La madre di tutte le compilation: Mixtape Interstellare di Jonathan Scott

Molti appassionati di musica che hanno avuto la ventura di essere adolescenti (concetto, mi rendo conto, assai elastico) all’epoca delle cassette, sanno bene cosa significa confezionare una compilation, quella imponderabile, complessa, spesso istintiva quadratura di gusto, tempo, ritmo, contrasti e affinità necessaria a dare senso a un nastro di 46, 60 o 90 minuti (quelli da 120 erano per i megalomani). Si trattava di un’impresa assai delicata che presupponeva schemi emotivi complessi, che ogni volta necessitavano di opportuna calibrazione. Ad esempio, tra fare una cassetta per un amico o per la ragazza che si voleva conquistare passavano interi universi, anche se il procedimento era in tutto e per tutto simile. In ultima analisi, quando confezionavi una cassetta c’eri tu che dialogavi con la tua idea di te stesso e con la proiezione di te negli altri, tutto ciò come frutto di una tensione costante tra speranza e desiderio. Perciò era così importante: quello che ne usciva era un ritratto e il soggetto eri tu in relazione a – per farla breve – tutto il resto.

Eppure, anche la più importante delle compilation che voi – se avete la sfortuna di condividere l’età anagrafica del sottoscritto – possiate avere mai confezionato, impallidisce di fronte al Voyager Golden Record. Pensate: nell’estate del 1977 un gruppo di scienziati, scrittori e artisti riunisce le competenze e gli sforzi per allestire un mixtape destinato a sfidare lo spazio e il tempo, rivolto all’altro più altro che si possa immaginare: eventuali entità extraterrestri. L’occasione è il lancio delle sonde spaziali Voyager 1 e 2 (agosto e settembre del 1977), la cui missione era in primo luogo “sfiorare” i pianeti del sistema solare fornendo documentazioni fotografiche inedite (missione che porteranno a compimento alla grande) e quindi – quindi – proseguire il viaggio verso, beh, quello che potremmo umanamente definire solo con il concetto di per sé sovrumano di infinito. Ispirandosi a quanto già fatto con le sonde Pioneer nel 1973, che a bordo recavano la celebre Placca Pioneer (divenuta celebre anche per il caso della vulva censurata e dello strisciante sessismo), un team capitanato dal celebre astronomo Carl Sagan si mise in testa di progettare una testimonianza ben più articolata del nostro piccolo pianeta blu e dei suoi bizzarri abitanti: anziché una placca contenente un’immagine, pensò di utilizzare un supporto fonografico nel quale codificare una raccolta di documenti, immagini e suoni in grado di fornire ad ipotetici alieni un’idea sintetica della nostra civiltà. Il punto è questo, ed è bene fermarsi un attimo a riflettere.

La “Placca Pioneer”

Jonathan Scott, inglese, critico musicale nonché appassionato di astronomia, in Mixtape Interstellare ricostruisce – con arguzia tipicamente, ehm, britannica – le sei frenetiche settimane che videro definirsi il Golden Record. Con ciò restituisce uno spaccato dell’epoca che mutatis mutandis conserva molti punti di contatto col presente, a partire dai labirintici equilibri della politica e della morale, che molto pesarono sul risultato finale (più sulla sezione delle immagini e delle testimonianze orali e meno, fortunatamente, su quella musicale). Tuttavia, è ovvio che l’interlocutore a cui si rivolgevano Sagan e compagnia (l’astrofisico Frank Drake, la regista e scrittrice Ann Druyan, l’artista Linda Salzman Sagan, il giornalista – caporedattore di Rolling Stone – Tim Ferris e l’artista visivo Jon Lomberg tra gli altri) era puramente ipotetico. Malgrado fossero spinti da una vena utopistica che pulsa ancora dopo tanti anni, tutti erano ben consapevoli che le possibilità di far pervenire il mixtape in mani aliene erano (sono) infinitamente piccole, e che casomai sarebbe accaduto centinaia, migliaia, forse addirittura milioni di anni dopo il decollo dei Voyager. In questa prospettiva, il destinatario della compilation finisce per diventare un soggetto del tutto teorico, l’ingranaggio di un meccanismo mentale. Che è più o meno ciò che sapevamo (senza confessarcelo) quando da ragazzini impegnavamo pomeriggi interi per confezionare una compilation: più che ritagliato sulle caratteristiche di chi avrebbe ascoltato la cassetta, quel nostro lavoro parlava essenzialmente di noi “compilatori” in un ben determinato momento della nostra esistenza.

Il Voyager Golden Record si prefigura in questo senso come la madre di tutte le compilation. Lo è tenuto conto di tutti i suoi meriti e anche – soprattutto – dei sostanziosi difetti. A partire dai suddetti compromessi imposti dalla politica (la presenza di un discorso del Presidente degli USA Jimmy Carter determinò per par condicio l’inclusione della lista completa dei membri del Congresso: fatico a immaginare l’alieno che ne decifrerà i nomi, ma non la sua espressione esterrefatta) e dalla morale (le immagini ovviamente non dovevano prevedere scene di nudo, ma non solo: addirittura l’illustrazione di un uomo fu criticata – e perciò corretta – perché i suoi capelli sembravano troppo “da surfista”). I brani musicali poi scesero pesantemente a patti con i limiti di tempo imposti dal supporto vinilico, pure se la scelta di incidere a 16 rpm anziché ai canonici 33 rpm consentì un’autonomia di circa 45 minuti per lato. Rimaneva comunque un’impresa titanica. 

Pensateci: rappresentare il pianeta Terra in circa 90 minuti. Di cui la metà destinata a documenti, saluti (in un gran numero di lingue) e immagini (convertite in suoni). Il resto, musica. Classica, certo: Beethoven, Stravinsky, Bach e Mozart. Ma anche quella che oggi definiremmo etnica (alla cui selezioni contribuì tra gli altri anche Alan Lomax), tra canti pellerossa, bulgari, peruviani, cinesi e indonesiani, oppure strumentali messicani, giapponesi e russi. Poi il blues, certo, con la spettrale Dark Was The Night, Cold Was The Ground di Blind Willie Johnson, il jazz di Louis Armstrong (Melancholy Blues) e il rock nella primigenia versione di Chuck Berry con la formidabile Johnny B. Goode. Il tutto stipato nel lato B di un long playing di rame placcato d’oro. 

Le limitazioni tecniche del 1977  – “l’anno del punk, l’anno del vhs, l’anno in cui i Grateful Dead spaccarono di brutto, (…), l’anno di Apple II, l’anno di Star Wars: Una nuova speranza, il centenario dell’invenzione del fonografo da parte di Thomas Edison, e l’anno in cui morì Peter Carl Goldmark, l’uomo che sviluppò il moderno lp” – costrinsero insomma il team a una selezione spietata. Oggi con molto meno ingombro potremmo dotare un messaggero spaziale di una unità di memoria contenente migliaia di ore di musica, per non dire delle immagini (anche dei video) e dei documenti. Molto comodo, indubbiamente. Si perderebbe tuttavia quel lavoro avventuroso di sintesi estrema, di ricerca di senso determinata dal perimetro ristretto di possibilità a cui l’ingegno, la cultura, la sensibilità e l’intuito dovettero adattarsi. Con il non piccolo contributo del caso. Perché è inutile illudersi: nulla è mai del tutto sotto controllo, figuriamoci un processo tanto ricco di implicazioni. 

A tal proposito è emblematico come sia fallito il tentativo di “sterilizzare” al massimo il contenuto del mixtape, ripulendolo di ogni contenuto culturalmente e politicamente scomodo: quando già le sonde stavano per sfiorare Urano si scoprì che addirittura i primi suoni che aprono il disco – un discorso di saluto del segretario generale delle Nazioni Unite – appartengono a un ex-ufficiale nazista, vale a dire Kurt Waldheim, smascherato dal celebre “cacciatore di nazisti” Simon Wiesenthal nel 1986. “Non si può fare a meno di ridere”, sostiene Jon Lomberg, “è un’ironia cosmica”. Meno clamoroso ma assai significativo è il caso di Ann Druyan, all’epoca compagna di Tim Ferris ma in procinto di lasciarlo per Carl Sagan: nel lato A del Golden Record è presente la registrazione del suo encefalogramma, nonché il suono di un bacio scoccato da Tim sulla sua guancia. Andò così che, assai melodrammaticamente, venne immortalato – reso cioè immortale e spedito nel cosmo, dove viaggerà nei secoli dei secoli – il “suono” di un cervello che si stava contemporaneamente innamorando e disinnamorando, nonché del bacio di un innamorato destinato a ricevere presto una cocente delusione sentimentale (Ann e Carl annunciarono ai rispettivi partner la loro relazione due giorni dopo il lancio delle Voyager). Va detto che Tim Ferris, pare, la prese con una certa sportività: erano pur sempre gli anni Settanta. 

La cronaca di Scott, narrata con piglio effervescente e arguto da new journalism, lascia affiorare pagina dopo pagina i brividi dell’appassionato (di musica e di astronomia, ribadiamo) ma senza rinunciare a quel po’ di salvifico disincanto, come a sottolineare che in quanto abitanti del “Pale Blue Dot” (questo il nome della celebre foto scattata da Voyager 1 il 14 febbraio del 1990, da una distanza di 6 miliardi di chilometri) siamo destinati ad affrontare e manipolare questioni dall’importanza comunque assai relativa. La lettura risulta quindi dinamica, a tratti scoppiettante, infarcita di gustosi dettagli storici conditi da connessioni  fragranti (vedi il piccolo ma cruciale ruolo di John Lennon, che consigliò Jimmy Iovine – all’epoca al lavoro con Springsteen per Born To Run – come tecnico del suono). Ne esce quindi un saggio dal taglio documentaristico ma intriso di un afflato potentemente metaforico. Se fosse una melodia sarebbe guizzante e a tratti gloriosa ma immersa in un brodo crepuscolare, proprio come certe canzoni dei Cure (di cui Scott è un fan). 

La celebre immagine “Pale Blue Dot”

Ancora Lomberg, oggi: “Con tutti i rischi di una guerra nucleare che c’erano nel 1977, la gente allora era più ottimista e positiva. Ci proiettavamo in uno splendido futuro alla Star Trek di armonia globale e di esplorazioni interstellari. E poi il futuro si è trasformato in Terminator e in un’apocalisse zombie  e in un terribile flagello e nei computer che prendono il sopravvento… Insomma, un futuro peggiore dell’altro. Secondo me viviamo in una cultura molto malata”.

Forse Lomberg tralascia un aspetto decisivo: il futuro non ha solo cambiato aspetto, si è anche appiattito su un presente impegnato a riflettere se stesso in un loop narcisistico che non accenna a perdere velocità. Anzi: accelera. Mentre scrivevo queste righe, il facoltoso Richard Branson ha compiuto con successo il primo volo suborbitale privato a bordo del suo Virgin Galactic, che nelle intenzioni del miliardario inglese dovrebbe rappresentare il primo step verso la definizione del nascente turismo spaziale. Che questa nuova, ben più mondana frontiera veda tra i pionieri il fondatore di Virgin Music, etichetta cruciale per le sorti del rock e del pop dal 1973 in avanti, è emblematico, esattamente come il fatto che a ruota – ovvero nove giorni più tardi – anche Jeff Bezos, fondatore di Amazon e (perciò) uomo più ricco del pianeta, decollerà a bordo della sua Blue Origin. 

La tecnologia non ha smesso di progredire e trovare soluzioni formidabili a problemi apparentemente irrisolvibili. Nella versione di Branson e Bezos, il viaggio astronomico tende a una dimensione più, come dire, terrena, a misura d’uomo (seppure di uomo molto facoltoso), svincolata dai crismi istituzionali che conferiscono all’astronauta il ruolo di avamposto (quasi) sacro, di messaggero e simbolo dell’intera umanità in cerca di spiegazioni, soluzioni, spazio e senso, di un’umanità in cerca di altro e altri, incapace di rassegnarsi all’idea di essere intollerabilmente sola nel cuore di un mistero vasto e insondabile. Il turismo spaziale è tutto sommato l’evoluzione prevedibile di un processo che ha visto svuotarsi progressivamente l’impresa astronomica della sua componente romantica, lasciando ferma al palo la visione, la spinta sovrumana (e panumana) del sogno. Non a caso la proposta di Lomberg di dotare la sonda New Horizons – lanciata nel gennaio 2006 – di un messaggio simile a quello del Golden Record (non più su supporto fisico, ovviamente, il che non avrebbe neanche comportato problemi strutturali: si trattava di effettuare l’upload di un file, in sostanza), non è stata neppure presa in considerazione. 

A quanto pare è finito il tempo dei messaggi nella bottiglia. Peccato, perché siamo pur sempre naufraghi. Lo eravamo ben prima del 1977 e lo saremo ancora a lungo. Forse il problema è che non riusciamo più a vedere il mare.  

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