Del Wilco che è stato (e che verrà)

wilco

Dopo il non imprescindibile Schmilco di tre anni fa, dopo i due album solisti di Jeff Tweedy (discreti), a ottobre arriverà un nuovo album dei Wilco, l’undicesimo. Titolo: Ode To Joy. Il singolo che lo anticipa è Love Is Everywhere (Beware), una ballata morbida col suo carico di tremori venati d’inquietudine acidula, tanto basta per alimentare aspettative che in ogni caso – mica stiamo qui a dare il biberon alle illusioni – evitiamo di far crescere troppo.

La notizia è comunque di quelle che fa tornare in mente alcune cosucce non da poco, tra cui questa: è estate, e tra l’estate e i Wilco esiste un rapporto particolare, sancito da un disco che pochi mesi fa – il 9 marzo – ha compiuto vent’anni. Già: Summerteeth ha già compiuti vent’anni, ragazzi.

Summerteeth

Il 1999 fu un anno molto pop. In senso alto. Che quel bisogno di bambagia onirica mirasse a tamponare timori e tremori convergenti nel simbolico collo di bottiglia di fine secolo-millennio? Chissà. Fatto sta che a stretto giro di posta ci ritrovammo coi Flaming Lips in sollucchero di The Soft Bullettin e col Jim O’Rourke in fregola Bacharach di Eureka, tanto per dire, e furono cavoli dolci su cui meditare. Qualcosa del genere accadde con questo Summerteeth, terzo titolo a nome Wilco a seguire la clamorosa affermazione del 1996 col doppio Being There. Tweedy e compagni si poppizzarono a modo loro, senza buttare via nulla, non le radici e meno che mai il mal de vivre. Piuttosto che riporre il folk rock nel ripostiglio, lo addobbarono di festoni, palloncini, paralumi colorati, o se preferite con mellotron, moog, tastiere e chitarre preparate. Una festicciola frugale pensando allo zio Brian Wilson, pacche sulle spalle e ci scappino pure due bicchierini di troppo, che tanto nel cocktail c’è giusto un pizzico di mescalina, quel tanto che basta per spampanare l’inquietudine e sciogliere le trecce alla collana di memorie, rimpianti, visioni.

Ed ecco che una canzone via l’altra le chiacchiere sbocciano letterarie, confessioni col cuore in mano pensando non senza amore agli amori appassiti, sorridendo – massì – sul disastro della solitudine mentre il portacenere racconta il naufragio di un’intera notte senza pace. Sentendosi a pezzi, certo, ma cercando di mantenersi interi, aggrappati a melodie splendide, malferme e intimamente indolenzite come She’s A Jar o Via Chicago. O all’estro frizzante ma un po’ disperato di ELT e I’m Always In Love.

Ok, negli anni seguenti ben altri capolavori seguiranno. Ma Summerteeth rimane. Una pietra di paragone sempre sul punto di frantumarsi, eppure meravigliosamente solida. Così solida che sono ancora qui, vent’anni più tardi, ad augurarmi qualcosa di simile – quella fragilità tenace, a suo modo invulnerabile – dal Wilco che verrà.

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