Ragioni strumentali ed effetti collaterali: Disagiotopia

Ci sono parole che diventano espressione gergale, tormentone giornalistico o luogo comune analitico con un’agilità stupefacente. Si tratta spesso di fenomeni modaioli, destinati a smorzarsi per stanchezza, per sostituzione o perché l’eccezionalità che li ha provocati rientra nei ranghi della consuetudine. In qualche circostanza però resistono, si consolidano nel quotidiano al punto da diventarne un elemento integrante, organico. Vedi il caso della parola “disagio”.

Al di là di quanto possa emergere nell’intercalare generalmente scherzoso dell’adolescente o del post-adolescente (categoria che, come ben sappiamo, trascende l’età anagrafica), il perdurante utilizzo del termine “disagio” contiene un groviglio di consapevolezze differite o maldigerite che segnalano uno status profondo, connaturato alle categorie culturali a cui ci affidiamo per mettere in piedi l’edificio della nostra personalità, la griglia di valori con cui interpretiamo le cose e il mondo, il bozzolo di una cittadinanza che vorremmo connessa e attiva rispetto al quadro complessivo.


La ricercatrice indipendente Florencia Andreola ha curato l’antologia di saggi brevi Disagiotopia (d editore, 2020, pag. 183) partendo dal presupposto che questo disagio strutturale debba necessariamente affondare le radici nella cultura che ha plasmato e sta plasmando la realtà in cui viviamo (e che ci plasma incessantemente). Detto quindi che il modello sociale dominante si sta rivelando tutt’altro che perfetto, la domanda sorge inevitabile: perché non lo è?

I sei saggi raccolti da Andreola vedono gli autori (Guido Mazzoni, Federico Chicchi, Saskia Sassen, Loretta Lees, Pier Vittorio Aureli, Maria Shéhérazade Giudici e Umberto Galimberti) aggredire il problema da angolazioni diverse: storiche, economiche, sociologiche, architettoniche, urbanistiche, filosofiche. Il risultato è una disarticolazione delle argomentazioni che rischia di disorientare soprattutto il lettore meno preparato (come il sottoscritto), ma che si rivela necessaria a causa della radicazione e ramificazione dei temi, rivelando in ogni caso un movimento concentrico ben riassunto nelle pagine conclusive affidate a Galimberti, per il quale “nel deserto dell’insensatezza che l’atmosfera nichilista del nostro tempo diffonde, il disagio non è più psicologico, ma culturale”.

Una cultura che mette a sistema lo scollamento dalla “cosa pubblica” – soprattutto a partire dagli anni Ottanta, come ottimamente sostenuto da Mazzoni – e svuota di senso i ruoli sociali e familiari, produce di conseguenza ambienti domestici formattati, spazi urbani omologati, pianificazione di tempi e attività secondo ragioni strumentali e prassi orientate alla performance. In tutto questo la consonanza tra “io” pubblico e privato è dissolta, ridotta a un’ombra o – forse anche peggio – a una messinscena dagli esiti spesso caricaturali.

Che si consideri quindi il disagio come un difetto sistemico (più o meno accettato da chi muove le leve) o come un “effetto collaterale degli sforzi umani per governare il mondo” – come suggerisce nella prefazione Raffaele Alberto Ventura, autore del celebre Teoria della classe disagiata (Minimum Fax, 2017) nonché direttore della collana Eschaton per d editore – appare evidente che non possiamo esimerci dal prendere consapevolezza delle provenienze e delle forze che lo rendono endemico.

È necessario e urgente soprattutto oggi, dopo che l’emergenza Covid-19 ha travolto molte delle nostre certezze, con la forza di uno tsunami il cui riflusso contiene una potente impronta normalizzatrice che rischia di idealizzare lo status quo precedente, diluendone i molti aspetti negativi in una visione nostalgica, quasi da “età dell’oro”. L’auspicato “ritorno alla normalità” diverrebbe, su queste basi, un’aggravante, perché replicherebbe tutti i difetti e le debolezze che hanno costituito le premesse (o, se preferite, le cause) di quest’epoca delle crisi perenni (economiche, finanziarie, sanitarie, politiche, ecologiche…). Ma il famigerato coronavirus ci ha anche ricordato che quando vengono a mancare gli schemi consueti, le reti di protezione e il senso di sicurezza, ci rimane comunque la nostra condizione di esseri umani e sociali, la nostra fortissima debolezza. È una sensazione potente, e sarebbe uno spreco enorme non farla diventare – appunto – una consapevolezza, uno sguardo in grado di oltrepassare lo schermo, il coraggio di mettere in discussione l’indiscutibile.

Disagiotopia ha tutta l’aria di un passo verso questa direzione.

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