Cioccolata (funzionale) e Realismo (capitalista)

L’altro ieri in farmacia, mentre aspettavo il mio turno, ho notato un espositore nuovo e insolito. Conteneva barrette di cioccolata di una marca che ritenevo specializzata in prodotti di erboristeria. Una dicitura mi ha particolarmente colpito: CIOCCOLATA FUNZIONALE. I quattro tipi di barretta presentati vantavano peculiari proprietà: ce n’era una per il buonumore, una per il tono (?) e l’energia, un’altra capace di migliorare la memoria (!), infine la più classica e ricoluzionaria di tutte che prometteva, tenetevi forte, di rispettare la linea.

In ultima analisi credo che si trattasse, né più né meno, di cioccolata. Il fatto che venga venduta in farmacia come un prodotto funzionale mi sembra tanto lecito quanto emblematico: abbiamo bisogno di crederlo, no? In fondo sarebbe bello poter trovare tutto, di tutto, in un luogo come la farmacia: cibo, riviste, abiti, videogiochi, ogni prodotto riarticolato in senso funzionale. Non sarebbe rassicurante?

Fisher-copertina-alta

Leggendo Realismo capitalista di Mark Fisher, mi sono imbattuto tra le altre cose nel concetto di interpassività, forse sfuggente ma a mio avviso cruciale. In poche e grossolane parole, lo spiegherei così: quando esercitiamo il nostro ruolo di consumatori, spesso agiamo secondo regole nelle quali intimamente non crediamo, o di cui sappiamo l’illusorietà. Ma proprio questa sorta di “consapevolezza differita” ci consente di mantenere un equilibrio tra ciò che siamo e ciò che accettiamo. Un po’ la stessa cosa avviene, in maniera più evidente, quando il capitalismo crea le condizioni per l’esistenza dell’anti-capitalismo, lo prevede, lo contiene. Rifacendosi al filosofo sloveno Slavoj Žižek, Fisher scrive: “fintantoché, nel profondo dei nostri cuori, continuiamo a credere che il capitalismo è malvagio, siamo liberi di partecipare agli stessi scambi propri del capitalismo“. Credo di avere letto questo passaggio poche ore prima che si consumasse l’episodio della farmacia. E, beh, forse esagero, ma ho trovato molta interpassività nello strano fenomeno della “cioccolata funzionale”.

Mi è piaciuto molto Realismo capitalista perché è uno di quei libri che ti racconta quello che hai sempre sospettato (sentito, intuito) di sapere ma non hai mai trovato le parole più efficaci per dirlo, per dirtelo, per metterlo a fuoco. In più, Fisher ha (aveva, ahinoi) il dono della chiarezza, da un punto di vista stilistico, strutturale e argomentativo. Quel suo ricorrere sistematico alla cultura pop (da Kurt Cobain a William Gibson, da Alfonso Cuaròn alla Pixar…) chiamata a irradiare nel presente le intuizioni di Kafka, Marx e Deleuze, costituisce sì un approccio intrigante ma senza perderci un grammo in autorevolezza. Un’autorevolezza necessaria, perché con questo libretto di 150 pagine Fisher intende arrivare al cuore della questione, e ci riesce. Ci fornisce in un certo senso la sua versione degli occhiali di Essi Vivono, quelli che nel film di John Carpenter svelano la realtà delle cose, la superficie sotto la superficie, il codice che genera in ogni istante la scomparsa di alternative e di futuro, le basi stesse di un ripensamento profondo del modello su cui strutturiamo le nostre vite di individui e cittadini.

Mi spiace, francamente, non averlo scoperto prima di scrivere molte cose che ho scritto nel frattempo, malgrado Simon Reynolds – che era tra l’altro un suo grande amico – lo citasse ogni tre per due. Di certo il prossimo passo sarà leggere The Weird and the Eerie: Lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo, il suo ultimo libro pubblicato in vita.

***

Edit del 25/09/2019: l’ineffabile e piuttosto inquietante Young Signorino cita una frase di tratta proprio da Realismo Capitalista nel video Burrocacao rosa. Questa:

…tutto quanto è nuovo diventa di conseguenza una minaccia ostile e innavigabile, cosicché il malato non può che rifugiarsi nella sicurezza del “vecchio”. Incapacità di produrre ricordi nuovi: eccola, la formulazione essenziale dell’impasse postmoderna.

Finora ho guardato con interesse alla carriera di questo ragazzo cesenate, al secolo Paolo Caputo, classe ’98. Dei suoi pezzi mi intrigava l’utilizzo minimale, quasi preverbale e addirittura afasico del “canto”, come un codice che si accartoccia, implode: niente male come paradigma di ciò che (ci) sta accadendo. Temo invece, alla luce di quello che sento e che vedo nell’ultimo brano, che la “minaccia” e il “nuovo” targati Young Signorino si stiano rivelando l’ennesima strategia di riarticolazione del vecchio, aggiornata alle attuali capacità produttive “indipendenti” e di manipolazione dei media contemporanei. Il tutto, presumo, finalizzato alla costruzione di un personaggio che ha come orizzonte e scopo massimo l’autorevolezza sufficiente a garantire la futura partecipazione come giurato in un talent possibilmente musicale. A proposito di interpassività…

7 commenti

  1. Il libro mi stuzzica ma la cioccolata … io vado a fare passeggiate di sapori e buon umore da Verchi! Farmacia…. tra un po’ venderanno anche i biglietti per i concerti con le posologie e gli eccipienti. Ma uffa!🙄

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