Del nostro tempo rubato: Cronofagia di Davide Mazzocco

Goya-saturno

“Pronto?”
“Sì, dimmi”
“Sto cercando Xxxx…”
“È in ferie”
“Ah. Sai se controlla la mail dell’ufficio?”
“Non credo, è in ferie”
“Sì, ma dallo smartphone…”
“Non so cosa dirti, ripeto: è in ferie”

Dialoghi di questo tipo sono sempre più consueti in molti ambiti lavorativi. Sembra che la definizione di “assenza” riguardi una dimensione sempre meno significativa, dal momento che la “non presenza” sul luogo di lavoro non determina più l’impossibilità di comunicare e agire. Nella prassi, la tecnologia ha reso l’assenza un diverso grado di presenza. In conseguenza di ciò, del diritto alla disconnessione si parla ormai da anni, tanto da venire regolamentato per legge – o nei contratti di categoria – in molti Paesi.

Il problema mi sembra però più sottile e profondo: non mi sorprende affatto se le aziende tendono a essere invasive nei confronti dei propri dipendenti, quello che mi lascia davvero sconcertato è come gli stessi dipendenti tendano a non distinguere più tra working time e no working time. Del resto, il cosiddetto tempo libero obbedisce a regole sempre più organizzate, strutturate secondo criteri che ricordano molto la prassi lavorativa, al punto da rendere contiguo anzi sovrapponibile tempo del lavoro e del non-lavoro. Perché accade? Perché ci rendiamo – spesso di buon grado – disponibili 24/7? Probabilmente per un semplice motivo: perché è possibile farlo.

cronofagia

Il problema non sta tanto nella scomparsa del citato tempo libero, ma nella ridefinizione del tempo, del nostro tempo, riorganizzato e formattato così da farne input (o, se preferite, carburante) del processo generale di produzione di “ricchezza”. Una significativa citazione – tanto impressionante quanto sfacciata – da cui prende le mosse anche Cronofagia di Davide Mazzocco, riguarda il CEO di Netflix Reed Hastings, il quale ha dichiarato che “l’unico, pericoloso competitor dell’azienda è il sonno“, sonno che rimane il momento improduttivo per eccellenza, non a caso sottoposto a un “attacco” sistematico che sta determinato una costante riduzione delle ore ad esso dedicate (un processo avviato in pratica con l’industrializzazione). Prima che queste argomentazioni possano sembrarvi paranoiche, meglio ribadire: non lo sono.

In un libretto di neppure duecento pagine Mazzocco – saggista, giornalista freelance e documentarista – spiega agilmente e con rigore impietoso la trappola nella quale siamo caduti e continuiamo deliziosamente a cadere. Si parla di organizzazione del lavoro, di comunicazione, di streaming, di social, di linguaggio, di tecnologie, di etica, di ecologia, di propaganda in questo saggio che non fa mistero di covare un’anima intensamente politica. Una politica ineludibile, necessaria se vuoi rimettere al centro il fattore umano quando il complesso culturale/industriale riduce tutti gli aspetti del vivere a unità trattabili algoritmicamente e chiama tutto ciò progresso.

Come già mi è capitato di leggere in Scansatevi dalla luce di James Williams e Ascoltare il rumore di Damon Krukowski, che in fondo affrontano un problema simile da angolazioni e premesse diverse, il punto critico sembra da individuarsi nel bisogno della tecnologia di dominare e rendere pianificabile/calcolabile ciò che per sua natura è aleatorio, estemporaneo, imprevedibile. Se Williams insiste sul tema dell’economia dell’attenzione, e se Krukowski ipotizza un parallelo tra la riduzione del suono a puro segnale e un più profondo controllo della nostra vita emotiva, Mazzocco – chiamando in causa le teorie di Jean Paul Galibert, Mark Fisher, Zygmunt Bauman e l’immancabile Guy Debord tra gli altri – disvela invece una vasta strategia mirata a cambiare il nostro concetto di tempo (e di noi nel tempo) per metterci così al servizio (volenterosi auto-carnefici) di un sistema che su questa disponibilità confida per alimentare il meccanismo, con lo scopo ultimo di mantenere crescenti profitti che non possono permettersi ridimensionamenti.

Il quadro è fosco, ma il taglio e il piglio di Mazzocco si mantengono lucidi e abbastanza combattivi da suggerire possibili vie d’uscita. Forse, come il Bartleby di Melville insegna, a questo incantamento siamo ancora in grado di dedicare un solenne, magari risolutivo: “preferisco di no“. Il primo passo consiste nel prendere coscienza della situazione, adottare uno sguardo che – come i celebri occhiali di Essi vivono – riveli la vera natura di abitudini e prassi che accettiamo con troppa superficialità, arrendevolezza e persino entusiasmo. In questo senso, Cronofagia può darci una mano.

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