Sulla linea del crepuscolo: L’altro mondo di Fabio Deotto

Uno degli aspetti che più mi ha colpito della pandemia è come abbia cannibalizzato tutto il resto. Anche temi di primo piano sui quali da mesi insisteva il dibattito pubblico, tipo ad esempio il global warming, di colpo si sono smaterializzati. Ricordo di avere ripensato, in una delle prime stordenti serate di lockdown, alla sera che avevo accompagnato mia figlia a un “fridays for future”: non erano passati che pochi giorni, ma sembravano mesi. Anche le discussioni, o le semplici chiacchiere, che oramai si svolgenvano rigorosamente a distanza, sembravano finite in un imbuto. Probabilmente uno degli ultimi scambi di parole a cui mi era capitato di appassionarmi davvero prima di finire nella spirale di positività e quarantene, aveva avuto come protagonista Greta Thunberg e l’importanza del suo ruolo oltre la dimensione da icona pop(ular). 

Il colpo di spugna del marzo 2020 impose insomma un unico tema, e da allora le cose non sono cambiate granché. Comprensibilmente, direi. Perché l’impatto sulle nostre vite del Covid-19 è stato concreto anzi brutale, un rovesciamento di paradigmi che ha sconvolto ogni aspetto del quotidiano nel volgere di pochi giorni anzi di ore. Intanto il global warming, come la famosa ruggine cantata da Neil Young, non dorme mai. Le temperature medie del pianeta continuano a salire, con le conseguenze che abbiamo potuto appurare anche durante gli ultimi mesi, dai disastrosi incendi australiani del 2019/2020 alla tragica canicola canadese di questi giorni.

Tuttavia, la complessità e la natura controintuitiva di molti aspetti legati al surriscaldamento climatico ne smorzano l’urgenza nella misura in cui ne rendono astratti il perimetro e le conseguenze. C’è un altro aspetto: il tempo. La gradualità con cui tutto ciò sta accadendo ci impedisce infatti di percepirne la reale gravità. Così scrive Fabio Deotto in un capitolo significativamente intitolato Il mondo è già finito:

“Poiché la fine del mondo non si sta manifestando con i connotati apocalittici con cui siamo abituati a riconoscerla, quello che succede è che non la registriamo come tale. Piuttosto continuiamo a sovrapporre immagini mentali alla realtà osservabile, rendendo ancora più difficile incamerare i segnali del collasso”.

Con L’altro mondo lo scrittore di Vimercate esce dalla comfort zone (si fa per dire) della narrativa – è autore di due romanzi, il buon Condominio R39 (2014) e l’ottimo Un attimo prima (2017) – e tenta la carta della saggistica, ma senza perdere il gusto della narrazione, anzi facendo perno proprio sul racconto come chiave per conferire sostanza e pregnanza alla non trascurabile mole di dati, concetti e situazioni messi in campo. Prima che si possa sospettare un’invasione di campo – del resto dalle nostre parti non siamo abituati ad autori versatili come Arundhati Roy, Zadie Smith o Jonathan Franzen – va detto che l’approccio giornalistico di Deotto si rivela ben rodato, come c’è da attendersi da chi collabora da anni con molte riviste italiane e internazionali tra cui Wired e Il Tascabile, dedicandosi in particolare alle interconnessioni tra scienza e cultura (è laureato in biotecnologie).

In ogni caso, e in controtendenza rispetto alla sedentarietà forzata dell’era Covid, non si è limitato a lavorare sui (e a incrociare i) dati, ma si è messo in viaggio, volando in mezzo mondo o percorrendo le strade del nostro Paese, là dove gli effetti del riscaldamento globale hanno già riscritto le regole e/o sono sul punto di farlo anche pesantemente. Dalle Maldive alla Lapponia passando da New Orleans, Venezia e Miami (ho provato un lungo brivido alla notizia del crollo del palazzo a Surfside, avvenuto proprio mentre stavo leggendo le pagine sulla assai precaria situazione della città costiera statunitense), quello di Deotto si delinea pagina dopo pagina come un viaggio sulla linea del crepuscolo, dove a tramontare è un’epoca che pure tendiamo a considerare eterna, offuscati da quello che si rivela essere un velo di Maya cognitivo. 

Il suo indulgere su episodi apparentemente minimi – sull’impronta umana di incontri programmati e occasionali, sui dettagli relativi a una cena foderata di stanchezza, sul disorientamento per il jet lag o per un paesaggio così esotico da sembrare alieno… – non è una strategia mirata a rendere accattivante la lettura (come in effetti avviene) ma la sostanza stessa dell’approccio, la chiave con cui intende aprire al lettore il varco che conduce in prossimità del punto nevralgico della faccenda. Perché, da bravi homo narrans, è quello delle storie il codice che comprendiamo davvero: 

“Ancora una volta, la nostra tendenza (e la mia in primis) è cercare un punto di fuga che ci consenta di proiettare le nostre aspettative su un orizzonte inquadrabile, ma così facendo ci stiamo di nuovo concentrando su un’immagine mentale bidimensionale che impedisce di veder la complessità del reale. Ma perché abbiamo bisogno di ridurre tutto a un’immagine che molte volte sappiamo essere fuorviante? Le distorsioni cognitive hanno un peso importante, certo, ma a complicare ulteriormente il quadro interviene anche un elemento culturale ovvero il fatto che la nostra comprensione del mondo è affidata alle storie. E noi abbiamo la tendenza a preferire le storie semplici”

Toccare con mano ciò che è già accaduto – isole e città assediate dall’innalzamento dei mari, il procedere subdolo della desertificazione, lo spostamento della latitudine delle coltivazioni… – non significa solo prendere coscienza del problema e renderlo quindi tangibile nel qui e ora, ma anche acquisire consapevolezza di ciò che si deve fare e come farlo. Meglio ancora: significa gettare le basi della disposizione mentale più adeguata per affrontare un problema che ci obbligherà a mettere in discussione abitudini e convinzioni consolidate.

L’altro mondo può essere definito un reportage, un diario di viaggio o un grido d’allarme, ma somiglia a una chiacchierata con le sciabole social tenute nella fodera, priva di sensazionalismo a gratis, con gli occhi ben piantati negli occhi. Leggerlo non è stato di conforto, ovviamente no: si parla pur sempre di una casa – la nostra casa – che sta sprofondando. Eppure mi è stata di conforto la sensazione che questo problema, così grande che si fatica a metterne a fuoco i contorni, possa essere affrontato umanamente. E che, una volta stabilito il solco in cui muoversi, sia possibile iniziare a immaginare soluzioni.

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