Ferite infette: La notte arriva sempre di Willy Vlautin

A che serve stare male per qualsiasi cosa? Non è questo il sogno americano? Fottiti chiunque ti trovi tra i piedi e prenditi quello che vuoi

I protagonisti delle storie di Willy Wlautin sono ferite aperte. Tanto che in esse l’azione assume la forma di un’infezione. Anche in questo La notte arriva sempre, il suo sesto romanzo, è così. Lynette ha trent’anni, un passato problematico e un presente difficile dai quali tenta di affrancarsi lavorando al massimo delle proprie possibilità e oltre i propri limiti (anche morali). A farla andare avanti, oltre all’amore per il fratello disabile Kenny (“I medici dicevano che aveva il cervello di un bambino di tre anni. Certe volte sembravano pochie certe altre troppi“), è un obiettivo che sta per concretizzarsi, un sogno di stabilità, di dignità. Che una sera, inaspettatamente, irrazionalmente, si sgretola.

Le resta un’ultima possibilità, che la porta ad affrontare il suo “tutto in una notte”, una febbrile resa di conti con i fantasmi della propria esistenza: una madre anaffettiva, un’amica con meno lealtà che ambizione, ex-amanti con pochissimi scrupoli, il padre che non è mai stato un padre e oggi è un cliente nel bar in cui lei lavora, un amore perduto a causa della rabbia che ogni tanto affiora – folle, incontenibile – dal buio della sua anima. Lynette è un bubbone che suppura, esplode. Smette di calcolare, di trattenersi, capisce che è arrivata sul crinale tra ciò che è condannata a essere e quello che spera di non essere più. Si mette in pericolo, entra in conflitto, sospende la legge per adeguarsi solo a un senso di giustizia che la trascina attraverso una notte che dovrà spezzarla o vederla rinascere.

Questo senso di ferita infetta che tenta disperatamente di cicatrizzare non è solo di Lynette, pulsa in tutti i personaggi, a partire da Doreen, la madre resa cinica da un’esistenza arida e spietata (“Comincio a pensare che certe persone sono nate per affondare. Nate per fallire. E sto iniziando a rendermi conto che io sono una di quelle, e tu non hai idea di come ci si senta. Di quanto sia brutto raggiungere questa consapevolezza“). Vale per Gloria, per Cody, per JJ, per l’orribile Rodney: ognuno sembra essere ciò che è a causa di una lenta, inesorabile devastazione interiore.

Tutte queste ferite sono state inferte dal di dentro, sono i sintomi di una malattia che si diffonde evidente e silenziosa, lo capisci da come la città (Portland, in questo caso) si trasforma a immagine e somiglianza di un sistema economico fondato sul debito e sul ricatto legalizzato. Un sistema che impone modelli culturali e di vita insostenibili, gentrifica un quartiere dopo l’altro con l’aggressività inarrestabile di una colonia batterica, divora energie e codifica sogni senza sbocco, produce insoddisfazione e anestesia procrastinando il punto di rottura finché è possibile.

Lynette, con la sua Saturn malmessa che non parte mai al primo tentativo, con la sua bellezza disperata, con la sua anima tenace ma a pezzi, è un nervo che si ribella, uno spasmo di umanità in un mondo disumano.

Willy Vlautin ha scritto un altro romanzo indimenticabile.

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