Comunque vivo: PJ Harvey – Stories From The City, Stories From The Sea

Tra le molte cose che si possono raccontare del passaggio tra vecchio e nuovo secolo/millennio, c’è la percezione di almeno due sensazioni sovrapposte: lo spegnersi e il riaccendersi del rock.

Non mancavano segni che facevano ipotizzare una imminente marginalizzazione del rock (di cui del resto avevamo fatto indigestione durante i 90s), ma d’altro canto il rock continuava a dimostrarsi un linguaggio efficace per esprimere certi attriti culturali ed esistenziali. Ovviamente l’uscita di Kid A fu un turning point, più che una causa scatenante fu il disco-simbolo che incamerava tutte le tensioni dirette verso – per farla breve – un rock -post. Da quel momento tutti i parametri furono sottoposti a una drastica rivalutazione. Ed è appunto poco dopo Kid A che vide la luce Stories From The City, Stories From The Sea di Polly Jean Harvey.

La allora trentunenne rocker del Dorset proveniva da una liaison fruttuosa con il sound di Bristol (l’ottimo Is This Desire?), che non l’aveva aiutata ad allargare la platea degli ammiratori ma ne aveva senz’altro allargato il ventaglio delle prospettive, assieme alle aspettative nei suoi confronti. Oltre l’ossessione blues intrisa di fantasmi terrigni e demoni sessuali, c’era una musicista capace di mettersi in discussione a trecentosessanta gradi, dal codice sonoro alle tematiche, passando ovviamente dalla sua stessa immagine, una triangolazione organica, giocata sulla linea di confine tra allusione ed elusione, tra ansia e timore di futuro, tra shock e languore.

Ed ecco che, mentre assistevamo in tempo reale all’imporsi del tempo reale, allo sgretolarsi e riaggregarsi della realtà analogica nel digitale sempre più integrato e condiviso, al rock che brancolava nella luce accecante di suoni e strutture sintetiche fino a non sentirsi più rock, alla rivelazione progressiva (ascolto dopo ascolto) di Kid A come disco-spartiacque, ecco che in mezzo a tutto questo PJ Harvey se ne esce con un album – Stories From The City, Stories From The Sea – che coniugava il rock a un modo e a un tempo che avresti detto senza tentennamenti classico. Un rock scolpito nell’aria solida di ascolti infiniti, sedimentato in materia duttile, sagomato con sensibilità vampiresca e ingegneristica, intriso di un lirismo febbricitante come una giovane ma scafatissima Patti Smith, capace di passare con disinvoltura da invettive grossolane à la Joan Jett ad angolosi languori Tori Amos (che non a caso eseguirà spesso We Float).

Rispetto alla carriera della Harvey fino a quel momento, si trattava di un disco di retroguardia, uscito oltretutto nel momento storico apparentemente meno opportuno. Eppure era attraversato con ogni evidenza da una tensione affilata, da uno sguardo affondato nel cuore cupo del presente. Il suono scorreva come mercurio nelle vene della metropoli, luogo reale e ideale che incombeva ovunque. Come una vertigine, come un sussulto lampeggiante sulla pelle della notte. E lei, Polly Jean, non era mai stata così bella.

Anzi, non era mai stata bella così: mimetizzata nella fauna urbana, risolutamente cool, patinata d’indifferenza, sottile ma carnale, presente e fuggitiva, inafferrabile. Una rockstar che eccedeva la silhouette della rockstar. Quanta distanza tra quella borghese evoluta e irrequieta e le maschere precedenti: dove erano finite la ragazza stropicciata dall’inquietudine periferica, quella scossa dai demoni del sesso e dalle prevaricazioni ataviche, quella efebica e vulnerabile, smarrita nei bassifondi carnefici della città? I testi del nuovo album raccontavano un analogo slittamento del punto di vista: le turbolenze sentimentali venivano sottoposte alla pressione contemporanea di emozione e ragione, con licenza di scrutare tra le pieghe scivolose del presente, con una padronanza (di sé, del proprio ruolo nel mondo) inedita. Niente poteva contenere tutto ciò meglio di questo rock irruento, denso e sfaccettato.

Da lì in poi PJ Harvey condurrà la sua parabola oltre i tormenti metropolitani, li strapazzerà con gli slanci torridi e sfilacciati di Uh Huh Her, li riporterà a casa chiudendo un ampio cerchio esistenziale con White Chalk, e poi sarà libera di andare oltre, come sappiamo. Il rock vivrà un ultimo momento cruciale nel post-undicisettembre, come una specie di rito vitalistico, aggrappato alla speranza, all’illusione rabbiosa e disperata, che tutto sarebbe stato ancora come prima (a costo di ammalarsi di retromania). Ma poco avrebbe potuto di fronte allo sgretolarsi dei paradigmi (la liquefazione dei supporti in primis) e all’avanzare inarrestabile di hip-hop, neo soul e playlist-pop. Il rock oggi è vivo, ma è marginale. Tutto lascia credere che difficilmente saprà recuperare la centralità di un tempo, anche se potrà sempre contare su chi – noi – non smetteremo mai di ascoltarlo.

Stories From The City, Stories From The Sea rappresentò, nella cuspide tra vecchio e nuovo secolo/millennio, il controcanto rock alla trascendenza rock di Kid A (rispetto al quale la voce di Thom Yorke, presente in due canzoni, giocava il ruolo di cordone ombelicale). Piovvero critiche anche feroci sulla Harvey, accusata di avere compiuto con questo disco una mossa reazionaria, un passo indietro nostalgico nonché comodo, redditizio. Alla luce degli sviluppi futuri, credo si possa invece considerare un disco profetico, una rivendicazione di necessità all’inizio di un decennio che si preparava ad accantonare il rock come un residuo del passato.

Il rock non ha smesso e non smetterà di scorrere nelle vene scure di un presente spietato. Quando meno te lo aspetti, uscirà allo scoperto come il getto di una tubatura esplosa, a raccontare il sommerso e lo strisciante. Se non sembrerà contemporaneo, sarà comunque vivo.

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