Awakening Songs #16: The Psychedelic Furs – The Ghost In You

Ieri ho capito che l’algoritmo del mio music provider sta iniziando a conoscermi bene. O, in alternativa, che è molto fortunato. Avete presente quelle playlist dette “radio”? A grandi linee funzionano così: scegli un artista, premi l’icona specifica e si avvia uno streaming potenzialmente infinito nel quale le canzoni sono legate da affinità statistica con la precedente, col nome di partenza (che torna ogni quattro-cinque pezzi) e con le specifiche del tuo profilo (il mio, in questo caso). Ieri mattina mi attendeva un’ora abbondante di strada, direzione mare, e ho pensato: estate, più o meno metà degli Ottanta, barlumi di consapevolezza, ormoni surriscaldati, primi amorazzi, nostalgia a palla. Così, ho digitato “The Cure” sul campo di ricerca, ho premuto l’icona della radio, e ho fatto bingo.

La volterrana ha preso a srotolarsi coi suoi tornanti spigolosi in un mare di spighe tagliate e campi incolti di un commovente grigiore lunare, mentre dall’autoradio uscivano fraterni pezzi di Smiths, Talk Talk, Siouxie, Adam Ant (Adam Ant!!) e via discorrendo, oltre – va da sé – a quelli della band di Robert Smith. Certo, mi è capitato di skippare qualche Duran Duran o uno Human League troppo tardo (l’algoritmo memorizza i miei skip, credo, e aggiorna il profilo), ma nel complesso la “radio” si è rivelata azzeccatissima. Risultato: un magone che non vi dico. Anche perché a un tratto l’algoritmo ha fatto il capolavoro mandando “in onda” Heaven degli Psychedelic Furs.

7d307bf6-0ee6-488d-b1ce-54386ac8ea97_screenshotNell’estate dell’84 il video di quella canzone, con Richard Butler che ruota come un derviscio new wave sotto una pioggia battente (meravigliosa quella pioggia, non ne capivo il senso, cosa c’entrasse, però meravigliosa), andava in heavy rotation su Videomusic, quando mi innamorai perdutamente di una ragazzina che frequentava la mia stessa spiaggia. Me ne innamorai perché tutto sommato non le dispiacevo (questo mi bastò, anzi era più o meno tutto quello che un quattordicenne come me poteva aspettarsi dall’universo). L’eternità si interruppe come prevedibile (non da me, forse neppure da lei) al momento dei saluti, sopravvisse in un paio di cartoline pallide che ci spedimmo dalle rispettive città (quaranta chilometri sembravano – erano – una distanza incolmabile), dopodiché: fine. Autunno, la scuola, eccetera. Heaven rimase lì, una specie di monumento visual del mio primo solido (si fa per dire) invaghimento. Una canzone, va da sé, irreversibilmente idealizzata.

A settembre ebbi tra le mani la cassetta di Mirror Moves, quarto album dei Furs, uscito da pochi giorni e di cui Heaven aveva rappresentato solo un antipasto. Ad aprire la tracklist c’era The Ghost In You, secondo singolo estratto, destinato a riscuotere un apprezzabile successo, non paragonabile però a quello di Heaven. Ma, ecco, quella canzone mi stregò. Lo stesso fece il video, bellissimo, con Richard Butler in un camerino da qualche parte nell’Iperuranio, Butler che si riflette nello specchio, che si riflette cantando, il bianco-e-nero stemperato in un flou senza riguardo (incommensurabilmente 80s), la band che nel ritornello suona e danza impallinata da un tripudio (proiettato) di cerchietti colorati. Il disco nel complesso mi piaceva, ma non ne feci – diciamo – un punto di riferimento della mia formazione musicale. The Ghost In You però mi fece l’effetto di un classico prima ancora che avessi un’idea definita del concetto di classico. Era pop morbido intriso di malinconia elegante, tastiere, chitarre e cori in uscita dal versante più raffinato del post-punk, Butler col suo canto da Bowie arrochito in un club di darkettoni, la melodia che si inarca radiosa ma recupera sempre l’afflizione di partenza, come se quell’amore che racconta, la sua impronta persistente, hauntologica, contenesse la coscienza della sua stessa impossibilità.

Tentai di interpretare i testi (tutti firmati – che io sappia -dall’enigmatico cantante), ma non sapevo cosa pensare di passaggi come “A race is on I’m on your side/And hearing you my engines die“, o ancor più dell’iniziale “A man in my shoes runs a light/And all the papers lied tonight“, mentre dal ritornello (“Inside you the time moves/And she don’t fade/The ghost in you/She don’t fade“) e dal folgorante verso “But falling over you/Is the news of the day” mi sentivo conquistato all’impronta, senza necessità di interpretazione. Questa canzone, sentivo, giocava con la mia consapevolezza, si lavorava la mia adolescenza con una cassetta degli attrezzi che le consentiva di smontarla e rimontarla nel giro di 4 minuti e 15 secondi intrisi di struggimento pensoso, patinato ma non per questo meno credibile. Inside you the time moves: porca miseria, quel Butler. E porca miseria, quante caselle da riempire, quante implicazioni, quanti risvolti.

Ieri mattina, quando ormai mancava poco per arrivare al mare – più che dal navigatore, potevi capirlo dalla grana del cielo, dall’incompletezza stupefatta del paesaggio – l’algoritmo del mio music provider ha dimostrato di conoscermi anche più di quanto io conosca me stesso: come avrete intuito, ha fatto in modo che proprio allora dagli altoparlanti della mia auto si diffondesse The Ghost In You, obbligandomi al respiro profondo, ad affidare la nuca al poggiatesta, mentre i pensieri si intrecciavano tentando di non smarrire la barra.

Questa mattina , inevitabilmente, mi sono sorpreso a canticchiarla, tra un sorso e l’altro di caffè, gli occhi piantati nel vuoto. Angels fall like rain/And love is all of heaven away: porca miseria, quel Butler.

 

Qui le altre Awakening Songs

3 commenti

  1. che grandi!! Però era l’84 Stef, non il ’94 😉 e c’era anche l’ombroso fratellino Tim Butler al basso e il serenissimo John Ashton alla chitarra. Ho comprato un mese fa un cofanetto in CD di tutta la discografia perché avevo tutto in vinile… Betty (la moglie maldestra che mette i thumbs-down sui tuoi messaggi, ahah) impazzisce per loro. Per non parlare della stupendamente ansiogena Alice’s House e della regale Like a Stranger! Che disco!

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