Dischi-ossigeno: i Purple Mountains

berman

Chi si imbattesse in questo blog per caso¹ potrebbe legittimamente pensare che il suo autore sia un vecchio nostalgico, tendenzialmente depresso, i cui vinili e cd giacciono sepolti da uno strato di polvere tenace – tendente alla muffa – sugli scaffali e dentro scatoloni che non apre da un pezzo. Ebbene, smentisco: niente polvere. Quanto alla muffa, non ci giurerei (ma tanto la muffa, parafrasando zio Neil, non dorme mai). In ogni caso, ok, qui è quasi tutto un celebrare anniversari, un disseppellire ricordi, aneddoti, eventi. Che volete farci, si tratta di un blog dedicato soprattutto al caro vecchio rock: non mancano certo i motivi che spingano temi e argomentazioni a prendere una piega del genere (ne ho già parlato qui).

PurpleMountains_PurpleMountains

Tuttavia, se c’è una cosa a cui non rinuncio è aggrapparmi alla possibilità che possa uscire un nuovo disco capace di svoltarmi la giornata, la settimana, il mese, la stagione, la vita. Quest’ultima evenienza non si verificherà mai più, d’accordo (nutro un certo pessimismo anche sulla penultima), eppure devo ugualmente lasciare aperto uno spiraglio, crederci anche solo con quel pugno di neuroni ottimisti rimasti a presidiare il fortino: altrimenti finisce l’ossigeno, si spengono le fiammelle, il respiro diventa un fantasma affranto che trascini (o ti trascina) giorno dopo giorno senza più neanche scomodare un motivo decente per continuare a farlo.

Quando mi sembra di intravederlo, un disco di quel tipo, o almeno uno che ci si avvicini abbastanza, mi riempio i polmoni fino a ubriacarmi. Poi, va da sé, capita che mi faccia voglia di scriverne.

DavidBerman

E capita che Sentireascoltare decida di pubblicare quella specie di sfogo liberatorio (non è altro che questo, in fondo: uno sfogo) come se fosse – ehm – una recensione. È accaduto ad esempio con il recente album d’esordio dei Purple Mountains. D’accordo, c’è la fregatura: il leader del combo in questione è David Berman, non certo uno di primo pelo visto che per vent’anni – dall’89 al 2009 – ha tenuto le redini dei Silver Jews, band coeva, affine e per certi versi cugina dei Pavement, prima di chiudere i battenti e annunciare al mondo che mollava definitivamente il rock. Dieci anni dopo, oggi, quell’addio si è rivelato provvisorio, e meno male, perché il disco della nuova entità è bello, bellissimo, un album di canzoni variamente rock nutrite di disincanto, maturità (in bilico sulla mezza età), amarezza, ironia, amori letterari, amore per il dipanarsi imperfetto della vita, eccetera².

Per ulteriori dettagli vi rimando alla recensione, che potrei riassumere così: fatelo vostro. Oppure, semplicemente: ascoltatelo. Poi, casomai, fatemi sapere.

¹ quanto è improbabile e bella l’idea che ci si possa imbattere per caso in un blog, come se sul web si navigasse ancora errabondi e rapsodici, quando non lo si fa più da – boh – almeno quindici anni

² sto riflettendo seriamente su un fatto: tre degli album che più mi sono sembrati freschi e fieramente rock quest’anno sono stati firmati da Peter Perrett (67 anni), Robert Forster (62) e – appunto – David Berman (52), forse proprio per la cesura che si sono imposti tra quello che sono oggi e ciò che erano, nessun desiderio cioè di misurarsi con la calligrafia delle precedenti incarnazioni (rispettivamente: i The Only Ones, i Go-Betweens e appunto i Silver Jews), non tanto per il fatto di non esserne (più) all’altezza quanto per il bisogno di mettere sul piatto il loro presente sotto forma di canzoni, solo questo conta, solo questo sembra muoverli, ed è un bene

***

Nota 8/8/2019: ho appena saputo della morte improvvisa di David Berman, avvenuta ieri, 7 agosto. Le cause della morte non sono state ancora rese note nel momento in cui scrivo. Le cause della morte sono chiaramente inessenziali, di fronte alla morte. Ma non per noi, che siamo condannati a cercare un senso. Sono felice di avere ascoltato e amato il bellissimo disco dei Purple Mountains senza sapere che sarebbe stato il canto del cigno di Berman. Sono felice di averne percepito il senso di maturità disincantata, stropicciata, forse esausta, consapevole in qualche modo del fine corsa che attende laggiù – chi non prova queste cose all’età che era di Berman e che più o meno è anche la mia? – senza sospettare che fosse più di questo, ovvero un disco molto bello, ispirato, amaro come a volte i grandi dischi sanno e devono essere.

Inevitabilmente, tuttavia, le cause della morte cambieranno il modo in cui ascolteremo (ricorderemo, catalogheremo le emozioni associate a) questo disco, faranno oscillare il perno di sensazione e interpretazione dalla zona della profezia (autoavverante?) a quella del testamento. Come fu, fatte le debite proporzioni (frase fatta che, in questo caso, non significa poi molto), per il pazzesco Blackstar. Ma queste considerazioni vanno lasciate ai giorni che verranno. Oggi dobbiamo fare i conti con una grande perdita, umana e artistica. L’ennesima.

Nota 10/8/2019: sembra ormai certo che Berman si sia suicidato per impiccagione. Inevitabile inserire anche la sua vicenda nel triste catalogo di decessi che vede molti musicisti dei 90s vittime di un oscuro e spietato senso di inadeguatezza alla vita.

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