Post-apocalittico defatigante: Un mondo di donne di Lauren Beukes

Premessa: sono in libreria e sto facendo una delle cose che più amo fare, quando mi cade l’occhio su questo libro. Il titolo mi fa pensare a un saggio, ma l’espositore è quello dedicato alle novità di narrativa. Passo al risvolto interno per capirci qualcosa, e leggo: “La maggior parte degli uomini è morta. Tre anni dopo la pandemia nota come Manfall, i governi resistono ancora e la vita continua“. Trasalisco. Potevo non leggerlo? Fine della premessa.

Una pandemia di oncovirus che stermina la popolazione maschile a livello globale. Non fra molto tempo, ma ieri: nel 2020. Quei pochi maschi che si salvano diventano preziosissimi casi di studio. Nel frattempo, la riproduzione è comunque bandita per evitare che l’epidemia possa ripartire. In questo scenario, Cole e suo figlio Miles tentano disperatamente di fuggire dagli USA e fare rientro nella natia Sudafrica, dove potrebbero contare su una legislazione più morbida. Ma lo scenario è impazzito e il ragazzino (dodicenne) è costretto a travestirsi da ragazza per non dare nell’occhio, tra la minaccia dell’FBI e quella ben più concreta dei trafficanti di sperma intenzionati a rapirlo. A questi ultimi si è unita Billie, sorella ben poco… sororale di Cole. Questa la premessa di una fuga attraverso gli States, come tutte le road story diretta verso una specie di libertà, ma quel che conta è naturalmente cosa accade in itinere, quel che accade alle protagoniste mentre sono impegnate a fuggire e inseguire. 

Lauren Beukes è una scrittrice sudafricana. Ha pubblicato altri quattro romanzi, non ancora pubblicati in Italia (lo saranno presto, sempre per Fanucci). È abbastanza facile intuire che proprio il doppio tema caldo – la pandemia da un lato e la questione femminile dall’altro – che innerva questo Un mondo di donne (titolo italiano tanto furbetto quanto goffo, l’originale è un più pretenzioso e non certo originale Afterland) abbia convinto l’editore italiano a puntarci con decisione. Oltre al titolo intenzionato a intrigare quanti non aspettano altro che una degna risposta a I racconti dell’ancella di Margaret Atwood, in copertina spicca la sentenza di sua maestà – ehm – Stephen King:Splendido”. Ricordando la delusione provata con il piuttosto insulso La ragazza del treno, parimenti sponsorizzato dal grande scrittore di Portland, confesso di non avergli dato troppo peso. Nel retro lo stralcio di una recensione del settimanale sudafricano Rapport recita: “la sorella estroversa di La strada di Cormac McCarthy”. Ok, così va il marketing. Ma davvero non ci siamo.

Un mondo di donne è un romanzo ben congegnato, più divertente che angoscioso (vedi la combriccola di suore ipercromatiche della Chiesa di Ogni Dolore: un inquietante serbatoio di sketch), che non preme troppo sul pedale dell’azione ma confida – giustamente – sulla tensione di una doppia trama che rotola su un piano inclinato in attesa che i fili si riannodino nel finale. Interessante è la dualità di Miles, divenuta Mila per necessità mimetica e perciò – o al di là di questo – in bilico sulla linea di confine dell’identità sessuale, tanto che perfino sua madre finisce per interiorizzare questa indeterminatezza. 

L’altro ingrediente significativo, al di là della descrizione di un mondo che prosegue anche senza i maschi pur se pesantemente traumatizzato, è l’elaborazione di un senso di colpa tanto intenso quanto immotivato da parte delle donne, che nel caso della Chiesa di Ogni Dolore assume l’aspetto di una espiazione liberatoria. Detto questo, si avverte la mancanza di una speculazione più acuta e profonda dei meccanismi sociali e psicologici, che è invece centrale nella Atwood così come nella sua apprezzata discepola Naomi Alderman (autrice dell’interessante Ragazze elettriche). 

Lauren Beukes by Tabitha Guy

A Beukes insomma interessa soprattutto – stavo per scrivere: soltanto – che il romanzo funzioni: la brillantezza e il tempismo dell’intuizione (pubblicato il 6 aprile 2020, Afterland è stato concepito sicuramente ben prima che scoppiasse il Covid-19) sono finalizzati a questo. Al resto pensa una penna astuta, capace di dominare gli espedienti: vedi il folgorante inizio in medias res, il dialogo interiore con lo “spirito” del marito, i flashback della prima parte che cuciono progressivamente i lembi irrisolti della vicenda, lo spannung promesso e continuamente rinviato…

Resta il retrogusto di un’occasione parzialmente perduta, ma in fondo, stante la distopia reale che ci è toccata in dono negli ultimi mesi, da una distopia post-apocalittica letteraria come questa val bene ricevere anche soltanto un po’ di intrattenimento defatigante. Aggiungo: non mi stupirei se a breve ne ricavassero una serie tv. I parametri – l’equilibrio tra passaggi duri e rilasci di tensione, la palette dei personaggi e l’appeal variegato dei protagonisti – sembrano tarati proprio in tal senso. Il che mi fa venire un mente un vecchio interrogativo.

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