L’anomalia e la cura: in lode di Franco Battiato

Dell’infanzia ho ricordi sparsi, flash sfilacciati, una griglia rizomatica di fotogrammi sbiaditi. Come credo capiti a tutti, ho invece meno difficoltà a individuare i momenti in cui l’infanzia ha iniziato ad abbandonarmi, a diventare (a fare di me) altro. In questo senso, un anno cruciale è stato indubbiamente il 1981.


Avevo undici anni, i plumbei Settanta si erano consumati in tutta tranquillità. La nebbia tossica delle crisi economiche, degli attentati e della minaccia nucleare aveva stazionato in alto rispetto ai miei polmoni di bambino, come una vibrazione sorda fuori dalla campana di vetro dei giochi, delle letture di fumetti, dell’ipnosi da ufo robot e dei doveri scolastici.

Dopo un trasloco che nell’estate del 1980 mi fece capire l’importanza – e in un certo senso l’ineluttabilità – del cambiamento nel flusso della vita (e anche questo: che la vita era un procedere da una discontinuità all’altra), il 1981 mi vide impegnato mio malgrado a lasciarmi alle spalle strati progressivi di fanciullezza, ad ampliare la portata dello sguardo, ad affrontare i primi grovigli della complessità.

Furono due gli episodi cruciali, eventi collettivi che vissi come piccoli uragani personali capaci di stabilire un prima e un dopo. Il primo accadde in giugno a Vermicino, che già dal nome evocava un luogo raccolto, da periferia tascabile dove il tempo scorreva col passo formicolante e polveroso dei vecchi libri per ragazzi. Alfredo Rampi cadde in un pozzo artesiano diventando per sempre Alfredino, la sua sparizione dilatata e resa disponibile in diretta televisiva, mentre la realtà si riversava nelle cucine e nei salotti del Paese come la più terribile e (perché) vera delle finzioni. Fu una clamorosa dimostrazione di quanto la TV stava diventando organica alle nostre vite, ridefinendo i termini di linguaggio e tempo. Ma fu anche altro: per molti della mia generazione – per me senz’altro – si trattò dell’ingresso ufficiale nella dimensione della mortalità. Di colpo, la morte diventava protagonista del racconto della vita attraverso l’elettrodomestico che come nessun altro mi (ci) spensierava la vita. Non la morte letteraria, quella che mi aveva atterrito e affascinato nei romanzi di Verne e Stevenson, ma quella reale, concreta, dalle conseguenze irreversibili. Non perdemmo l’innocenza, casomai l’ingenuità.

Vermicino, giugno 1981


L’altro evento fu meno traumatico, più diluito, ma non certo inferiore quanto a conseguenze: a settembre uscì La voce del padrone di Franco Battiato. Album che in casa mia non entrò subito, anzi. Presto però comprammo il 45 giri Bandiera Bianca/Summer On A Solitary Beach, anche grazie all’entusiasmo contagioso di una giovane vicina di casa che stravedeva per il cantautore siciliano (lo amava anche esteticamente, per il divertito sconcerto di mia madre). Come tutti sanno, il botto vero di La voce del padrone avvenne nel 1982, spinto soprattutto dal successo di Cuccuruccuccu. Oltre un milione di copie vendute, prima volta per un LP italiano: un’apoteosi radiofonica abbacinante. Al di là del successo commerciale e della fenomenologia collettiva, quel vinile – che nel frattempo era entrato eccome a far parte della pur magra discoteca di casa – instaurò col me ragazzino un dialogo strano e profondo. Di Battiato fino ad allora conoscevo solo il singolo Up Patriots To Arms, un po’ perché passava molto in radio ma soprattutto perché era stata a lungo la canzone preferita di un mio compagno di classe, più grande degli altri perché bocciato e quindi il più ganzo: la cantava ossessivamente e finì col farmela sembrare un rituale sonoro avventuroso, “da adulti”. Cosa potesse significare quella canzone, sia musicalmente che per ciò che diceva, era una questione troppo lontana da me perché potessi affrontarla seriamente.


La voce del padrone mi trovò invece dodicenne e voglioso di aprire crepe nel guscio morbido dell’incantesimo adolescenziale. Segnali di vita, Gli uccelli, Summer On A Solitary Beach, il brivido sensuale di Sentimento nuevo: ero incantato, ipnotizzato. Lo eravamo più o meno tutti. Ma perché?

Non so se nei quarant’anni passati da allora sono riuscito a darmi una risposta convincente. Ho seguito a ritroso e in tempo reale la carriera di Battiato, che ha vissuto comprensibili flessioni ma ha saputo toccare altri picchi creativi notevoli, tanto da rendere il suo percorso uno dei più interessanti della musica leggera italiana dall’invenzione della discografia in avanti. Dalla sperimentazione in territori kraut e prog dei primi album svoltò dalle parti di un pop elettrico e sintetico, qundi sinfonico, barocco, minimale, esoterico, esotico, androide, surreale, prosaico, patafisico, paradossale, poliglotta, garrulo, mistico, civile.

La tendenza a tritare e mescolare alto e basso, colto e popolare, slogan pubblicitari e misticismo, luoghi comuni e filosofia, con lo scopo preciso – con la determinazione algoritmica – di farne il paradigma della vita contemporanea, è evidente già in L’era del cinghiale bianco (1979), in particolare nella dissacrante Magic Box:

C’è chi parte con un raga della sera
e finisce per cantare “la Paloma”.
E giorni di digiuno e di silenzio
per fare i cori nelle messe tipo Amanda Lear
vuoi vedere che l’Età dell’Oro
era appena l’ombra di Wall Street?

È il disco che contiene Il re del mondo e Stranizza d’amuri, due delle sue più belle canzoni, offuscate presso il grande pubblico dal successo della micidiale title track, quella carburata dal violino indiavolato di Giusto Pio e dal mistero buffo di quel ritornello, apoteosi di cantabilità malgrado l’apnea di senso (di quale era stava parlando, santo cielo?). Pure, versi come “L’ombra della mia identità/mentre sedevo al cinema oppure in un bar” insistono neppure troppo vagamente sul conflitto tra ricerca di sé e dispersione nel mondo, tra un desiderio mai sopito di spiritualità (così insistente e ricorrente da rappresentare una necessità, un’attitudine naturale) e la pressione banalizzante del quotidiano con le sue tecniche di facile seduzione sempre più efficaci e raffinate. Un conflitto che spingeva (e spingerà sempre) Battiato a fare della memoria il centro più evocativo che nostalgico della sua poetica, come era già evidente nella formidabile Sequenze e frequenze, i dieci minuti di reiterazioni elettrosintetiche che aprono Sulle corde di Aries (1973), lembi di musica seriale, raga e digressioni cosmiche di stampo kraut cuciti in una visione assolata di tempi irrecuperabili:

La maestra in estate ci dava ripetizioni nel suo cortile
Io stavo sempre seduto
Sopra un muretto a guardare il mare
Ogni tanto passava una nave

Ma è forse Frammenti, contenuta in Patriots (1980), a definire una volta per tutte il perimetro e la direzione del canzonettismo battiatiano:

La donzelletta vien dalla campagna
In sul calar del sole
Che gran comodità le segretarie
Che parlano più lingue
E che felicità ci dà l’insegna luminosa
Quando siamo in cerca di benzina

Leopardi (e Pascoli) centrifugati in una realtà infervorata di segni, formule, slogan e concetti prêt-à-porter. È l’allucinato e delizioso logorio della vita moderna all’opera nei circuiti dei pensieri, la porta di vetro infranta della nostra percezione, il prisma impazzito della consapevolezza esausta.

Nelle canzoni di Battiato senti che, pur immerso nel flusso stordente e aggressivo dell’ottusità quotidiana, il fattore umano continua a percepire come un’antenna nella nebbia, ed è in grado – se vuole – di concedersi ironia, rabbia, trasporto, passione e soprattutto curiosità, una cocciuta brama di conoscenza, una fame di mistero (sintomatico o meno) come antidoto all’arida sovrabbondanza di immagini, concetti, mode, notizie e delizie varie.

L’undicenne che faceva girare il 45 giri di Bandiera Bianca perdendosi soprattutto nel miraggio sterminato di Summer On A Solitary Beach, e quindi il dodicenne stregato dall’immediatezza stratificata di La voce del padrone (col suo mistero limpido che pareva tutti canticchiassero ma nessuno fosse realmente in grado di penetrare: e andava bene così, un popolo intero mantecato nell’enigma evanescente di un pugno di canzonette irresistibili), stava imparando una lezione che L’arca di Noé (1982) e il sottovalutatissimo Orizzonti perduti (1983) avrebbero rilanciato, sparigliando le aspettative con imboscate stilistiche che schiudevano nuove frequenze e codici ulteriori.

Voglio dire che Battiato per me è stato, in quel periodo fragile e formidabile, un’educazione. Ha aggiustato la rotta di ciò che stavo diventando, lo ha fatto davvero. Ed è stato in questo senso un’occasione per tutti, diffusa, popolare. Quel suo linguaggio che si snodava tra riflessi nonsense e citazionismo tanto colto quanto astruso, trovava una sponda puntuale e stordente nella gravità essenziale e raffinata (intrisa di concetti filosofico/esoterici in un arco che va da Georges Ivanovič Gurdjieff a Manlio Sgalambro, da Adorno a Dylan, per diramarsi un po’ ovunque) di pezzi come Segnali di vita, L’animale, Povera Patria, E ti vengo a cercare, Un’altra vita, Le sacre sinfonie del tempo e L’oceano di silenzio, e tutto ciò accadeva mentre l’elettronica algida ed esotica cedeva il passo a partiture da camera, rinculava rock e si prestava ad atmosfere da chansonnier, ostentando un camaleontismo che pure si portava dietro e dentro tutto il transito sonoro. Il tutto mutato in strati e risvolti, con genialità certo ma anche con la pura e semplice competenza di chi con il pop lavora al di sotto delle proprie possibilità (ma che con la classica, come ammise con disarmante franchezza (!), lavorava invece al di sopra delle proprie possibilità).

Seguirlo nel suo percorso è stata una complessa avventura pop, con pochi termini di paragone in Italia a parte la discografia diversissima ma altrettanto libera (malgrado il successo) e imprevedibile di Lucio Battisti.*

Battiato fu insomma il grande e opportuno “c’è altro al di là di questo” di cui in quel momento avevo bisogno, e su cui avrei potuto contare per molto tempo. La sua diffusione e importanza nell’immaginario collettivo, il suo successo, ha rappresentato negli anni un’anomalia incoraggiante. Una cura quotidiana.

Gli devo una gratitudine che non so quantificare.

* Tra i due, che io sappia, non ci sono mai stati punti di contatto, non è chiaro se apprezzassero o detestassero l’opera dell’altro, le informazioni sono controverse. Sarebbe bello indagare.

3 commenti

  1. Cos’erano le meccaniche celesti? E perché a Beethoven e Sinatra, il Maestro, preferiva l’insalata? Il senso del possesso che fu pre-alessandrino… ?
    Da ragazzino (ma pure adesso) mi sono sempre fatto queste domande, perché Battiato ti stimolava ad andare oltre, a “fare i compiti”, a coltivare la curiosità. E per questo gliene sono grato.

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