Awakening Songs #6: Jim O’Rourke – Halfway To A Threeway

Questa è facile. Cioè, è facile capire perché questa canzone da stamattina mi gira in testa: ieri sera ho assistito al concerto di un musicista (italiano, abbastanza giovane, di cui parlerò prossimamente su questi schermi) che mi ha ricordato un po’ le suggestioni espanse e sabbiose dei Mojave3 e un po’ – eccoci al motivo – il Jim O’Rourke della placida irrequietezza cucita a forza di arpeggi, i fari bassi e lo sguardo enigmatico, una dolcezza profonda ed equivoca: insomma, quello di Bad Timing prima (1997) e quello che più avanti si lasciava alle spalle magnificamente l’ipertrofico fasto (o festa?) pop di Eureka (1999), coricandosi tra le ciglia di un John Fahey bambino.

Accadeva con un EP, Halfway To A Threeway, anno 2002: ventidue minuti scarsi, un ranocchio-pupazzo in copertina (a suggerire – chessò – una regressione giocosa e soprattutto consapevole) e quattro canzoni all’insegna di folk arieggiato bossa, memori di particelle post-rock più scettiche che dimesse, in qualche modo algebriche eppure custodi di un calore sparso, generoso, libero di concedersi freevolezze e ghigni autocompiaciuti (ai tamburi c’è Glenn Kotche dei Wilco, ai cori Sam Prekop e Archer Prewitt dei Sea And Cake, alla tromba il grande Rob Mazurek).

Un piccolo grande disco che per me significò molto, mi raccontò il valore della più apparente sbrigliatezza, dello stare tra le cose libero dall’ansia da prestazione di chi vuole mordere sempre la prima linea, la vibrazione più attuale, la cloche della contemporaneità.

La natura di questo EP si rivelava subito circolare, ti invitava a perderti in un loop di ascolti ripetuti per disconnetterti dai flussi destinati a un rapido esaurimento, tracciava i contorni di un luogo purificato dall’urgenza, recuperato all’ascolto come definizione di sé, riverbero di suggestioni, sensazioni, senso profondo ed effervescenza superficiale.

La title track è posta in chiusura come suggello e ripartenza, è un acquietarsi che ti lascia un magone sparso, un prurito di trasporto umido e insoddisfatto, ninna nanna agrodolce, enigmatica, la melodia affabile che stride coi risvolti torbidi del testo (la relazione con un – una – amante disabile?), quasi certamente (un quasi, mi rendo conto, enorme) metafora di una normale dinamica affettiva. Non è chiaro quale sia il bersaglio, ma è evidente che viene colpito, anzi trafitto.

Così raccolti, ripiegati in sé, schivi, eppure così universali, questo pezzo e questo EP sono uno di quei piccoli miracoli che rimangono lì, al lato della strada, come segni indirizzati a chi li vuole vedere. A chi è disposto a perdercisi.

And I’d do anything it takes
To change your mind and apply your brakes
So I know that you can’t roll away
‘Cause I’m halfway to a threeway

Qui tutte le Awakening Songs

8 commenti

  1. […] Jim O’Rourke fu chiamato da Jeff Tweedy a occuparsi del missaggio e ci mise qualcosa (ok, più di qualcosa) anche in veste di musicista. Jeff stravedeva per O’Rourke, col quale collaborava da un paio d’anni nei Loose Fur assieme a Glenn Kotche, anche quest’ultimo ingaggiato a metà lavorazione dell’album come nuovo drummer dei Wilco. In un certo senso, YHF fu il disco che vide Tweedy esercitare la propria autorità come mai prima: se da un lato impose un’idea artistica, strettamente legata alla dimensione sonora, che lo portò ad allontanare il batterista Ken Coomer – incapace di dare forma alle idee di Tweedy e O’Rourke – e poco dopo il chitarrista Jay Bennet (quest’ultimo anche per reciproche incompatibilità, diciamo così, caratteriali), dall’altro seppe tenere testa alle pressioni della casa discografica (un colosso come la Reprise) e non volle cambiare una virgola del nuovo disco. Verrebbe quasi da pensare che in gioco ci fosse ben più che una semplice raccolta di canzoni. […]

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