La corazza e il vaffanculo: Uh Huh Her

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Dieci anni fa più o meno di questi tempi iniziavo a scrivere una specie di saggio biografico che avrei dovuto consegnare quattro mesi più tardi. Fu un tour de force “matto e disperatissimo” al quale ripenso con un certo affetto, trattandosi del mio primo impegno editoriale. Il libro uscì a dicembre del 2009 con l’epocale titolo PJ Harvey Musiche Maschere Vita, editore Odoya: pare che sia ancora disponibile nelle migliori e peggiori librerie del Paese.

Raccogliendo le idee per quella che mi sembrava un’impresa improba e maledicendomi per averla accettata – in obbedienza al mio lato più irragionevole, che poi è anche quello più rock’n’roll – sviluppai una vera e propria teoria sulla carriera di Polly Jean, interpretandola cioè come un percorso circolare dal natio Dorset alle città – Bristol, Londra, New York, Los Angeles – e ritorno. In altre parole, vedevo il suo percorso musicale come una “discografia di formazione” che con White Chalk metteva finalmente a segno una sorta di pace armata nei confronti delle proprie radici, accettandone l’asprezza periferica e persino la crudeltà in quanto depositarie di quel senso – l’unico – in grado di definirla come individuo.

Nei giorni in cui sudavo sulle bozze si conosceva ancora poco di Let England Shake, appena un paio di anticipazioni rubacchiate ai concerti e sparate su Youtube. Ma si sapeva che sarebbe uscito entro pochi mesi, e che prevedibilmente avrebbe aperto una fase nuova. Il mio libro si concludeva a quel punto, in bilico su una Polly Jean finalmente libera dalla ricerca di sé, pronta a rivolgere lo sguardo – il proprio sguardo – verso l’esterno, facendo coincidere così la chiusura del cerchio con un’apertura. Questa teoria divenne una convinzione profonda che mi consentì di gettare il cuore oltre l’ostacolo dell’inesperienza e confezionare un volume tutto sommato coeso, aggrappato a una chiave di lettura che stava in piedi a dispetto del mio approccio assolutamente dilettantesco (fui il primo a sorprendermi di quanto bene stesse in piedi).

Ora, in quel “percorso circolare”, in quella “discografia di formazione”, un disco come Uh Huh Her – pubblicato il 31 maggio 2004 – cosa rappresentava? Vide la luce tre anni e mezzo dopo Stories From The City, Stories From The Sea, l’album dei turbamenti levigati e ficcanti, dove Polly Jean indossa abiti e movenze da animale metropolitano, sbilanciata sulla vertigine del futuro, affilata, iperconnessa, immersa in un luminoso timore che – dopo la frattura epocale di Ground Zero – avrebbe assunto l’aspetto di una profezia implicita.

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Dopo quel disco che covava inquietudine dietro una maschera accattivante (giustamente premiato col Mercury Prize), e dopo il fascino dolente e morboso esercitato in Before The Poison di Marianne Faithfull (per il quale compose e produsse gran parte dei pezzi nel 2003), perché rinculare in un territorio rozzo e sgarbato come Uh Huh Her?

Tutto lasciava pensare che a quel punto fosse emerso in Polly il bisogno di uno scarto anzi di uno scatto, l’urgenza di bruciare una nuova tappa del percorso, di frapporre distanza rispetto all’incarnazione precedente (che era appunto – non poteva essere altro che – una tappa, un passaggio intermedio). Con ancora in tasca e tra i capelli la sabbia delle Desert Sessions consumate assieme alla combriccola di Josh Homme, la ormai ex-ragazza del Dorset – ormai trentacinquenne – decise quindi di fare quasi tutto da sé. Suonò chitarre, percussioni, pianoforte, pianola, autoharp, si auto-produsse (con un piccolo aiuto del fido Rob Ellis ai tamburi). Sfornò insomma un disco più pancia che testa: il suo disco del vaffanculo. Rivolto a chi?

Gli indizi disseminati nelle canzoni fanno pensare a un amore finito in maniera traumatica. Anzi: alla fine traumatica delle aspettative che è lecito riporre nell’amore (ascoltatevi Shame). Ma sembra esserci qualcos’altro nel mirino: era forse un vaffanculo sparato contro il bisogno stesso di cercarsi, il mito dell’individuazione ad ogni costo, la fisiologica sopravvalutazione dell’Io-corazza, dell’Io come dimensione assoluta e irripetibile, dell’Io-tempio da edificare e curare in ogni aspetto e sfaccettatura?

Me lo chiedevo allora e non ho mai smesso di chiedermelo. Se cioè quelle canzoni così autarchiche, slabbrate, come ingrugnite a protezione di un mistero fosco e indolenzito (The Pocket Knife), non fossero unite dal filo di un messaggio rimasto perlopiù tra le righe. Lasciato volutamente nell’ombra. Ovvero: la necessità di scendere a patti con la vita e dissacrare finalmente la sacralità delle proprie idee, demolire le convinzioni e accogliere la possibilità del rischio, del fallimento, della mancanza di riguardo, della debolezza, dell’abbandono.

Più ci pensavo e più mi convincevo che le cose stavano davvero così. Che tutto ciò rappresentava la premessa di quel cambiamento capace di portarti vicino a ciò che realmente sei, un cambiamento possibile solo guardando negli occhi – uno sguardo privo di esitazioni – il patrimonio di ferite, scorie, rimorsi, paure e rancori che ti accompagnano anche quando credi di averli sepolti, metabolizzati, dimenticati. Lo pensavo allora, e continuo a pensarlo.

La canzone che dà il titolo all’album – Uh Huh Her – nell’album non c’è. Fu pubblicata in esclusiva per l’iTunes Store e quindi eseguita spesso in tour (la si trova infatti nel DVD On Tour – Please Leave Quietly). Si tratta di un pezzo così brusco, grezzo, scostante, direi quasi riluttante dal punto di vista musicale, da somigliare al bollettino di un conflitto. O, forse, a quel messaggio che dicevamo. E che sta ancora lì: in agguato.

Re rejection
Re rejection
Re rejection

Don’t marry, uh, huh, her
Don’t marry, uh, huh, huh, her
Don’t marry, uh, huh, her
Don’t marry, uh, huh, huh, her

The valley is crying
Don’t ask me
Why it’s grieving

Don’t marry, uh, huh, her
Don’t marry, uh, huh, huh, her
Don’t marry, uh, huh, her
Don’t marry, uh, huh, huh, her

I fill the sea
All with my tears
I drown the fields
You will remember, remember me

The valley is crying
The valley is grieving
He is, he’s leaving
Abandoning me

Don’t marry, uh, huh, her
Don’t marry, uh, huh, huh, her
Don’t marry, uh, huh, her
Don’t marry, uh, huh, huh, her

I fill the sea
All with my tears
I drown the fields
You will remember, remember me

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