Trasloco

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Il ricordo è un’immagine. C’è un furgone scoperto, carico di mobilia, un paio di bauli, scatole di cartone, attaccapanni, lampade, vari oggetti di arredamento: riconosco tutto, pezzo per pezzo, però ogni oggetto mi sembra strano, come in esilio, trafitto dalla luce di quel sole già a picco di metà mattina. Ricordo il furgone che procede lentamente, attraversa la città (dove vivevo e ancora vivo: anche se è diversissima, oggi, quella città). Ho dieci anni e sono seduto sul bordo del cassone. Mi vedo da fuori, come se fosse una fotografia. Ho l’espressione felice.

So che è un ricordo impossibile: figurarsi se i miei mi avrebbero permesso di stare seduto sul bordo di un cassone, col furgone carico e in movimento. Un furgone che poi, con ogni probabilità, doveva essere chiuso o, al limite, telonato. Eppure ho questo ricordo, ed è un’immagine, una fotografia mai esistita di quasi quaranta anni fa, in bianco e nero, sovraesposta. Riaffiora ogni anno, l’8 di agosto, per quel poco che mi capita di pensarci. Ma, poco o tanto che sia, ci penso sempre, l’8 agosto di ogni anno. Fu il mio primo trasloco, una frattura che separò l’infanzia da una specie di adolescenza (ogni adolescenza, vista da dentro, somiglia a un’idea piuttosto infedele di adolescenza), obbligandomi alla consapevolezza di me. Una consapevolezza dovuta, credo, all’evidenza di poter esistere, di dover esistere, anche quando attorno a me cambiava tutto: i riferimenti, le abitudini, le distanze, le relazioni.

Poggibonsi, via della ferrovia, anni 80

Ovviamente, ero obbligato a rifarmi degli amici (oltretutto mi ero lasciato alle spalle le elementari, nel giro di un mese mi attendeva il temibile debutto in prima media, quindi nuovi compagni, nuovi insegnanti…). Dovevo farmi una mappa di quei luoghi ignoti, renderli vitali, renderli miei, in una zona della città periferica e in costruzione, in espansione. Una zona che stava crescendo e definendosi senza alcuna armonia apparente, a sussulti, producendo spazi di caotico disorientamento nei quali – chissà perché – mi trovai subito bene. Come se quegli spazi indefiniti – giardini futuribili, cantieri annunciati e transennati, strade interrotte – mi riconoscessero nel momento stesso in cui li riconoscevo, come se ne comprendessi lo sforzo di dover essere qualcosa.

Fu un agosto senza vacanze, ma non importava. C’era la camera nuova, che dividevo con mio fratello. C’era il salotto, grandissimo. C’era la finestra che dava sul fiume, e oltre il fiume l’autostrada, e oltre l’autostrada la collina di Papaiano, e sulla destra uno squarcio di campagna chiantigiana fin dove poteva spingersi lo sguardo (abbiamo idea di quanto possano spingersi, gli sguardi dei ragazzini?). C’erano le terrazze che davano sul cortile, un cortile grande con molti angoli da scoprire, con molti possibili nascondigli (che avrei utilizzato). C’era il garage con la cantina. E fuori, fuori c’era un giardino appena abbozzato ma grande, che presto avrebbero sistemato. E c’era un bel negozio di generi alimentari, dove mia madre mi spediva ogni giorno a comprare qualcosa. I miei mi mandavano in bicicletta fino al bar per le sigarette – MS Blu per mamma, Nazionali per babbo – e in quel bar c’erano i flipper, c’erano i ghiaccioli. Soprattutto, c’era il parcheggio proprio accanto al palazzo, un piazzale abbastanza grande e sempre abbastanza vuoto, dove io e mio fratello improvvisammo subito un campetto da tennis (la rete era uno spago che abbassavamo quando, ogni tanto, passava un’automobile). Avevo la sensazione che il tempo si stesse aprendo, lentamente, come una specie di fiore.

C’era anche la ragazza del piano di sopra, più grande. Ogni tanto parlavamo, dalle rispettive terrazze. Lei si sporgeva e i ricci biondi (un biondo intriso di riflessi bruni) precipitavano a incorniciarle il volto, che rimaneva in ombra contro il chiarore del cielo. In quel vertiginoso sottinsù, il suo sorriso di ragazzina aveva qualcosa di perfido e intrigante, un po’ come quello dello Stregatto nel libro di Alice nel Paese delle meraviglie. Una volta mi chiese quali canzoni mi piacevano. Risposi con sincerità, senza pensare alle convenienze: Luna di Gianni Togni. Lei fece una smorfia. Disse: “macché italiane, straniere”. E io, senza un attimo di esitazione: Video Killed The Radio Star! Ricordo il suo sorriso di sufficienza. Mi disse i titoli di quelle che invece piacevano a lei (non li ricordo). Le poche volte che io e quella ragazza parlammo, accadde così, dalle terrazze, io con la schiena appoggiata alla ringhiera, lei col volto scuro contro il cielo incorniciato dai ricci biondo-bruni. Se c’incontravamo fuori o per le scale, ci salutavamo appena. Lei era più grande. In espansione.

Fu un agosto senza vacanze, un tempo vuoto e pieno, uno spazio neutro e straniero. A volte penso di esserci nato, in quel tempo, in quello spazio. In quel trasloco.

Settembre arrivò come un temporale.

3 commenti

  1. Ste… a 10 anni tutta questa consapevolezza… mi pare tanta… ma non vorrei mai risultar sgarbata e scortese .., cerco di immaginare un ragazzino arrabbiato ma anche assai curioso… 😬 semplicemente . Ribelle e intimorito e tanto tanto proiettato nel futuro. Quello che hai scritto è davvero molto profondo. Ma mi sa che sto sbagliando io a curiosare fra le tue righe. Scusa se ho osato. 😬

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  2. Capisco le tue perplessità, ma è la prospettiva del racconto. Quel bambino/ragazzino di dieci anni aveva sensazioni che non comprendeva, o che comprendeva come può uno della sua età. Sensazioni a cui oggi – con gli anni, nella distorsione inevitabile del ricordo – riesco a dare forma e nome, o almeno ci provo, all’interno appunto di questa dimensione fragile ma a suo modo potente che è il racconto.
    Aggiungo: non ero granché ribelle, né arrabbiato. Curioso sì, un po’ intimorito. Mi manca molto, quel ragazzino.

    P.S.
    non scusarti mai 😉

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    • Non ho osato dire … “ribaltate nel ricordo di oggi” perché pensavo di risultare come se stessi giudicando quel bambino che eri ieri. Comunque… è tutto molto… tenero nel tuo raccontarti. Devo scusarmi … a volte eccedo ignara … mancanza di piccole sicurezze ancora in me. Penso di essere fraintesa. Perché a volte penso giusto ma rifletto nelle parole il contrario.

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