Il mistero e la pietà: Dies Irae di Giuseppe Genna

Io e Giuseppe Genna abbiamo la stessa età. Intendo dire: quasi esattamente la stessa. Lui è nato il giorno della Strage di Piazza Fontana, io due giorni più tardi. Un dettaglio (auto)biografico che c’entra molto con quello che ho provato leggendo Dies Irae, perché rispetto al perno attorno a cui vortica questa trama stratificata, accartocciata, polifonica, epocale, rapsodica, credo di poter condividere – da sempre – molte sensazioni in comune con l’autore. Avevamo infatti undici anni e mezzo (quasi esattamente) quando il popolo italiano divenne “un popolo di spettatori”, nei tre giorni che dal 10 al 13 giugno del 1981 videro consumarsi la tragedia di Alfredo Rampi. In bilico tra fanciullezza e adolescenza, assistemmo alla nascita di un tempo nuovo di cui nessuno aveva consapevolezza, ma che tutti sentimmo ed elaborammo per quanto ci era consentito. 

Intanto il terremoto provocato dalla lista della P2 rinvenuta alla Giole nel marzo precedente minava le fondamenta stesse delle istituzioni, già scosse da un inizio di decennio non proprio tranquillo, tra l’onda lunga del terrorismo (omicidi di Bachelet e Tobagi), la due più cruenti stragi della storia repubblicana (85 morti alla stazione di Bologna nell’attentato del 2 agosto 1980, mentre furono 81 quelli del “presunto incidente areo” di Ustica del 27 giugno 1980), a cui va aggiunto il terribile sisma in Irpinia del 23 novembre 1980, con oltre 3000 vittime e una devastazione le cui ferite dopo quarant’anni non si sono del tutto chiuse.   

Il pozzo artesiano di Vermicino che ingoiò Alfredino – come tutti fin da subito lo chiamarono, lo chiamammo – e le circostanze che decretarono lo straziante fallimento dei tentativi di salvataggio (tutto in diretta televisiva), rappresentarono già in tempo reale un punto di non ritorno per l’immaginario collettivo, consegnato irreversibilmente ai meccanismi della televisione in quanto produttrice di realtà. Al tempo stesso, la dinamica crudele della morte si ripiegò, saldandosi a un guscio di mistero sieroso: come finì dentro il pozzo quel bambino di sei anni? La lastra che lo copriva era stata tolta e poi rimessa al suo posto? L’imbragatura che fu trovata sul cadavere era stata messa dai soccorritori o precedentemente?

Domande cruciali ma parziali, tappe che conducono all’interrogativo primario: si trattò di un’operazione studiata a tavolino? Una tragica, spietata, crudele arma di distrazione di massa?Al di là del complottismo, Genna affonda la penna nel cuore simbolico e misterico della vicenda, la utilizza come asse attorno a cui far girare la ruota della Storia contemporanea – fino al 2006, anno di pubblicazione del romanzo – per il tramite di un autobiografismo sconcertante, in cui il lettore è accompagnato sul limite tra verità e invenzione (quanto sono reali i personaggi di Paola, di Monica, di Aberdeen, di Darida?) e spinto nell’abisso di un tempo scardinato, di un tempo espanso – addirittura cosmico – che conferisce al tempo umano – standardizzato, televisivizzato dalla fucina catodica anni 80 – un senso ulteriore proprio perché negato, gambizzato nella sua ricerca industrializzata di senso.

I continui balzi temporali, l’oscillazione allucinatoria del punto di vista (in prima persona quando Genna racconta di sé, in terza quando si fa narratore e “galleggia” onnisciente sulle vite altrui), la meta-narrazione del progetto letterario sterminato (intitolato, appunto, Dies Irae), l’intrusione della e nella Storia (eventi come il faraonico congresso PSI del 1989, l’ascesa di Mediaset, tangentopoli, e personaggi come Craxi, Moana Pozzi, Cossiga, Briatore, persino Ian McEwan), rendono questo romanzo di difficile catalogazione. Difficile da definire, più semplice casomai da paragonare, ovvero con quell’Underworld (citato anche in esergo della quinta parte) con cui DeLillo ha immaginato una controstoria vertiginosa, dietrologica e deflagrante degli USA dal dopoguerra ai Novanta.

Più che un romanzo, è la tomografia di un crollo culturale, sociale, morale, esistenziale. È il bacino di raccolta di scorie, liquami, rovine, mostri che galleggiano da sempre sotto la superficie di questo Paese e infestano come fantasmi l’esistenza di ognuno, anche dei più distratti, fino a stringerti all’angolo e chiederti conto, fino a presentarti il conto. Sempre però mantenendosi inspiegabile, inconoscibile, interno alla fibra delle cose, nel ventre stesso delle scelte, dei destini. Alfredino, sei anni per sempre, ingoiato dal budello muto e inspiegabile, è il fantasma che non smette di sussurrare un segreto che nessuna parola potrà sciogliere. È lo specchio nero, immagine inversa del monolite kubrickiano, il fine corsa e l’origine dell’intuizione che cattura atomi di verità.

“L’irresolubile mistero è fatto di pietà.

Non posso risolvere niente.

Bambino, io ti ringrazio.” 

Una lettura impressionante, che non avrebbe potuto stare in piedi senza una padronanza totale della struttura, della pagina, della frase. E pensare che fino ad allora Genna era noto per essere uno scrittore di thriller, genere che lui stesso non nasconde di detestare.

P.S.

mentre scrivevo queste righe è arrivata la notizia della morte di Angelo Licheri, figura tragica e anch’egli inevitabilmente enigmatica, colui che angelicamente (!) più si avvicinò ad Alfredo, infilandosi nel pozzo stretto 30 centimetri, rimanendovi per quarantacinque lunghissimi minuti. Non riuscì ad agganciarlo, ci parlò, tornò in superficie per sgretolare tutte le speranze, per posare sulla livida luminescenza della diretta televisiva un nevaio di angoscia greve. Per il me undicenne del giugno 1981 il suo volto disfatto divenne un simbolo di impotenza devastata, l’ultimo tradimento di quello che fino ad allora credevo fosse realtà. E, quindi, una rivelazione.  

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