltiamo musica…) assume proporzioni enormi una volta dati in pasto agli algoritmi, andando a costituire un potere culturale, politico e naturalmente economico inaudito, fondato appunto su una elargizione spontanea e gratuita di informazioni da parte di miliardi di soggetti – noi – che in cambio ricevono servizi per molti versi cruciali ma in molti casi accessori.

Soprattutto, e qui si torna ai miei interrogativi, questi soggetti non sarebbero in grado di mettere assieme un reddito fidando sui suddetti servizi nel caso in cui l’automazione, come in effetti fa, erodesse le nostre attuali attività professionali, vale a dire ciò che fino ad oggi ci ha permesso di avere un reddito. Ferraris compie quindi una ricognizione filosofica, antropologica ed economica (e oltre, verrebbe da dire) che sostanzia solidamente la tesi di fondo di Documanità: in quanto produttore di documenti che costituiscono il “carburante” necessario ad alimentare il sistema, ogni individuo deve essere retribuito, proporzionalmente o meno – non è chiaro questo aspetto, ma sono dettagli tecnici se vogliamo – al suo grado di connessione e integrazione col sistema stesso. 

Naturalmente un’affermazione del genere non può darsi senza prima avere argomentato che l’uomo è sapiens in quanto capace di esistere tecnologicamente: già utilizzare un bastone, e quindi produrre il concetto stesso di bastone, costituisce una frattura tra animale e uomo. Nonché l’inizio di quella produzione documentale (di isteresi) che porterà ai significati, al linguaggio, alla coscienza, al senso, all’umano. Condizione indispensabile e necessaria è quindi liberarsi dalle fobie tipiche degli apocalittici: nessuno è schiavo della tecnologia, l’automa (l’algoritmo) non ha fini, la cosiddetta alienazione è una forma di interazione col dispositivo tecnologico che di per sé non costituisce una reductio del fattore umano, soprattutto se raffrontata con i vari tipi di soggezione economica, politica e culturale sperimentati anche nel solo Novecento (con buona pace dei Mark Fisher, dei “Bifo” Berardi, dei Byung-Chul Han, solo per citare alcuni critici più o meno radicali dell’attuale deriva, autori – appunto – di sguardi critici che è assai difficile non tenere in una più che debita considerazione: rispetto alle tesi di Ferraris, si intravede un conflitto che personalmente sono lontanissimo dal risolvere, ovvero quello tra logico e biologico, tra discreto e continuo, tra connesso e congiunto. In attesa di opportuni approfondimenti, proseguiamo).

Il cerchio chiuso da Ferraris è come minimo vertiginoso: la tecnologia sta rendendo esplicito il valore della “documentalità”, infatti ad emergere nell’epoca del web è tutto il potere del documento, un potere senz’altro economico ma in quanto (nella misura in cui) costitutivo dell’umano, e tutto ciò legittima pienamente una restituzione economica di questo valore. In altre parole, ciò che potrebbe consentire una liberazione (parziale) dal lavoro (dalla necessità del lavoro) potrebbe essere quella stessa facoltà che ci definisce come esseri umani. Non si tratta quindi di una rielaborazione aumenta del cosiddetto Reddito di Cittadinanza, ma di gettare uno sguardo analitico sul presente che tenga conto della prospettiva storica (antropologica, culturale, tecnologica, filosofica) che lo ha determinato e sintetizzare assieme alle conseguenze le direttrici di un possibile futuro. 

Questa forma di reddito consentirebbe, secondo Ferraris, di liberare tempo ed energie per tutto ciò che è peculiarmente umano, vale a dire educazione e cultura. Il fatidico, laconico, lapidario “produci, consuma, crepa” diverrebbe così un “produci, consuma, crea”. Vedi il passaggio seguente:

Occorre, in altri termini, disegnare il cammino e i presupposti per un lavoro dello spirito in cui l’educazione e la cultura guidino il difficile ma promettente e soprattutto indispensabile passaggio dalla produmanità, in cui eravamo i surrogati delle macchine, alla documanità, in cui le macchine ci surrogheranno interamente lasciandoci all’attività puramente umana del saper vivere, o almeno del provarci. Un capitale documediale, il cui valore più grande sono i documenti accumulati e investiti, è il polo ideale di un lavoro che non consista nella fatica e nella alienazione, bensì nella produzione di documenti attraverso la mobilitazione.

Ecco, è questo aspetto quello a mio avviso meno convincente. La liberazione dal “working time”, dalla vita come utilità, dall’idea del soggetto-cittadino che conferisce senso al proprio esistere in quanto parte di un super-organismo sociale, tipo formica nel formichiere, è una prospettiva utopica ma tutto sommato coerente con una visione individualista del vivere che non faticherebbe troppo, credo, ad attecchire. Ma credo più per brama di edonismo che non di “educazione e cultura”. Il mio timore – quasi una certezza, a dire il vero – è che finirebbe per costituire un salto di livello verso nuove forme di competitività, di nuove attività, energie e insomma di lavoro speso per imporsi sulle legittime anzi sacrosante pretese altrui di dare senso al proprio passaggio terrestre. Liberarsi dal lavoro finirebbe così per essere soltanto un cambiargli di segno, un riarticolarne i modi e le forme.

Ho il sospetto tuttavia di perdermi in cincischiamenti che vanno al di là delle intenzioni e della portata di Documanità, che mi pare rappresenti una piattaforma tematica forte e autorevole a partire dalla quale sviluppare un’idea di futuro realisticamente nuovo, sfrondato di catastrofismi e nostalgie a gratis, capace perciò di confrontarsi con un ventaglio di possibilità di cui scorgiamo ogni giorno di più la concretezza. 

Tutto ciò, last but not least, tenendo presente come sullo sfondo campeggi una domanda che tendiamo sistematicamente ad evitare, quasi che tutto l’industriarsi e il distrarsi servissero esattamente a questo: chi siamo davvero?                    

(Altri post sul tema, più o meno: Cronofagia di Davide Mazzocco, Technosapiens di Andrea signorelli, Essere senza casa di Gianluca Didino)    

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