Viaggio allucinante: L’eclisse di Laken Cottle di Tiffany McDaniel

“Sai cosa dicono della luce negli occhi? Un po’ di luce fa finire il buio, ma troppa luce, be’, può segnare l’inizio del buio”

Un misterioso e implacabile “buio” si allarga sul pianeta a partire dall’Antartide, ingoiando tutto nel suo ventre nero. Procede da un continente all’altro, con la somma indifferenza degli accadimenti naturali. Non c’è religione, superstizione o disperazione che tenga: quando il buio arriva, tutto smette di esistere. 

Poteva essere un’ottima intuizione su cui strutturare un romanzo distopico (l’ennesimo) dalle connotazioni vagamente ballardiane. Invece no, L’eclisse di Laken Cottle è qualcos’altro. I fatti avvengono nel 1998, quindi casomai saremmo in zona ucronia, ma ancora non ci siamo: quello del protagonista è infatti un viaggio che si muove fin da subito sul doppio binario della memoria (con particolare riferimento al 1975, in coincidenza dell’eclissi solare dell’11 maggio) e del sogno, o per meglio dire di un delirio che si sgrana sempre più visionario e inquietante. 

Ti ritrovi a galleggiare senza coordinate e senza rete, tra un presente onirico che sembra colare da un groviglio di pellicole di David Lynch, Terry Gilliams, Tim Burton e David Cronenberg, e flashback che sgranano fatalismo efferato in odore di gothic, dalle parti delle più crudi fantasie di Flannery O’Connor e Cormac McCarthy, o come in un acquario governato da un Burroughs giocherellone.    

“Se ammazzi una volta, devi vergognarti tu. Se ammazzi due volte, deve vergognarsi Dio”

Forse uno dei maggiori meriti di Tiffany McDaniel, qui al quarto romanzo (che Atlantide pubblica in anteprima mondiale), è rendere avvincente una lettura che sulla carta avrebbe tutte le caratteristiche per incagliarsi nell’eccesso di personaggi, figuranti, chimere e mostruosità varie. In effetti, leggerlo è come attraversare un giardino dove sbocciano continuamente fiori del male carnivori, una sorta di Paese delle Meraviglie intossicato da una pioggia nucleare, dove ogni elemento narrativo è combattuto tra il sovraccarico metaforico e la franchezza perturbante del pasto nudo. In altre parole, è uno spasso, anche se terribile.

L’eclisse di Laken Cottle rappresenta senz’altro uno scarto rispetto alle prove precedenti della McDaniel, eppure a ben vedere non fa altro che spingere su un altro piano e alle conseguenze (forse) estreme i temi a lei più cari, o per meglio dire IL tema: le inevitabili, profonde, perniciose ramificazioni della violenza, un marchio che si imprime, si inabissa per poi riaffiorare e restituire il male ricevuto, spesso distorto e amplificato, in una catena di dolore che può spezzarsi solo con l’autodistruzione. Quello che ne Il caos da cui veniamo rimaneva inscritto nel fusto solido della dimensione biografica (pure se vacillante sotto la spinta del magico e dell’allegorico), qui esplode in una fiction che apre varchi tra l’american gothic, il realismo contemporaneo e un surrealismo vertiginoso, sfiorando oltretutto e inevitabilmente l’orbita del cosiddetto “rinascimento psichedelico”.

“Dio deve avere concepito la morte con un whisky in una mano e la noia nell’altra”

Pagina dopo pagina rimani invischiato nel collasso reciproco e incrociato tra l’apocalisse collettiva e il viaggio allucinante di Cottle, nel continuo gioco di complicazione e rivelazione, nel carosello ipnotico allesstito dai segni ricorrenti (una mosca, un numero, abiti improbabili, rottami pescati da un lago…), un depistaggio ubriacante dietro al quale emerge con sempre maggiore chiarezza la vena scoperta dell’orrore, come urla che si fanno largo tra le interferenze. Nel finale McDaniel sembra vacillare di fronte alla complessità della struttura da lei stessa architettata e cede al bisogno di spiegare, di togliere la maschera alle allegorie: forse è l’unico difetto di un romanzo che ti attira nel suo ventre come una pianta carnivora. 

Vale la pena di rimarcare che stiamo parlando di un’autrice ancora giovane – è nata nel 1985 in Ohio, dove tuttora vive – e già in possesso di un codice espressivo tanto potente quanto peculiare. Tenerla d’occhio è il minimo.    

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