Preveggenze e ricorrenze: Yankee Hotel Foxtrot

Il 23 aprile del 2002 vide finalmente la luce Yankee Hotel Foxtrot. Non per l’etichetta Reprise, per la quale avrebbe dovuto uscire nel settembre precedente, ma per Nonesuch, eclettica sussidiaria della Warner. La storia è nota, per la Reprise l’album non era abbastanza commerciale, quindi lo rifiutò. Ad oggi, è il disco più venduto nella carriera dei Wilco.

Jim O’Rourke fu chiamato da Jeff Tweedy a occuparsi del missaggio e ci mise qualcosa (ok, più di qualcosa) anche in veste di musicista. Jeff stravedeva per O’Rourke, col quale collaborava da un paio d’anni nei Loose Fur assieme a Glenn Kotche, anche quest’ultimo ingaggiato a metà lavorazione dell’album come nuovo drummer dei Wilco. In un certo senso, YHF fu il disco che vide Tweedy esercitare la propria autorità come mai prima: se da un lato impose un’idea artistica, strettamente legata alla dimensione sonora, che lo portò ad allontanare prima il batterista Ken Coomer – incapace di dare forma alle idee di Tweedy e O’Rourke – e appena terminato l’album persino il chitarrista Jay Bennet (quest’ultimo anche per reciproche incompatibilità, diciamo così, caratteriali), dall’altro seppe tenere testa alle pressioni della casa discografica (un colosso come la Reprise) e non volle cambiare una virgola del nuovo disco. Verrebbe quasi da pensare che in gioco ci fosse ben più che una semplice raccolta di canzoni.

Yankee Hotel Foxtrot si presentò agli ascoltatori con le stimmate del capolavoro. O, meglio, fu quello che pensarono fan e simpatizzanti dei Wilco (personalmente non ho mai capito in quale di queste due categorie annoverarmi) appena ebbero l’opportunità di sentirlo. Ne rimasi folgorato, e lo ritengo tutt’ora un grandissimo album, sebbene col tempo abbia finito col preferirgli il successivo A Ghost Is Born. Ma non lo ascoltammo il 23 aprile del 2002, bensì prima, nell’estate del 2001, quando YHF finì in rete. A parte i leak ormai disponibili sulle varie piattaforme di file sharing, fu la stessa band a volerlo mettere a disposizione gratuitamente e attraverso file di buona qualità. Si trattò di un atto di protesta contro la Reprise e assieme una forma di rispetto nei confronti della propria opera, che rischiava di girare sotto forma di mp3 scadenti. Ciò non gli impedì di vendere molto al momento della pubblicazione in formato fisico: un paradigma che si sarebbe rinnovato con modalità più strutturate nel celebre caso di In Rainbows dei Radiohead, cinque anni più tardi.

Mi è sempre piaciuto pensare tuttavia che tra i motivi che spinsero Tweedy e soci a “proteggere” YHF dalle ingerenze della Reprise e a renderlo disponibile nell’estate del 2001, ci fosse anche altro. Quella vena indolenzita che attraversa tutti i pezzi, anche quelli più leggeri e apparentemente defatiganti, sembrò fin da subito intrecciare connessioni profonde tra le problematiche vicende personali di Tweedy (raccontate nella sua recente, bellissima autobiografia) e un senso di inquietudine più diffusa, annidata nello spirito del tempo. C’era come un senso di crepuscolo e rovina strisciante, che emergeva soprattutto nella bellissima (e stordente) Ashes Of American Flags. Quasi una preveggenza di tutto lo sconcerto, il disorientamento umano, culturale e politico con cui avremmo dovuto fare i conti dopo la tragedia del Ground Zero.

Pare – non sono mai riuscito a verificarne la fondatezza – che la data di uscita di YHF programmata originariamente con la Reprise fosse proprio l’undici settembre del 2001.

P.S.

Mi è capitato di ripensare a questo episodio, a questo disco, quando ho ascoltato la nuova canzone di Michael Stipe, No Time For Love Like Now, scritta a quanto pare qualche mese fa, il cui testo sembra descrivere con precisione calligrafica ciò che stiamo vivendo in questa fase di contenimento globale (basti prendere un verso come “the lockdown memories can’t sustain“), tra timori per un futuro mai tanto in bilico e la sensazione che mai come oggi abbiamo bisogno di rinovare i termini del nostro, chiamiamolo così, contratto sociale. A volte capita che una canzone pop-rock sappia vedere oltre la cortina fumogena delle convenzioni, dei propri stessi obiettivi. È per questo, immagino, che non potremo mai farne a meno.

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