Energie misteriose: Un diluvio di veleno di Jordan Farmer

Hollis insegue canzoni lungo il manico della chitarra. Vive isolato in una zona rurale ai margini di Coopersville, West Virginia. La sua colonna vertebrale deforme ne fa una sorta di Quasimodo degli Appalachi, un freak suo malgrado destinato a provocare timore e curiosità nei concittadini. 

Hollis è un autore di canzoni. Compone, sì, ma non per sé. Vale anche per tutto il resto. Vive di sponda come se non potesse ambire a niente di più che questo.  Nel suo passato ci sono un padre predicatore e una band, ma in entrambi i casi tutto è andato per il verso sbagliato. Il presente lo vede trascinare una relazione balorda e una collaborazione inconfessabile alle quali si aggrappa come se fossero gli unici – forse gli ultimi – appigli disponibili, o se preferite il cordone ombelicale sfilacciato che lo unisce alle prospettive residue di un’esistenza migliore. Niente insomma per cui valga la pena di illudersi. Eppure, d’un tratto accade qualcosa: un ravvivarsi improvviso dell’ispirazione, un sussulto di vita. Per Hollis è tempo di pubblicare finalmente il proprio album, la propria musica, le proprie canzoni? 

Il destino sembra pensarla diversamente, sotto forma di un catastrofico sversamento di sostanze chimiche che rende letali le acque di Coopersville. In questo scenario, nel quale il presente diventa un incubo, il passato torna a bussare alla porta e il futuro semplicemente collassa, Hollis è chiamato a lottare contro la ferocia del mondo e contro i suoi stessi limiti, che sono ovviamente fisici (si muove con fatica e a prezzo di dolori costanti) ma anche caratteriali, emotivi, etici. Deve uscire dal guscio, esporsi, per trovare il proprio posto in un mondo carnefice, nel quale la bellezza merita comunque una possibilità ulteriore.

Un diluvio di veleno è il primo romanzo tradotto in Italia di Jordan Farmer, che al suo attivo conta anche l’opera d’esordio The Pallbearer (2018). Forse per la poetica delle periferie come luogo di frizione tra sogno (americano) e realtà, non ho potuto fare a meno di avvertire vicinanza tematica e stilistica con i vari Nickolas Butler, Willy Vlautin e Tiffany McDaniel. Aggiungo che in alcuni passaggi ho ravvisato echi da Cormac McCarthy in souplesse, qualcosa del Joe Lansdale meno sensazionalista e addirittura la grana crepuscolare di un Kent Haruf. Il solco è insomma lo stesso che dalle Flannery O’Connor, dagli Steinbeck e dai Faulkner tenta di farsi strada nel cuore cupo dei margini per indagare la natura profonda del consesso sociale stesso, costruendo ogni personaggio come un prodotto di energie misteriose, spesso violente, inevitabilmente contraddittorie.

Jordan Farmer

L’ambiguità viscerale del padre di Hollis, la vaghezza morale di Caroline, l’impasto di calcolo e lealtà di Rosita, la ferocia sfocata di Russell, il delirio lucido di Victor e la ragionevolezza opportunista di Angela raccontano di un’umanità scissa, in bilico tra luce e ombra, immersa in una doppiezza melmosa che poi è il collante stesso della comunità, la chimica che regola il sistema. Rispetto a tutto questo, il protagonista e io narrante Hollis, con l’invalidità che rende il suo corpo inadeguato a incastrarsi con altri corpi (tanto da un punto di vista sociale che nell’atto sessuale), con il disincanto terminale che ne contraddistingue ogni pensiero, è il granello di sabbia nel cherosene, la scintilla di consapevolezza che accende una fiammella incerta nell’oscurità.

Alternando la cronaca del presente (i cinque giorni della contaminazione) ai flashback su una vicenda di formazione contorta, Farmer traccia il perimetro attorno alla dimensione irrisolta di Hollis, al dominio della fragilità che lo ha ridotto allo stato di cittadino e compositore fantasma, ma che è finalmente sul punto di abbozzare una propria identità (come cantautore e come individuo). Identità tutt’altro che pura e definita: somiglia più a un’ebbrezza, a un incastro di momenti e moti dell’anima, di attrazioni e contrasti. È invisibile e inafferrabile, ma c’è e c’è sempre stata, come il suono della città, “come i treni del carbone che facevano tremare gli alberi nelle vicinanze di casa mia e rompevano con il loro fischio il silenzio della campagna di notte”. Come la (sua) musica.

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