Awakening Songs #31: Men At Work – Overkill

Da qualche tempo ho il sonno difficile, spigoloso. Di colpo mi sveglio, e dall’assenza di rumori capisco che è il cuore della notte, inutile controllare. Poi però controllo: ed è il cuore della notte. È come essere nel fondo di un pozzo scuro e soffocante. Non lotto, so che è inutile. Mi abbandono. Il sonno a volte torna, ma è strattonato da pensieri che galleggiano sul brodo di nervi e sogni scivolosi. Ed eccomi di nuovo sveglio, nel cuore scuro e soffocante della notte. E a quel punto arriva una canzone.

I can’t get to sleep
I think about the implication
Of diving in too deep
And possibly the complications

I Men At Work sbancarono tutto lo sbancabile con l’album d’esordio Business As Usual. Uscì nel novembre del 1981 e dominò le classifiche di mezzo mondo per gran parte del 1982. La formula del quintetto australiano era abbastanza semplice, ma non così scontata: spremere pop rock dagli sviluppi del post punk, con particolare riguardo per il reggae – meglio se asperso di ironia e nonsense – e per la wave in bilico tra new romantic e scorie pub rock. Tutto ciò dosando gli ingredienti (le chitarre affiancate da tastiere, sax e flauto) in composizioni asciutte, dritte al bersaglio, consapevoli che comunque si potrà sempre contare sulla voce duttile – ora sorniona, ora abbacinata, ora stentorea – del leader Colin Hay.

Risultato: Business As Usual piazzò dieci milioni di copie in giro per il mondo. Un bel carico di soldi e celebrità, ma anche un’ipoteca assai scomoda sul lavoro successivo, Cargo, che uscì il 29 aprile del 1983. Il quale si rivelò abbastanza buono ma prevedibilmente più debole, segnato dal bisogno di ripercorrere le soluzioni che tanto bene avevano funzionato nell’album di debutto, con qualche deviazione in territori più atmosferici (vedi soprattutto l’ibrido wave/prog – vagamente Gabriel – di No Sign Of Yesterday). In ogni caso, alla fine non andò male, le vendite furono “solo” dimezzate, ben più di quanto potesse far ipotizzare la scelta di un primo singolo carino ma un po’ pedante come Dr. Heckyll & Mr. Jive. Assai meglio fece il secondo singolo, ovvero la canzone che mi è venuta in mente tra un risveglio e l’altro nel pozzo della notte: Overkill.

Especially at night
I worry over situations
I know will be alright
Perhaps it’s just imagination

Dopo non so quanti anni, me la sono riascoltata e ho ritrovato il pezzo pop rock che ricordavo: il ritmo serrato che si srotola lungo un’inquietudine tesa e gassosa, la chitarra che disegna dentellature levigate, uno sfondo acrilico di synth a illuminare la penombra e – immancabile – l’assolo di sax. Insomma, è in tutto e per tutto un tipico marchingegno pensato per scalare le classifiche, però col groviglio ben annidato nel petto, e un batticuore cupo a intorbidare il cocktail.

Day after day it reappears
Night after night my heartbeat shows the fear
Ghosts appear and fade away

All’epoca ero tredicenne. Nei mesi precedenti avevo letteralmente consumato la cassetta di Business As Usual (tanto che a un certo punto s’inceppò), però non comprai Cargo, che avrei ascoltato per intero solo qualche anno più tardi. Tuttavia, tra il clip in heavy rotation su Videomusic e i frequenti passaggi radio, ebbi modo di cogliere la scia ombrosa di Overkill, da cui rimasi stregato. Certo, non potevo decifrarne appieno il senso, non con la lucidità di oggi. Mi riferisco soprattutto a quei fantasmi che “appaiono e svaniscono”, di cui adesso riconosco la natura, so bene chi e cosa sono. Mi sembra persino di vederli, certe notti.

Qui le altre Awakening Songs

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