Il nemico dentro: Nemesi di Philip Roth

Lamento di Portnoy, Il teatro di Sabbath, Pastorale americana: dei 24 romanzi pubblicati in mezzo secolo da Philip Roth avevo letto finora solo questi tre, mediando tra i suggerimenti (non sempre concordi) di molti amici e le varie recensioni. Tre romanzi straordinari che mi hanno lasciato la sensazione di una scrittura – di uno scrittore – capace di penetrare il cuore problematico dell’esistenza, spremendone il succo intossicato con lucidità spietata e un senso prodigioso per le meccaniche inconfessabili dell’agire umano, strappate al profondo e lasciate a consumarsi su un palcoscenico beffardo e struggente. Tutto ciò mentre il collasso di storie e Storia non smette per un attimo di tessere la trama della grande tragedia collettiva, sempre disposta a mostrarti il suo profilo più farsesco assieme a quello crudele, quasi che il compito della nostra specie consistesse nel comporre un cantico dell’insignificanza individuale all’interno di un grande disegno segna autore, e la nevrosi endemica che ne deriva.

Pur trattandosi di tre romanzi indicati come tra i suoi più significativi, rappresentano solo una piccola parte della sua produzione. Ragion per cui non posso certo permettermi un giudizio su Roth, ma limitarmi ad una – appunto – sensazione. Da un lato avverto l’urgenza di leggere tutto il resto di lui, compresi i racconti e i saggi, ma dall’altro la consapevolezza che per molto tempo ancora potrò contare su una corposa bibliografia da cui pescare (tra cui titoli che da tempo mi sono stati calorosamente raccomandati, come La macchia umana, Zuckerman scatenato o Il complotto contro l’America) è, come dire, rassicurante.

A questo punto devo spiegare perché ho sentito la necessità di leggere Nemesi, il suo ultimo romanzo. Semplice: sapevo che parlava dell’epidemia di poliomelite che colpì gli Stati Uniti mentre la seconda guerra mondiale volgeva al suo sanguinario epilogo, quindi ho immaginato che le parole di Roth su un tema del genere si sarebbero rivelate utili a interpretare meglio il presente. Non mi sbagliavo.

Nell’estate del 1944 la polio si abbattè sulla popolazione di Newark, soprattutto su bambini e ragazzi, provocando morti e menomazioni (quasi ventimila casi e millecinquecento morti quell’anno negli USA). Anche considerando l’anno di maggiore virulenza negli States (il 1952, con quasi sessantamila contagiati e oltre tremila morti), si tratta di numeri marginali rispetto a quello che abbiamo vissuto e ancora stiamo vivendo da pochi mesi a questa parte (nel momento in cui scrivo i casi di Covid-19 nei soli USA ammontano a oltre due milioni, di cui centoventimila sono i deceduti). Eppure, lo spettro della poliomelite ha continuato ad aleggiare nella memoria collettiva anche dopo la scoperta del vaccino che ne ha provocato la sostanziale scomparsa.

Le cause sono molteplici: il mistero sulle modalità del contagio, il suo accanirsi soprattutto sui più giovani, la terribile prospettiva del soffocamento (a causa della paralisi del diaframma) che si poteva scongiurare solo ricorrendo al cosiddetto “polmone d’acciaio”, le strazianti infermità con cui i sopravvissuti spesso si trovavano a convivere per il resto dell’esistenza. La polio raccontata da Roth è una sorta di nemico intestino, invisibile e subdolo, la cui trasmissione avveniva tramite concittadini/portatori asintomatici o presintomatici, perciò inconsapevoli. La sua penna scava nei meccanismi di produzione simbolica del “nemico”, regolarmente individuati nell’altro (“gli italiani”) o nel diverso (il povero Horace, afflitto da gravi problemi mentali).

Il protagonista – che Roth racconta in terza persona, incarnandosi in uno dei ragazzini vittime del contagio – è Bucky Cantor, un personaggio estremamente simbolico: orfano di madre, abbandonato da un padre disonesto, cresce assieme ai nonni con l’obiettivo di riscattare le sue origini travagliate. È quindi un individuo retto, coraggioso, fisicamente prestante (anche se non molto alto), tanto da lavorare come animatore in un centro estivo per bambini e ragazzi. Naturalmente si sarebbe arruolato per servire la Patria nello sforzo bellico d’oltreoceano, ma gravi problemi di miopia glielo hanno impedito. Se gli è stata negata la possibilità di mettersi alla prova sul fronte europeo, si trova a combattere una guerra del tutto inattesa e spietata nella sua città, anzi nel suo quartiere: quella contro la polio che in pochi giorni colpisce uno dopo l’altro i ragazzi che frequentano il centro estivo.

Per Cantor inizia così una parabola di tragedia e impotenza, di senso del dovere opposto al sentimento, di sguardo collettivo e convenienza individuale, mentre crollano una dopo l’altra le impalcature della fede in un Dio a cui non riconosce più alcuna misericordia né amore. Finché, in un finale che non è giusto svelare, la natura del nemico si rivelerà ancora più vicina e difficile da accettare.

Nemesi è l’ultimo romanzo di Roth, una meditazione cruda eppure accorata sulla nostra missione come esseri umani tra esseri umani, in uno scenario di insensatezza da affrontare con le armi di pietà, ragione e comprensione, anche nei confronti di se stessi. Bucky Cantor è l’America che fa perno sulla forza dei propri valori, sul coraggio, su una rettitudine quasi mistica, e che pure si rivela inguaribilmente miope, incapace di dominare le spinte egoistiche del “Sogno” che tutto muove, di sostenere lo schianto delle prospettive e delle illusioni, mentre il nemico cresce, incontenibile, dentro di sé.

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