So long, Roky

Aveva solo 19 anni, Roky Erickson, nel 1966. E la sua voce sembrava già quella di chi ha oltrepassato la soglia ed è tornato per raccontarci il cosa, il come. Nel suo canto sentivi l’attrito della carne, il lampo della ferita e la febbre della scoperta, una forma di conoscenza verticale, il cui equilibrio era assieme la soluzione e il problema.

Dei 13th Floor Elevators ci sarebbero molte cose da dire, ma oggi mi pare che conti soprattutto questo: il loro garage mutante – quelle chitarre magmatiche e volatili, il ribollire squinternato (come il tubare di un piccione anfetaminico) della electric jug – è ancora una matrice. Quel suono non si è spostato da dove si è originato, da dove tutti lo abbiamo incontrato: è ancora lì, nel punto dove inizia il concetto di altrove psych-rock. Una breccia, un varco, una rampa di accelerazione e decollo.

Pensate a tutte le band che hanno fatto di acidità ed elettricità le chiavi del loro codice, e state certi che si tratta di musicisti folgorati dagli Elevators: sbucciate il loro suono, e vedrete (sentirete) pulsare la polpa incandescente di The Psychedelic Sounds Of e Easter Everywhere.

Ogni rito ha bisogno di un cerimoniere: e si torna alla voce di Erickson. A quella vertigine che suppurava l’entusiasmo di una condanna, l’irresistibile attrazione per l’attraversamento, le conseguenze già estreme del brancolare blues sull’orlo del precipizio, sulle tracce di un’illuminazione che sfugge sempre per pochi istanti e millimetri, nella consapevolezza di una redenzione impossibile.

Non se ne può andare chi ha sempre fatto dell’altrove la propria casa. So long, Roky.

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