La fragilità rivelata: Il complotto contro l’America di Philip Roth

Premessa: non ho visto la serie TV. in ogni caso, nelle righe che seguono sono presenti alcuni spoiler. L’avvertenza vale ovviamente anche per chi volesse leggere il libro. Fine della premessa.

L’idea di Philip Roth alle prese con un romanzo ucronico mi attraeva e insospettiva allo stesso tempo. Per questo ho rimandato a lungo la lettura di Il complotto contro l’America. Avevo la sensazione che potesse trattarsi di un cimento poco adatto per la penna vertiginosa del grande scrittore statunitense, nei cui romanzi ho sempre incontrato – godendone – l’attrito brutale tra finzione e realtà, quest’ultima sostenuta dalle fondamenta tenaci della Storia. Perciò l’idea di una vicenda controfattuale orchestrata da Roth mi procurava aspettative controverse: proprio per la sua capacità di trarre linfa narrativa dalle ferite aperte degli avvenimenti così come sono accaduti e accadono, da contesti ricostruiti con la consueta vena caustica e meticolosa. Oggi quei dubbi, che pure avevano una loro ragion d’essere, mi paiono ingrati. 

A rendere intrigante Il complotto contro l’America è – ovviamente – la biforcazione tra Storia reale e Storia reimmaginata, a cui si sovrappone il palese elemento autobiografico: l’io narrante è infatti lo stesso Roth che simula un memoir di se stesso bambino (è nato nel 1933) impastando invenzione funzionale e ricordi veri e propri. La finzione quindi è come minimo duplice: investe i fatti storici – che divergono a partire dalla discesa in campo del celebre Charles Lindbergh come candidato alla presidenza degli USA, candidatura che gli fu realmente proposta e che andò molto vicino ad accettare – e il modo in cui giovanissimo Philip e la sua famiglia vissero – anzi: avrebbero vissuto – questi avvenimenti alternativi a Newark, nel New Jersey. Di fatto, Roth mescola le carte del proprio passato e di quello collettivo, ridispone gli eventi per spremere senso. Per rivelare.

Rivelare cosa? Non ci si può limitare a un solo tema. Come è lecito attendersi, è centrale la questione ebraica, che in Roth coincide con una critica intrisa di veleno e d’amore per la stessa ebraicità, qualunque cosa significhi (nulla di semplice, in ogni caso). Così come non mancano stilettate impietose al cuore stesso d’America (altrimenti che Roth sarebbe?). Ma dove il romanzo colpisce a fondo e con lucidità è sul nervo scoperto del presente, ovvero sulla sempre più sottile intercapedine che separa la verità dalla post-verità, e come la compenetrazione tra queste due sfere possa diventare uno strumento potentissimo, capace di plasmare gli individui e le masse e deviare così il corso degli eventi: proprio come uno scrittore può fare con i materiali della Storia, ad esempio sottoponendoli all’imperio della fiction per confezionare un romanzo ucronico tipo, appunto, il qui presente. 

Sembra di avvertire, appunto, questo messaggio di fondo: come uno scrittore può giocare con gli avvenimenti per dare forma e imprimere una direzione alla storia che sta scrivendo, allo stesso modo la Storia può subire – anzi: subisce – continui cambi di rotta, scorre sul filo di turning point su cui forze piccole o grandi – frutto del caso o della volontà – possono imprimere spinte decisive, determinandone l’esito. Per inciso, al di là delle implicazioni filosofiche si tratta di un’autentica investitura di responsabilità per l’individuo del terzo millennio, chiamato a sorvegliare con attenzione inaudita lo svolgersi degli eventi attraverso la trama sempre più affollata e caotica dei media.       

Diversamente da La svastica sul sole di Philip Dick o Fatherland di Robert Harris, per prendere ad esempio due celebri opere di finzione che applicano la logica “as if” al secondo conflitto mondiale, ai quali aggiungo volentieri anche la trilogia “fantastorica” di Enrico Brizzi (L’inattesa piega degli eventi, La nostra guerra e Lorenzo Pellegrini e le donne), ne Il complotto contro l’America lo strappo ucronico alla fine si ricompone, la presidenza di Lindbergh si rivela una parentesi, un incubo da cui gli States e il mondo si svegliano appena in tempo per tornare sui binari “giusti”, ovvero quelli noti, che porteranno alla sconfitta del nazifascismo e probabilmente a tutto ciò che sappiamo essere accaduto più avanti (si fa cenno ad esempio all’assasinio di Robert Kennedy). Ma si tratta di un “diverticolo” che ha dimostrato quanto sia prossima l’eventualità di un progrom su basi razziali nel Paese degli uomini liberi, nella Dimora dei coraggiosi.          

Writer Philip Roth at his home in Manhattan. Roth, an American novelist, has been writing award-winning fiction since 1959.

Rabbi Bengelsdorf è un personaggio di fantasia che interagisce ad alti livelli con quelli realmente esistiti (i coniugi Lindbergh, Franklin D. Roosvelt, Fiorello La Guardia, Walter Winchell, Henry Ford, Joachim Von Ribbentrop…), ed è in questo senso la cartina al tornasole del romanzo, un inestricabile groviglio di calcolo e ingenuità, provvisto di intelligenza raffinatissima e grandi capacità diplomatiche eppure destinato a recitare la parte dell’utile idiota in un gioco molto più grande di lui. Altrettanto emblematiche sono le figure della zia Evelyn, che nel fidanzamento proprio con Bengelsdorf scorge una via per scampare alla mediocrità, e del cugino Alvin, che non si limita a promuovere l’interventismo ma si arruola da statunitense nell’esercito canadese e viene spedito a combattere in Europa, dove perde una gamba alla prima azione di guerra. Personaggi nei quali il conflitto tra ideale e convenienza, tra identità e ragion pratica, finisce per corrodere l’equilibrio emotivo ed etico, il senso di appartenenza e infine gli affetti. 

Lo stesso Philip, per motivi grottescamente casuali, finisce per vivere il progrom come una colpa: la tragedia collettiva produce traumi individuali, conduce allo stato di “eterna paura” che, se è connaturato all’idea di dittatura, scopriamo essere organico anche alla democrazia nelle sue varie declinazioni, alimentato dal riaffiorare periodico di eventi che fanno collassare il quotidiano (il martedì nero, gli assassinii di JFK e Martin Luther King, il Watergate, i massacri nelle scuole, gli omicidi a sfondo razziale…) consolidando il senso di precarietà, di vulnerabilità all’interno di un sistema che è solido e giusto solo in una dimensione ideale, continuamente messa in crisi dalla realtà.         

Ancora una volta, ottimo Roth.

P.S.

Inizio a chiedermi: ne ha scritto uno brutto o trascurabile quest’uomo? 

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